Antica sinagoga di Lodz

Capolavoro europeo

I fratelli Ashkenazi di Israel Joshua Singer è realmente un capolavoro della letteratura europea del Novecento.

Spesso è accostato ai Buddenbrooks di Thomas Mann, dato che segue principalmente gli sviluppi e la fine di una famiglia, in questo caso ebraica. Però ha molte caratteristiche proprie. È un romanzo più corale e, ambientato a cavallo fra Ottocento e Novecento in Polonia, ne descrive i cambiamenti storici nel tempo.

Dotato di fine ironia nel delineare i personaggi, introduce con le esperienze dei vari protagonisti anche la storia dell’evoluzione dell’industria tessile e della nascita del movimento operaio. Nonché, in maniera profetica, ci mostra lo sviluppo dell’antisemitismo, anche se si ferma alla fine della I guerra mondiale.

Ho il sospetto, che se non fosse stato il fatto che tratta di due fratelli ebrei e che l’aspetto dell’antisemitismo è realistico e drammatico, sarebbe stato certamente considerato da tutti come uno dei capolavori della letteratura europea.

maestro che scrive alla lavagna 2+2=4

Chi osa dire che 2 + 2 fa quattro…

La peste di Camus è un romanzo di grande impatto. Una storia che vive da sé, che parla di emozioni e che coinvolge.

È realistico, pur nella completa invenzione. Ad esempio, nella descrizione dei comportamenti di negazione e di minimizzazione all’inizio del diffondersi del contagio in una città in fondo spensierata come Orano. È adeguato e reale il dolore degli amanti divisi, del padre verso il figlio malato… È assolutamente magistrale nelle descrizioni che comunicano la pervasività della peste nella vita quotidiana, la cappa di oppressione (autentica, non modo di dire giornalistico) che tutto sovrasta.

Ma anche un romanzo che viene dopo la Seconda guerra mondiale e dopo il nazismo. Ancor più forte perché non se ne parla affatto, non c’entra nulla, eppure il romanzo sta lì solo affiancato alla storia appena passata.

Per alcuni La peste una metafora sul male. Ma forse non dovremmo indagare oltre, il testo sta lì con la sua semplicità e la sua forza, e il suo ultimo ammonimento che la peste potrebbe un giorno tornare.

E con semplicità e forza ad un certo punto è scritto:

Nessuno si congratula con un maestro perché insegna che due più due fa quattro. Tutt’al più si congratula con lui perché ha scelto quel bel mestiere. Diciamo quindi che era lodevole che Tarrou e altri avessero scelto di dimostrare che due più due fa quattro e non il contrario, ma diciamo anche che la loro buona volontà era la stessa del maestro e di tutti quelli che hanno il cuore del maestro e che, a gloria dell’uomo, sono più numerosi di quanto si pensi, o almeno tale è la convinzione del narratore. Costui prevede d’altra parte l’obiezione che gli si potrebbe rivolgere, e cioè che quegli uomini rischiavano la vita. Ma nella storia arriva sempre il momento in cui chi osa dire che due più due fa quattro viene punito con la morte. Il maestro lo sa bene. E il problema non è sapere qual è la ricompensa o la punizione che spetterà per questo ragionamento. Il problema è sapere se due più due, sì o no, fa quattro.

Da: “La peste” di Albert Camus (1947)

Già, nella storia umana arriva sempre il momento in cui chi osa dire che due più due fa quattro, cioè chi dice qualcosa di fondamentale e forse di ovvio, che ricorda qualcosa di banale ma che non può essere ignorato, rimosso, annullato perché fa parte della vita umana stessa, viene punito con la morte o rischia la morte per quello.

E i veri maestri lo sanno bene.

Primo Levi

Primo Levi

Sintesi

Primo Levi è stato uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. Però come outsider. Infatti il suo primo libro: Se questo è un uomo e gran parte della sua produzione è legata al tema della Shoah e nella vita il suo mestiere fu quello di chimico. E alla tecnica e alla scienza è legato il resto della sua produzione letteraria.

Formazione

Ho avuto il privilegio di sentire dal vivo un sopravvissuto ad un Lager. Un ebreo di Roma, dove c’è una delle più antiche comunità ebraiche del mondo (dai tempi di Giulio Cesare), che raccontava della sua esperienza terribile ad una conferenza, intervistato dal direttore di una biblioteca vicino a Fossoli…

Ebbene la testimonianza iniziava con un’ammissione triste, di non essere riuscito a parlare a nessuno della sua esperienza, fino a che non ha cominciato a parlarne ai nipoti, ai figli dei suoi figli, una volta divenuti grandi.

Perché Primo Levi invece appena tornato sente il bisogno impellente e morale di parlare, anzi di scrivere? Ciò è legato alla sua formazione precedente alla deportazione nel Lager di Auschwitz.

Nato nel 1919 a Torino, nella casa dove poi abiterà tutta la vita, in una famiglia borghese di ebrei piemontesi.  Dopo la maturità classica in un prestigioso liceo, si iscrive nel 1937 al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino.

Non è sorprendente questo aver fatto la maturità classica e poi iscriversi in una facoltà scientifica. A quel tempo non solo il classico era il Liceo per antonomasia, ma anche da parte degli scienziati italiani c’era un profondo rispetto per la lingua italiana e per una corretta esposizione[1].

Questo non solo dà a Primo Levi un’ottima conoscenza della lingua italiana e dei classici, ma anche una passione per lo scrivere che precede l’esperienza concentrazionaria. Ciò è testimoniato non solo in alcune interviste, ma anche nella presenza di due suoi racconti giovanili inclusi ne Il sistema periodico.

Nel 1938 il governo di Mussolini, dopo ampia campagna di stampa, emana le prime leggi razziali. Fra l’altro è vietato agli ebrei frequentare le scuole pubbliche, tuttavia a chi è già iscritto all’università è consentito di terminare gli studi. Questo farà sì che quando 1941 Primo Levi si laurea in chimica con summa cum laude, cioè a pieni voti, il suo diploma riporti la menzione «di razza ebraica». Questo farà sì che avrà nonostante la brillante laurea problemi a trovare lavoro, che cerca affannosamente perché la famiglia a causa della malattia del padre, che lo porterà alla morte di lì a poco, è a corto di mezzi.

Ma l’impatto delle leggi razziali farà anche sì che Levi frequenti circoli di studenti antifascisti, ebrei e non, ed inizi sia pure in maniera incerta una attività politica.

Cosicché quando arriva l’8 settembre 1943 con l’armistizio e l’occupazione nazi-fascista dell’Italia, Primo Levi si unirà ad un gruppo partigiano operante in Val d’Aosta di Giustizia e Libertà. Si noti che scegliere una formazione di Giustizia e Libertà è scegliere l’antifascismo non comunista, anche se si noterà nei suoi libri una simpatia per i russi come popolazione. Si ricordi anche che Primo Levi non sarà mai un politico di professione e non sarà mai neanche fanatico in politica. Questo viene da una mitezza di carattere, ma anche dalla mitezza come valore morale.

È una brigata partigiana non troppo organizzata e già al 13 dicembre, dopo pochi mesi quindi, è arrestato.

Con ingenuità che non si perdonerà, ma in un certo senso è l’ingenuità degli ebrei che si recano da soli verso i punti di raccolta in osservanza alle leggi, si dichiara da subito ebreo e viene allora avviato nel campo di concentramento[2] di Fossoli, vicino Carpi. Da cui dopo poco tempo sarà inviato ad Auschwitz.

I motivi che faranno di Primo Levi, da subito, un testimone che vuole anzi sente che deve raccontare sono quindi una formazione culturale, umanistica e scientifica, che lo ha allenato all’osservazione, all’analisi, all’inquadramento filosofico e gli ha dato i mezzi espressivi e una formazione politica che gli ha già fatto comprendere l’illegalità e disumanità profonda del fascismo e del nazismo.

Se questo è un uomo

Ecco l’inizio del libro come appare nella versione di Einaudi.

Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.

Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.

Viene descritta poi la cattura e l’avvio al campo di Fossoli.

Della sera della partenza da Fossoli verso Auschwitz che tutti sanno a cosa vanno incontro, è scritto:

Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente, e come l’atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da potere accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine, e, ove lo desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sé l’odio o l’arbitrio, ma la necessità e la giustizia, e, insieme con la punizione, il perdono.

Ma a noi questo non fu concesso, perché eravamo troppi, e il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati?

Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito.

Il viaggio durerà cinque giorni, all’arrivo alcuni uomini fra cui Primo Levi vengono inviati al campo di lavoro, donne e bambini e altri avviati verso l’eliminazione.

Primo Levi attribuisce la sua sopravvivenza ad una serie di circostanze fortunate. La sua conoscenza sufficientemente estesa del tedesco gli permette di comprendere gli ordini dei suoi aguzzini. Il fatto che non fosse né troppo giovane, né troppo anziano. Poi dalla fine del 1943, dopo Stalingrado, la carenza di manodopera in Germania è tale che diventa indispensabile utilizzare anche gli ebrei, serbatoio di manodopera a prezzo nullo. Inoltre la sua laurea in chimica servirà ad entrare in un laboratorio della fabbrica Buna. C’è anche un operaio italiano civile che per 6 mesi gli darà pane di nascosto. Ed infine il suo essersi ammalato di scarlattina proprio quando i tedeschi abbandonano il campo per l’imminente arrivo dei sovietici. La detenzione durerà quasi un anno.

Circa l’esame di chimica si legge:

Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto, quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana.

Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.

Solo alla fine del 1945 rientra in patria. È ossessionato dalle traversie subite e scrive febbrilmente Se questo è un uomo. Racconta Primo Levi:

In Se questo è un uomo ho cercato di scrivere le cose più grosse, più pesanti, e più importanti. Mi sembrava che il tema dell’indignazione dovesse prevalere: era una testimonianza di taglio quasi giuridico, nella mia intenzione doveva essere un atto d’accusa – non a scopo di provocare una rappresaglia, una vendetta, una punizione –, ma sempre una testimonianza. Perciò certi argomenti mi sembravano un po’ marginali, allora, un’ottava più in basso; e li ho poi scritti molto tempo dopo.

Nel 1947 il libro viene pubblicato dall’editore De Silva in 2500 esemplari. Buone accoglienze critiche, ma scarso successo di vendita. Levi ritiene concluso il suo compito di scrittore-testimone e si dedica per intero alla professione di chimico. A dicembre dopo la Duco e un tentativo in proprio. Primo Levi accetta un posto di chimico di laboratorio presso la Siva, azienda di vernici in cui lavorerà fino alla pensione.

Sembrava allora che uno scrittore, con la sua formazione, che avesse scritto, sia pure bene, della sua esperienza non fosse uno scrittore. Infatti il cambiamento nella percezione di Levi nella cultura italiana avviene per gradi.

Solo dopo 9 anni nel 1956 durante una mostra a Torino sulla deportazione Primo Levi incontra uno straordinario successo. Levi è assediato da giovani che lo interrogano sulle sue esperienze di deportato. Ritrova la fiducia nei suoi mezzi espressivi, e ripropone Se questo è un uomo all’editore Einaudi, che questa volta decide di pubblicarlo, si badi bene, nella collana «Saggi». Già, nei Saggi e non trattato ancora come uno Scrittore.

Da allora però il libro non cesserà di essere ristampato e tradotto.

Eppure Primo Levi è profondamente scrittore. Anche nel primo libro, i ricordi sono trasformati, riorganizzati in modo che si posano leggere e si possano apprezzare anche i tipi[3]. C’è ad esempio il personaggio del romano Piero, che poi diverrà Cesare ne La Tregua, e che invece si chiamava Lello Perugia, ed era un partigiano comunista, che così entra in scena:

…Ho ricevuto una visita: è Piero Sonnino, il romano.

– Hai visto come l’ho buscherato? –: Piero ha una enterite assai leggera, è qui da venti giorni, e ci sta bene, si riposa e ingrassa, se ne infischia delle selezioni e ha deciso di restare in Ka-Be fino alla fine dell’inverno, a ogni costo. Il suo metodo consiste nel mettersi in fila dietro a qualche dissenterico autentico, che offra garanzia di successo; quando viene il suo turno gli domanda la sua collaborazione (da rimunerarsi con zuppa o pane), e se quello ci sta, e l’infermiere ha un momento di disattenzione, scambia le bacinelle in mezzo alla ressa e il colpo è fatto. Piero sa quello che rischia, ma finora gli è sempre andata bene.

Si consideri come buscherato sia un toscanismo forse per alleggerire il buggerato romanesco.

Lello Perugia non si riconobbe né in questo né nell’altro personaggio. Non è di Trastevere, ma di San Lorenzo, è un politico comunista e partigiano, prima che uno scaltro ebreo romano come viene presentato.

In effetti in una antologia di testi che lo avevano ispirato, La ricerca delle radici, Primo Levi inserì tre sonetti del Belli. E questo personaggio scaltro e solare è un tipo per parlare di tipi ebrei diversi che sopravvivono. Non che i fatti siano falsi, anzi sono ancora più veri in quanto lo spirito di osservazione di Levi va nel profondo e vuole farci conoscere il profondo.

La tregua

Nel 1962 incoraggiato dal successo di Se questo è un uomo, inizia la stesura di La tregua, diario dell’avventuroso viaggio di ritorno dalla prigionia. A differenza del precedente, è un libro scritto con un piano di stesura. E Primo Levi compone metodicamente un capitolo al mese. Il libro vincerà il Premio Campiello.

Nell’inizio de La Tregua, c’è un brano in cui c’è già tutto Primo Levi scrittore. È l’arrivo del primo drappello di russi.

Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide[4], e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.

Ci pareva, e cosi era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione[5]: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Questo libro portentoso dal titolo alla fine, è fatto anche di episodi e ritratti alle volte quasi picareschi. Ma grazie al personaggio dell’ebreo greco di Salonicco, che lo esplicita, mantiene l’idea che il viaggio di ritorno da Auschwitz sia stato solo un periodo di tregua, che in realtà la guerra è sempre.

E c’era finalmente il greco, con cui il destino doveva congiungermi per una indimenticabile settimana randagia.

Si chiamava Mordo Nahum, e a prima vista non presentava nulla di notevole, salvo le scarpe (di cuoio, quasi nuove, di modello elegante: un vero portento, dato il tempo e il luogo), e il sacco che portava sul dorso, che era di mole cospicua e di peso corrispondente, come io stesso avrei dovuto constatare nei giorni che seguirono.

Più in là è scritto:

Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum.

Questo è un’altra delle cose che gli fu rimproverata dagli ottimisti di sempre. Questa idea della tregua, non di una vera pace. E la chiusa del romanzo non è solo una notazione psicologica, ma una constatazione storica e pessimistica, se vogliamo:

Giunsi a Torino il 19 di ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere. Ritrovai gli amici pieni di vita, il calore della mensa sicura, la concretezza del lavoro quotidiano, la gioia liberatrice del raccontare. Ritrovai un letto largo e pulito, che a sera (attimo di terrore) cedette morbido sotto il mio peso. Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento.

È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać».

Qui c’è anche tutto il bisogno di non dimenticare, affinché cose simili non si ripetano. Il valore della memoria è in Primo Levi non solo per la Shoah ma anche in generale.

Storie naturali e altro

Nel 1967 Primo Levi raccoglie alcuni racconti fantastici e fantascientifici, anche se a modo suo, in un volume intitolato Storie naturali. Per dare il tono dell’opera basta citare il racconto di Gilberto che duplica la moglie Emma e poi per conservare la pace familiare si deve duplicare anche egli stesso.

Attenzione pubblica il libro sotto uno pseudonimo di Damiano Malabaila. C’è come un pudore, ma anche come un peso, di non essere considerato uno scrittore vero, ma solo quello del Lager.

In effetti anche per la cultura italiana, almeno fino agli anni Ottanta non viene considerato come un vero scrittore. Eppure noi leggiamo Primo Levi perché scrittore e un ottimo scrittore. Solo successivamente oltre che testimone della Shoà entrerà nelle antologie di scuola come autore letterario.

E forse se mi permettete ci sono due altri motivi nel considerarlo un outsider, uno che non appartiene ai circoli letterari. Il primo è che effettivamente non vi appartiene, per il suo essere chimico in un’industria e non intellettuale a tempo pieno. Fa parte del suo essere ibrido, come dice Levi stesso, chimico e scrittore, come anche ebreo e italiano.

Il secondo motivo è per il suo modo di scrivere.

Egli dice in un’intervista che il suo vuole essere uno scrivere che “deve essere una comunicazione che funziona. Non dico messaggio è troppo aulico, ma comunicazione che può essere intesa da un lettore normale, che non sia analfabeta.

Nel 1971 Primo Levi raccoglie una seconda serie di racconti: Vizio di forma, che questa volta la pubblica a suo nome.

Nel 1975 Primo Levi, che è ormai è divenuto dirigente della Siva la fabbrica di vernici in cui ha svolto quasi tutto il suo periodo lavorativo, decide di pensionarsi (anche se rimarrà consulente per altri due anni). Raccoglie come prima cosa alcune sue poesie in un volumetto: L’osteria di Brema. Poi successivamente queste poesie andranno a confluire nel volume Ad ora incerta.

Poesie dunque e non solo romanzi o racconti. Spiega lo stesso Primo Levi che:

In tutte le civiltà, anche in quelle ancora senza scrittura, molti, illustri e oscuri, provano il bisogno di esprimersi in versi, e vi soggiacciono: secernono quindi materia poetica, indirizzata a se stessi, al loro prossimo o all’universo, robusta o esangue, eterna o effimera. La poesia è nata certamente prima della prosa. Chi non ha mai scritto versi?

Uomo sono. Anch’io, ad intervalli, «ad ora incerta», ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istinti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.

Qui sono contenute poesie di vari anni. Fra cui quella per me famosa con cui si apre Se questo è un uomo, che costituisce a mio avviso un ottimo esempio dell’ispirazione diretta dai Salmi biblici[6].

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. (10 gennaio 1946)

Il Sistema periodico

Nel 1975 pubblica anche il Sistema periodico[7]. In cui Levi organizza una serie di racconti, in parte fra loro collegati, che si riferiscono ognuno ad un elemento atomico. L’opera è godibilissima, e ricevette delle grandi lodi sia a livello letterario:

Saul Bellow: «Siamo sempre alla ricerca del libro necessario. Dopo poche pagine mi immergevo nel Sistema periodico con piacere e gratitudine. Non vi è nulla di superfluo, tutto in questo libro è essenziale. È meravigliosamente puro»

Sia a livello di divulgazione scientifiche, ad esempio nel 2006 la Royal Institution del Regno Unito scelse quest’opera come il miglior libro di scienza mai scritto.

Anche Cerrato conosceva questa milizia: anche lui aveva sperimentato l’insufficienza della nostra preparazione, e il dovervi surrogare con la fortuna, l’intuizione, gli stratagemmi, ed un fiume di pazienza. Gli dissi che andavo in cerca di eventi, miei e d’altri, che volevo schierare in mostra in un libro, per vedere se mi riusciva di convogliare ai profani il sapore forte ed amaro del nostro mestiere, che è poi un caso particolare, una versione più strenua, del mestiere di vivere.

L’episodio che mi ha colpito di più è Vanadio, quello di quando nel suo lavoro di vernici deve contestare per lettera la qualità di certi componenti di vernice di cui si sono riforniti. E si instaura un epistolario commerciale con un chimico di nome Müller.

Müller. C’era un Müller in una mia incarnazione precedente, ma Müller è un nome comunissimo in Germania, come Molinari in Italia, di cui è l’esatto equivalente. Perché continuare a pensarci? Eppure, rileggendo le due lettere dal periodare pesantissimo, infarcite di tecnicismi, non riuscivo a far tacere un dubbio, di quelli che non si lasciano accantonare e ti scricchiolano dentro come tarli. Ma via, i Müller in Germania saranno duecentomila, lascia andare e pensa alla vernice da correggere.

…e poi, ad un tratto, mi ritornò sott’occhio una particolarità dell’ultima lettera che mi era sfuggita: non era un errore di battuta, era ripetuto due volte, stava proprio scritto «naptenat», non «naphthenat» come avrebbe dovuto. Ora, degli incontri fatti in quel mondo ormai remoto io conservo memorie di una precisione patologica: ebbene, anche quell’altro Müller, in un non dimenticato laboratorio pieno di gelo, di speranza e di spavento, diceva «beta-Naptylamin» anziché «beta-Naphthylamin».

Il racconto va avanti con la scoperta che quel Müller è proprio quello che ha incontrato nel Lager. I dubbi e le tensioni di Levi e l’incontro programmato che non può aver luogo…

La chiave a stella

Nel 1978 pubblica La chiave a stella, storia di un operaio montatore piemontese che gira il mondo a costruire tralicci, ponti, trivelle petrolifere, e racconta incontri, avventure, difficoltà quotidiane del proprio mestiere e si confronta con il Levi chimico e anche scrittore. Vince con questo romanzo di finzione, ma ispirato a personaggi veri, il Premio Strega.

Claude Lévi-Strauss scrive: «L’ho letto con estremo piacere perché non v’è nulla che ami quanto l’ascoltare i discorsi di lavoro. Sotto questo profilo Primo Levi è una sorta di grande etnografo. Inoltre il libro è davvero divertente».

Quando Levi scrive in mezzo al racconto piano di Faussone, Levi inserisce delle riflessioni brevi, che illuminano il motivo del raccontare, non solo per puro divertimento[8].

Si fa presto a dire che dalle stesse cause devono venir fuori gli stessi effetti: questa è un’invenzione di tutti quelli che le cose non le fanno ma le fanno fare. Provi un po’ a parlarne con un contadino, o con un maestro di scuola, o con un medico, o peggio che tutto con un politico: se sono onesti e intelligenti, si metteranno a ridere (pag. 150)

C’è un confronto sempre presente con il protagonista Faussone.

Io gli ho detto, a conclusione, che con le similitudini bisogna stare attenti, perché magari sono poetiche ma dimostrano poco: perciò si deve andare cauti nel ricavarne indicazioni educative-edificanti. Deve l’educatore prendere esempio dal fucinatore, che battendo rudemente il ferro gli dà nobiltà e forma, o dal vinaio, che ottiene lo stesso risultato sul vino distaccandosi da lui e conservandolo nel buio di una cantina? È meglio che la madre abbia a modello la pellicana, che si spenna e si denuda per rendere morbido il nido dei suoi nati, o l’orsa, che li incoraggia ad arrampicarsi in cima agli abeti e poi li abbandona lassù e se ne va senza voltarsi indietro? È un miglior modello didattico la tempra o il rinvenimento?

Nel libro c’è un vero e proprio rispetto e amore per il lavoro.

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. (pag 153)

Pensate che questo ovviamente non fece piacere a chi continuava a parlare con fanatismo politico delle logiche capitalistiche contro la dignità dei lavoratori. Invece proprio da chi era stato in un campo di lavoro in cui li si prendeva in giro con la scritta “il lavoro rende liberi” all’entrata del campo. Viene un riconoscimento della dignità del vero lavoratore. Ancora viene scritto da Levi:

il termine «libertà» ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo. (pag 158)

Certo il montatore non sa elevarsi o meglio pensa di non doversi elevare oltre quel suo lavoro interessante e di soddisfazione. Come quando è in un rifugio alpino con una ragazza:

Pensi che abbiamo passato quasi metà della notte a domandarci perché le stelle sono tante così, a cosa servono, da quanto tempo ci sono, e anche a cosa serviamo noi e così via, e cosa succede dopo morti, insomma delle domande che per uno con la testa sul collo non hanno nessun senso, specie per un montatore. (pag 161)

E vediamo la mitezza[9], il pudore a non intervenire nella vita del montatore, anche se pregato per questo dalle due zie di lui, che ha studiato, che è ricco d’esperienza.

È già difficile per il chimico antivedere, all’infuori dell’esperienza, l’interazione fra due molecole semplici; del tutto impossibile predire cosa avverrà all’incontro di due molecole moderatamente complesse. Che predire sull’incontro di due esseri umani? O delle reazioni di un individuo davanti ad una situazione nuova? Nulla: nulla di sicuro, nulla.

Se non ora, quando? / I sommersi e i salvati

Nel 1982 Primo Levi pubblica un romanzo di finzione, ma che trae spunto da personaggi ebrei dell’est Europa che aveva conosciuto: Se non ora, quando?, che ha un immediato successo. A giugno il romanzo vince il Premio Viareggio, a settembre il Premio Campiello.

È la storia di ebrei dell’Est, sionisti, che attraversano l’Europa sconvolta dalla guerra per andare infine in Israele.

Due anni dopo pubblica la raccolta di poesie Ad ora incerta.

E nel 1986 pubblica I sommersi e i salvati, che rappresenta il riepilogo delle riflessioni suggerite dall’esperienza del Lager. Non è questo un romanzo, ma un vero saggio anche con la disamina dei documenti e di teorie di altri, che vuole ricordare ciò che è avvenuto e insieme riflettere su come ciò fu possibile. Individuando la pesante responsabilità della zona grigia e di chi preferì non sapere.

Morte

Nel 1987 muore. Non si sa se sia caduto dalla tromba delle scale per un malore o accidentalmente oppure si sia ucciso. La famiglia ha dichiarato che aveva tanti progetti e non sembrava affatto dar segni di depressione.

Altri invece hanno detto che in fondo non aveva mai risolto quello scritto nei sommersi e i salvati, l’ultimo libro, quello di essersi salvato perché altri al posto suo erano morti.

Egli ha affermato che fosse sopravvissuto proprio allo scopo di scrivere. Cioè allo scopo di raccontare, di testimoniare e riflettere.

Ha scritto in Se questo è un uomo:

La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana.

Questa era anche una delle molle che lo avevano tenuto in vita nel lager, quando era al laboratorio chimico aveva trovato modo di scrivere, che se scoperto lo avrebbe portato a morte certa.

Forse era venuto meno lo scopo della vita?

Lello Perugia, il personaggio che nella tregua si chiama Cesare, avanza l’ipotesi che Primo Levi fosse un ottimista, che una volta visto che il mondo non cambiava realmente fosse divenuto pessimista rispetto al mondo e quindi abbia voluto farla finita.

Penso che non dobbiamo fare gli psicologi da bar e aver un rispetto sacro per ogni persona e specie per una persona che abbia così anche sofferto. E lasciare il dubbio sul fatto che egli abbia scelto oppure no la sua fine. Ed evitare di dire le ragioni del suicidio, come anche Primo Levi aveva scritto anni prima:

Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato, anzi a maggior ragione egli non le sa.

La forza della letteratura

In Se questo è un uomo c’è un episodio particolare, che mostra la potenza della letteratura per affrontare il mondo che spesso è complesso e inspiegabile, e in particolare quel mondo malvagio e del tutto inspiegabile, come il campo di distruzione.

Succede quando un Kapo, detto Pikolo, piuttosto mite del campo lo chiama a fare un lungo giro per andare a prendere la minestra, in quel frangente di calma particolarissima, gli chiede di dirgli qualcosa in italiano e di tradurlo.

Allora a Primo Levi, che aveva descritto il suo scendere al fondo del Lager come l’andata all’inferno di Dante, viene in mente senza sapere il perché forse il più bel brano della Divina Commedia, il canto di Ulisse.

Lo cita a memoria e lo traduce e si accorge che è importante per lui e per l’altro. E infine:

Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

[1] Si veda ad esempio la solida ed elegante lingua italiana in cui Tullio Levi-Civita, considerato da Einstein uno dei suoi maestri, scrive nel 1928 Fondamenti della meccanica relativistica.

[2] Si noti che a Fossoli c’è un campo di concentramento propriamente detto, non di sterminio. L’unico campo di sterminio sul territorio italiano sarà quello della Risiera di S. Saba a Trieste.

[3] Si consideri che un avantesto è costituito dal Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per ebrei di Monowitz un testo scientifico scritto all’inizio per le autorità russe in collaborazione con un medico e che poi verrà pubblicato sulla rivista scientifica Minerva medica. Una delle testimonianze dell’ibridismo di Primo Levi.

[4] Sono timidi, i liberatori sono timidi e non arroganti. È anche una constatazione sui russi come popolazione.

[5] Ecco un riferimento da chimico, il nucleo di polvere su cui inizia a condensarsi la goccia e il fiocco di neve.

[6] Appare un po’ trascurata, per ovvi motivi di una certa estraneità, da parte dei critici, l’influenza della Scrittura ebraica su Primo Levi. Eppure non solo ci sono riferimenti diretti, ma anche delle storie che si raccontano in Se questo è un uomo è scritto: Ce le raccontiamo a vicenda a sera, e sono avvenute in Norvegia, in Italia, in Algeria, in Ucraina, e sono semplici e incomprensibili come le storie della Bibbia. Ma non sono anch’esse storie di una nuova Bibbia?

[7] Il Sistema periodico degli elementi è la classificazione degli elementi in base al loro numero atomico, che corrisponde alla quantità di protoni e quindi di elettroni, e che quindi ne dà un’indicazione su loro comportamento chimico-fisico.

[8] Per questa caratteristica che si ritrova in molti suoi scritti, Primo Levi mi ricorda, con tutte le differenze del caso, Tacito.

[9] La mitezza è proprio una delle caratteristiche di Primo Levi.

Leggere Shakespeare

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616).

Leggere il teatro

Leggere il teatro? Sì, vediamo perché.

In generale, infatti, si potrebbe dire che a teatro si debba andare o al limite lo si possa vedere ripreso in televisione. Ma qui potremmo aprire delle altre discussioni che non affronto.

La magia del palcoscenico, in cui persone in carne ed ossa agiscono, parlano, si confrontano, si commuovono, è difatti impareggiabile.

Questo è vero, nondimeno leggerlo è particolarissimo ed anche prezioso. Per alcuni motivi:

  • La lettura permette di leggere il copione (o qualcosa ad esso simile) su cui gli attori costruiscono la scena. Spesso il registra costruisce a modo suo su un testo, tagliando e esaltando e sottolineandone parti, mentre noi possiamo immaginare come vogliamo, essere un po’ registri e un po’ attori di quel testo, che potremmo perché no anche leggere ad alta voce recitandolo.
  • La lettura permette di cogliere degli elementi, anche attraverso la rilettura o la lettura di note critiche, che sfuggirebbero stando a teatro.
  • Il teatro è tutto dialogo. La psicologia dei personaggi, la passione, la storia, è tutta concentrata in fondo in poche poche pagine. Un piacere intenso e veloce, la lettura.
  • Infine si possono leggere opere che non sono rappresentate vicino o in questo periodo.

In particolare leggere Shakespeare

Quello che ho detto in generale vale ancor di più per le opere shakespeariane.

  • Possiamo immaginare come vogliamo la scena, già perché poi il gusto di ogni epoca lo ha fatto poi modificare e recitare come volevano altri. Sia come attori, sia come registri.
  • Le opere pubblicate che abbiamo sono state fatte in realtà per la lettura. Infatti Shakespeare non curò la pubblicazione delle sue opere. E i copioni erano probabilmente pieni di note e di revisioni, man mano che si procedeva nella rappresentazione. Le prime stampe furono destinate a un pubblico popolare e le copie erano fatte senza notevoli accorgimenti. Il formato utilizzato era in quarto, solo successivamente troviamo l’edizione in folio pensata per la lettura.
  • I testi originali sono ricostruzioni alle volte, così che non c’è un unico testo da mettere in scena. Anzi critici moderni credono che lo stesso Shakespeare abbia rivisto le sue composizioni nel corso degli anni, facendo così coesistere due versioni differenti di una determinata opera.
  • Servono le note per avere una visione più precisa. Ad esempio per i giochi di parole e via dicendo[1]
  • Spesso non è facile partire dalla Bregaglia per vederle rappresentate e i film sono altro. Però conoscerlo è quasi ovvio. Considerato il più grande autore di teatro, è l’autore di gran lunga più citato nel mondo anglosassone. Addirittura alcuni suoi modi di dire dono divenuti proverbiali: Tutto è bene quel che finisce bene. Da sempre è rappresentato in teatro e al cinema, e lo continua ad essere. Ma appunto in che modo?

Esempi da film

Ce lo possiamo immaginare: vediamo Marlon Brando e Charlton Heston.[2]Questo modo di recitare non è quello dell’epoca. . .

Ma cosa è veramente così bello? Vediamo il brano di Gassman che interpreta un attore in prigione.

Per tutti

Già l’ultimo esempio con l’espressione volgare romanesca che significa che Bruto non era poi così uomo d’onore ci introduce ad un ulteriore punto.

Le opere di Shakespeare hanno da una parte una trama godibile e che si segue. E insieme alcuni passi di grande forza espressiva e comunicativa. Sono opere fatte per tutti all’epoca.

Shakespeare anche se aveva ed è tradotto in versi con un linguaggio un po’ aulico è per tutti. Specie alcune delle sue opere.

Infatti sotto Elisabetta il dramma era un’espressione unitaria al di là dalla classe sociale coinvolta: la corte assisteva alle stesse rappresentazioni che la gente comune vedeva nei teatri pubblici, solo dopo con lo sviluppo dei teatri privati il dramma divenne più orientato verso i gusti e valori di un pubblico di alto ceto.

Negli ultimi anni della produzione shakespeariana, il mondo del teatro londinese subisce un cambiamento sensibile; il pubblico aristocratico e della nuova borghesia agiata non frequenta più i grandi anfiteatri, ma teatri più raccolti come il Blackfriars. Le richieste di tale pubblico andavano più nella direzione dell’intrattenimento che non del coinvolgimento nella rappresentazione; alcuni commentatori hanno visto questo cambiamento di umore come prova di una più serena visione della vita da parte di Shakespeare, che sempre attento ai cambiamenti del gusto e della sensibilità dei suoi spettatori, produce dei nuovi drammi, i cosiddetti romances, drammi romanzeschi, tornando in parte agli scritti romantici e alle tragicommedie.

Queste locande/teatri erano situate sulla riva destra del Tamigi (fuori dei limiti della City e della giurisdizione delle sue autorità, n.d.t.), allora del tutto campagnola, a due passi dal porto. E il pubblico era in gran parte composto da marinai e da facchini, da tavernieri e donne di malaffare: magnifici tipi di avventurieri, pronti a tirar di coltello alla minima provocazione. Nel 1597, anno del Giulio Cesare, avvennero nei teatri di Londra nove omicidi in rissa. . .

Lo sfrenamento sessuale non vi aveva limiti e gli accoppiamenti avvenivano in piena platea. Quando un artista o un dramma non piaceva, non ci si contentava di disapprovare con la voce, ma si lanciavano sulla scena carogna di cani e gatti, topi morti (quei bei grossi toponi di Londra) o, per benevolenza, uova e frutta marce.

Da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo saggio Shakespeare

La censura interveniva anche su i suoi lavori, ecco allora un si dice e un non si dice che alle volte si nota [3]

Un elemento infine da sottolineare è anche la concorrenza nel teatro elisabettiano[4]. Ci sono pervenuti 400 testi teatri vari.

La ricerca dei temi e delle storie era dunque influenzata dai gusti del pubblico, dall’epoca, ma era anche incessante. Una Hollywood dell’epoca. Ci sono rifacimenti di altre opere, ci sono debiti verso letteratura, saghe popolari, storia patria e via dicendo.

La grande maggioranza dei lavori di Shakespeare sono rielaborazioni di opere precedenti; inoltre, non raro è il caso in cui Shakespeare attinga a gruppi separati di narrazioni per intrecciarle tra loro. Le prime commedie shakespeariane, influenzate dallo stile classico e italiano[5], con strette trame matrimoniali e precise sequenze comiche, dal 1594 cedono il passo all’atmosfera romantica, con toni a volte più scuri e propri di una tragicommedia.

Shakespeare fu in grado di combinare il suo genio poetico con un senso pratico del teatro, strutturando le trame delle sue opere per creare vari centri di interesse e per mostrare diversi possibili punti di vista, senza schemi preordinati

I lavori di Shakespeare hanno avuto una profonda influenza sul teatro e sulla letteratura successiva. In particolare, Shakespeare ampliò il potenziale drammatico della caratterizzazione dei personaggi, dell’intreccio e del linguaggio. Ad esempio, i monologhi erano generalmente utilizzati per fornire informazioni sui personaggi o gli eventi; Shakespeare, invece, li utilizzò per esplorare la mente dei personaggi.

Giulio Cesare 1599

Veniamo proprio al Giulio Cesare.

Giulio Cesare, basato sulla traduzione di Thomas North delle Vite parallele di Plutarco

Mirabile è il discorso di Marcantonio.

Ma anche mirabile è la descrizione della folla inferocita, irrazionale, del tutto pericolosa.

Amleto 1600-02

Le sue idee e la religione?

Helen Gardner emphasizes the dramatist’s evident knowledge of the Bible and contemporary theological writings.

Il drammaturgo inglese da una parte è figlio del Rinascimento in quanto nelle sue opere interpreta l’uomo che afferma se stesso, la propria creatività e razionalità (antropocentrismo) contro i limiti posti dalla realtà e dal destino; d’altra parte egli è anche esponente della nuova sensibilità del barocco in quanto evidenzia le lacerazioni di coscienza dell’individuo, l’incertezza degli ideali, la mutevolezza della sorte, il mistero insondabile della vita accompagnato da un senso di smarrimento esistenziale.

Macbeth sostiene che la vita è solo un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si dimena per un’ora sulla scena e poi cade nell’oblio: la storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di foga, che non significa nulla.

È moderno o antico Amleto? È il nuovo uomo rinascimentale oppure è uomo medioevale?

Re Lear 1605

A differenza dell’introverso Amleto, il cui errore fatale è l’esitazione, gli eroi di queste tragedie come Otello e Re Lear furono sconfitti da affrettati errori di giudizio; le trame di queste opere fanno spesso perno su questi errori fatali, che sovvertono l’ordine e distruggono l’eroe e i suoi cari

Re Lear, il tema dell’ingratitudine e della vecchiaia non rispettata.

Ma c’è anche il prodigioso ruolo del Matto di corte. Leggerne estratto

Commedie

Non mi soffermerò sulle commedie che anche sono molto godibili.

Leggere un estratto di Molto rumore per nulla.Oppure dal Sogno d’una notte di mezza estate.

Quanto può esser più felice al mondo un essere di un altro!. . . In tutta Atene io son tenuta bella almeno quanto lei. Ma a che mi vale? Tale non mi considera Demetrio; rifiuta di vedere coi suoi occhi quel che vedono tutti, meno lui. Ed io, lo stesso abbaglio ch’egli prende a infatuarsi degli occhi di Ermia, lo prendo ad ammirar le sue virtù. L’amore può dar forma e dignità a cose basse e vili, e senza pregio; ché non per gli occhi Amore guarda il mondo, ma per sua propria rappresentazione, ed è per ciò che l’alato Cupido viene dipinto col volto bendato. Né Amore ha il gusto del saper discernere: ali ed occhi bendati sono il simbolo d’irriflessività precipitosa. Perciò si dice che Amore è bambino: perché s’inganna spesso nello scegliere, e, simile ai bambini nei lor giochi, che fanno spensierati giuramenti, il fanciulletto Amore è sempre mancatore di parola. Così Demetrio. Prima che i suoi occhi incontrassero il bello sguardo d’Ermia, grandinava promesse e giuramenti d’essere solo mio; ma quella grandine appena che avvertì il calore d’Ermia si dissolse, con tutti i giuramenti. Voglio andare comunque ad informarlo della fuga della sua bella Ermia; così domani notte, già lo vedo, correrà per il bosco dietro a lei; e se in cambio di questa informazione avrò da lui un po’ di gratitudine, me la sarò acquistata a caro prezzo. . . anche se mi vedrò poi ripagata dal vederlo tornar senza di lei.

Lo Stile è dunque quello del tempo di poemi cortesi, romantici ant-litteram.

La tempesta 1611

La Tempesta è giudicata essere l’ultima opera che Shakespeare abbia scritto interamente.

È un testo teatrale che si inquadra poco nei generi. È commedia e tragedia, c’è musica.

Rispetta (quasi per intero) le unità aristoteliche della tragedia di tempo, di luogo, e in parte di azione. Anzi si potrebbe dire che si svolge in tempo reale. Il tempo della storia è anche il tempo della visione dello spettacolo.

È anche metateatro e teatro nel teatro, c’è una rappresentazione. Tutto infine funziona in base alla magia di Prospero e tutto quello che si svolge si risolve, infine, in quanto c’è stata la rappresentazione di Tempesta e di morte.

« Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. » (Prospero: atto IV, scena I.)

È forse un rimando proprio alla teoria aristotelica della catarsi?

La catarsi sarebbe che aver visione nel teatro delle conseguenze di scelte, istinti, di passioni sfrenate, porterebbe ad imparare come comportarsi.

Ed in effetti ne La Tempesta la temperanza è la virtù che appare più importante.

[1] « Ormai l’inverno del nostro scontento s’è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York » In Riccardo III Da notare come nella traduzione italiana si perda l’assonanza fra il termine sole (sun) e figlio (son).

[2] si noti sopratutto nei primi lavori una certa monotonia derivata dal sistema giambico a cinque accenti (pentametro giambico): versi di dieci sillabe, lasciando l’accento su ogni seconda sillaba.

[3] Dal 1594, la peste e l’inasprirsi della censura provocarono la scomparsa di molte compagnie, mentre nacquero nuove realtà teatrali, come The Lord Chamberlain’s Men, di cui fece parte come autore e attore. L’abilità del drammaturgo di identificare i temi più richiesti e il suo talento nella riscrittura dei copioni perché non incappassero nei tagli del Master of the Revels gli assicurarono in questo periodo una rapida ascesa al successo.

[4] Esso viene collocato tradizionalmente fra il 1558 e il 1625, durante i regni dei sovrani britannici Elisabetta I d’Inghilterra e Giacomo I d’Inghilterra

[5] Numerose sono le riproposizioni di storie e tematiche presenti nella novellistica italiana; tuttavia c’erano anche adattamenti francesi e inglesi.

Pasolini

Pier Paolo Pasolini era fondamentalmente un pessimista cristiano (Storia letteratura italiana Garzanti p. 567).

L’edizione delle Opere di Pasolini colloca la sua opera tra i classici
del secondo Novecento. E a ragione, poiché solo Pasolini (come
D’Annunzio e più di Pirandello) ha sperimentato tutti i generi della
creazione del 20° secolo: romanzo e novella, teatro e cinema, critica
letteraria e saggistica politica, e non meno la poesia.

Lui amava definirsi semplicemente “scrittore” (dalla Treccani). Continue reading

Gianni Rodari

Rodari, una presentazione

Premessa

Non si può passare in rassegna tutto quello che ha scritto Gianni Rodari, che ha avuto una produzione estesa. Ne faccio allora una presentazione, con cenni biografici e al suo periodo. E una scelta personale di testi.

Inoltre devo dire che sono affezionato a quest’uomo che i miei genitori hanno conosciuto di persona, e che quando sono nato mi dedicò un paio di righe nel suo stile. Foglietto purtroppo smarrito in uno dei tanti traslochi.

Inizio

Gianni Rodari nasce ad Omegna, sul lago d’Orta, nel 1920.

Il padre è fornaio ed ha sposato in seconde nozze la mamma di Rodari. Lei rigida e devotissima cattolica. Il padre più affettivo (anti fascista come si poteva essere allora).

Gli odori dei mestieri

Io so gli odori dei mestieri: di noce moscata sanno i droghieri, sa d’olio la tuta dell’operaio, di farina il fornaio, sanno di terra i contadini, di vernice gli imbianchini, sul camice bianco del dottore di medicine c’è un buon odore. I fannulloni, strano però non sanno di nulla e puzzano un po’

Si trasferiscono nel 1929 a Gavirate, lo zio è capostazione.

Comincia a suonare (violino).

Studia bene, viene messo in seminario, ma poi trova umiliante la disciplina.

Fa le magistrali. Va in giro a suonare per osterie e cortili.

1937 diviene maestro. Per sei mesi nel 1938 è istitutore presso una famiglia di ebrei tedeschi in cui approfondisce la lingua tedesca. Com’era come maestro? racconta storie, ma non è ancora il Rodari che conosciamo.

1940 guerra. Rodari è rivedibile per motivi di salute. Muoiono in Russia i suoi amici.

Dopo il 25 luglio entra in contatto con il PCI. (Letture favorite da un bibliotecario)

Nel maggio del 1944 lascia la Rsi e diviene partigiano per l’ultimo anno di guerra.

Inizia l’attività politica e giornalistica. Scrive racconti.

Dopo Ordine nuovo va all’Unità di Milano. pag 15

Ogni tanto scrive 1949 per bambini con lo pseudonimo di Lino Picco. Visto che era maestro e che non c’era nessuno gli dicono di scrivere qualcosa, che ha un certo successo. Ci sono temi politici e di cronaca. Saranno ripresi poi nei libri successivi da Rodari stesso solo quelli più sociali e pacifisti. Alcune volte non sono così ancora ben calibrate per bambini.

Saranno poi riprese nel 1952 libro delle filastrocche e il treno delle filastrocche.

Il vecchio muratore

Ho girato mezzo mondo con la cazzuola e il fil a piombo, ho fabbricato con le mie mani cento palazzi di dieci piani: tutti in fila li vedo qua e mi fanno una grande città.

Ma per me e per la mia vecchia non ho che questa catapecchia. Sono di legno le pareti,

le finestre non hanno vetri e dal tetto di paglia e di latta piove in tutta la baracca.

Dalla città che ho costruito, non so perchè sono stato bandito. Ho lavorato per tutti: perché nessuno ha lavorato per me?

Sarà il primo scrittore italiano a far entrare il vissuto quotidiano nei racconti per bambini. E a far entrare i vari mestieri nei suoi libri. p 61

Il vigile urbano

Chi è più forte del vigile urbano? Ferma i tram con una mano. Con un dito, calmo e sereno, tiene indietro un autotreno:

cento motori scalpitanti

li mette a cuccia alzando i guanti.

Sempre in croce in mezzo al baccano: chi è più paziente del vigile urbano?

Così l’anno dopo quando viene lanciata una nuova iniziativa.

1950 il Pionere. Si trasferisce a Roma, che ha un grande impatto su Rodari.

Piazza Mastai

In Piazza Giovanni

Mastai Ferretti

Fanno il bagno i ragazzetti, Fanno i tuffi nella fontana Della tranquilla piazza romana.

Passano i filobus, la circolare, Pieni zeppi da scoppiare.

Dai finestrini i passeggeri

Osservano i tuffi con sguardi severi E minacciando con il dito Dicono: «Guai! È proibito!».

Ma io posso leggere nel loro cuore, Sotto la giacca, sotto il sudore.

E dentro c’è scritto: «Fortunati Quei diavoletti scatenati!.

Sarebbe bello, invece di andare

Al ministero a scribacchiare,

Tuffarsi con loro nella fontana

D’una tranquilla piazza romana, Dimenticare il caldo e i guai Nella fontana di piazza Mastai».

il Pioniere

All’inizio non ne voleva sapere, accetta per ubbidienza al partito. Ma inizia ad occuparsi di letteratura per ragazzi in maniera acuta e professionale. Studia, legge moltissimo, prova, inventa, Rodari ha avuto sempre grande inventiva, apprezza molto Pinocchio. Cerca di raffinare un modo nuovo di fare favole, filastrocche, poesie, fiabe. Direttore dal 1950 al 1953. Rovescia il mito dei pellerossa. Cerca di interessare i ragazzi con la fantasia.

E vi riuscirà. Dopo Rodari, nulla sarà come prima in Italia riguardo alla letteratura per i ragazzi. Ma andiamo con ordine.

Rodari al rogo

Anche se sul Pioniere non c’è una riga atea o anti-cristiana, l’idea di un movimento e di un giornale che intrattenesse i ragazzi non negli oratori, ma laicamente, incontra l’opposizione della chiesa cattolica Rodari e tutti coloro che lavoravano al Pioniere e all’Api vengono scomunicati dal Vaticano.

Fu bruciato nella pubblica piazza da un sacerdote e veniva affissi cartelli che non poteva entrare il giornalino nella parrocchia.

Due anime della sinistra

Non possiamo fermarsi un attimo a parlare di un’altra chiesa di cui faceva parte Rodari. Il Partito Comunista era un partito serio certo, ma che chiedeva una ubbidienza e una disciplina.

Come si trova Rodari? Certo è un fervente comunista. Ma anche un libertario fantasioso. Sono le due anime della sinistra italiana, costrette, per via della guerra e della guerra fredda, a coabitare e quasi ad identificarsi.

Il pioniere pubblica dei fumetti. Ma su Rinascita la rivista intellettuale del PCI esce un articolo a firma Nilde Jotti che spara a zero contro i fumetti e ne impedisce la lettura ai figli dei compagni.

Rodari interviene con diplomazia e con decisione in una lettera di risposta in cui difende i fumetti fatti per bene e stigmatizza l’attacco al genere fumetto in generale. Risponde lo stesso capo del partito (nonché compagno di vita di Nilde Jotti) che i fumetti sono diseducativi e se anche se ne potessero fare di migliori, mai si sarebbe narrata la storia del partito o episodi importanti attraverso di questi.

Cipollino successo in URSS

1952 primo viaggio in Urss

Dopo il XX congresso che denuncia i crimini di Stalin e il culto della personalità grandi saranno le discussioni con gli altri comunisti italiani (allora era direttore di Avanguardia settimanale della Federazione giovanile (1953-56) dopo ritorna a fare il giornalista, prima all’Unità poi a Pese sera. Nel 1957 arrivano i primi diritti d’autore e si trasferisca a via di Villa Pamphili e compra una auto usata. p 24

Piccoli vagabondi

Unico romanzo realistico per ragazzi scritto da Rodari.

A questo punto Rodari è sconosciuto o volutamente ignorato nella scuola e nella cultura italiana. La sua fama è forte solo per le persone di sinistra che hanno bambini.

Einaudi

Filastrocche in cielo ed in terra 1960 con le edizioni Einaudi apre alla notorietà. Probabilmente decide di rivolgersi a tutti i bambini. Inoltre è un po’ insofferente verso il Partito, come dimostrano i suoi appunti.

Diverrà l’autore di punta di Einaudi insieme ad Italo Calvino.

Favole al telefono 1962

C’era una volta… … il ragionier Bianchi, di Varese. Era un rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava l’Italia intera, a Est, a Ovest, a Sud, a Nord e in mezzo, vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua, e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: – Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.

(Inizio delle favole al telefono)

Libro degli errori 1964

Il povero ane

Se andrete a Firenze vedrete certamente quel povero ane di cui parla la gente. È un cane senza testa, povera bestia. Davvero non si sa ad abbaiare come fa.

La testa, si dice, gliel’hanno mangiata… (La c per i fiorentini è pietanza prelibata).

Ma lui non si lamenta, è un caro cucciolone, scodinzola e fa festa a tutte le persone.

Come mangia? Signori, non stiamo ad indagare: ci sono tante maniere di tirare a campare.

Vivere senza testa non è il peggio dei guai: tanta gente ce l’ha ma non l’adopera mai.

Terza fase

Dal 1966 al 1969 seguono sono anni di silenzio. Per problemi di salute, ma anche per ripensamenti, ’68, e questo incide sulla sua produzione successiva.

Nel 1970 riceve il premio Andersen

Le novelle fatte a macchina (1973) sono proprio per bambini? Scrive spesso favole che sembrano più desinate ai genitori che ai bambini.

1974 Si impegna nel Giornale dei genitori, ma è un’altra delusione. Gli impegni presi da alcuni dirigenti di partito (fra cui Napolitano) sono completamente ignorati.

1974 disco con Sergio Endrigo.

Per fare un tavolo

Le cose di ogni giorno raccontano segreti

A chi le sa guardare ed ascoltare

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo

Per fare il ramo ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il bosco

Per fare il bosco ci vuole il monte

Per fare il monte ci vuol la terra

Per far la terra ci vuole un fiore Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo

Per fare il ramo ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il bosco

Per fare il bosco ci vuole il monte

Per fare il monte ci vuol la terra

Per far la terra ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Se tutte le ragazze

Se tutte le ragazze

Le ragazze del mondo

Si dessero la mano

Si dessero la mano

Allora ci sarebbe un girotondo

Intorno al mondo

Intorno al mondo

E se tutti i ragazzi

I ragazzi del mondo

Volessero una volta

Diventare marinai

Allora si farebbe un grande ponte

Con tante barche Intorno al mare

E se tutta la gente

Si desse una mano

Se il mondo finalmente Si desse una mano

Allora ci sarebbe un girotondo

Intorno al mondo

Intorno al mondo

Il Signore di Scandicci

[Problema: i confini della Toscana hanno uno sviluppo di 1.330 chilometri, di cui 329 costieri, 249 insulari, 752 terrestri, che la dividono da Liguria, Emilia, Marche, Umbria e Lazio. La sua superficie è di 22.940 chilometri quadrati, di cui 5.800 di montagna, 1.930 di pianura e di 15.260 di collina. I fiumi della Toscana sono: l’Arno (lungo 241 chilometri), il Serchio (lungo 103 chilometri), l’Ombrone (lungo 161 chilometri), il Cecina (lungo 76 chilometri). Si domanda: quanto è alta la torre di Pisa?]

Un signore di Scandicci – un signore di Scandicci

Buttava le castagne – buttava le castagne

E mangiava i ricci

Quel signore di Scandicci

Un suo amico di Lastra a Signa – un suo amico di Lastra a Signa

Buttava via i pinoli – buttava via i pinoli

E mangiava la pigna

Quel suo amico di Lastra a Signa

Tanta gente non lo sa, non ci pensa e non si cruccia.

La vita la butta via e mangia soltanto la buccia

Suo cugino in quel di Prato – suo cugino in quel di Prato

Buttava il cioccolato – buttava il cioccolato

E mangiava la carta

Suo cugino in quel di Prato

Un parente di Figline – un parente di Figline

Buttavia via le rose – buttava via le rose

E odorava le spine

Quel parente di Figline

Tanta gente non lo sa, non ci pensa e non si cruccia. La vita la butta via e mangia soltanto la buccia

Un suo zio di Firenze – un suo zio di Firenze

Buttava in mare i pesci – buttava in mare i pesci

E mangiava le lenze

Quel suo zio di Firenze

Un compare di Barberino – un compare di Barberino

Mangiava il bicchiere – mangiava il bicchiere

E buttava il vino

Quel compare di Barberino

Tanta gente non lo sa, non ci pensa e non si cruccia La vita la butta via e mangia soltanto la buccia!

La vita la butta via e mangia soltanto la buccia

Ecco Rodari ha sempre una morale. Ma questa è sempre esplicita, non è mai nascosta. Non vuole imbrogliare, garbato ma diretto ha una forte morale.

Quanto pesa una lacrima?

Secondo: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.

Il cielo è di tutti

Qualcuno che la sa lunga mi spieghi questo mistero: il cielo è di tutti gli occhi di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo. È del vecchio, del bambino, del re, dell’ortolano, del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero che non ne sia il padrone. Il coniglio spaurito ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi, ed ogni occhio, se vuole, si prende la luna intera, le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa e non manca mai niente: chi guarda il cielo per ultimo non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti, perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti.

Ma quella morale è sempre al fondo libertaria, irriverente verso il potere, anche a costo di promuovere una visione di non disciplina a scuola. Chissà se i maestri ne sono consapevoli e se se ne erano accorti in URSS.

La passeggiata di un distratto

–  Mamma, vado a fare una passeggiata.

–  Va’ pure, Giovanni, ma sta’ attento quando attraversi la strada.

–  Va bene, mamma. Ciao, mamma.

–  Sei sempre tanto distratto.

–  Si’, mamma. Ciao, mamma.

Giovannino esce allegramente e per il primo tratto di strada fa bene attenzione. Ogni tanto si ferma e si tocca.

–  Ci sono tutto? Si, – e ride da solo.

E così’ contento di stare attento che si mette a saltellare come un passero, ma poi s’incanta a guardare le vetrine, le macchine, le nuvole, e per forza cominciano i guai.

Un signore, molto gentilmente, lo rimprovera:

–  Ma che distratto, sei. Vedi? Hai già perso una mano.

–  Uh, è proprio vero. Ma che distratto, sono.

Si mette a cercare la mano e invece trova un barattolo vuoto. Sarà proprio vuoto? Vediamo. E cosa c’era dentro prima che fosse vuoto? Non sarà mica stato sempre vuoto fin dal primo giorno…

Giovanni si dimentica di cercare la mano, poi si dimentica anche del barattolo, perché ha visto un cane zoppo, ed ecco per raggiungere il cane zoppo prima che volti l’angolo perde tutto un braccio. Ma non se ne accorge nemmeno, e continua a correre.

Una buona donna lo chiama: – Giovanni, Giovanni, il tuo braccio!

Macché, non sente.

Pazienza, – dice la buona donna. – Glielo porterò alla sua mamma. E va a casa della mamma di Giovanni.

–              Signora, ho qui il braccio del suo figliolo.

–              Oh, quel distratto. Io non so più cosa fare e cosa dire.

–              Eh, si sa, i bambini sono tutti cosi.

Dopo un po’ arriva un’altra brava donna.

–              Signora, ho trovato un piede. Non sarà mica del Giovanni?

–              Ma si che è suo, lo riconosco dalla scarpa col buco. Oh, che figlio distratto mi è toccato. Non so piu’ cosa fare e cosa dire.

–              Eh, Si sa, i bambini sono tutti così.

Dopo un altro po’ arriva una vecchietta, poi il garzone del fornaio, Poi un tranviere, e perfino una maestra in pensione, e tutti portano qualche pezzetto di Giovanni: una gamba, un orecchio, il naso.

Ma ci può essere un ragazzo più distratto del mio?

–              Eh, signora, i bambini sono tutti Così

Finalmente arriva Giovanni, saltellando su una gamba Sola, senza piu’ orecchie nè braccia, ma allegro come sempre, allegro come un passero, e la sua mamma scuote la testa, lo rimette a posto e gli dà un bacio.

–              Manca niente, mamma? Sono stato bravo, mamma?

–              Sì Giovanni, sei stato proprio bravo.

Rodari è anche un po’ surrealista come rivendica verso la fine della sua vita. Ma anche riprende le favole antiche e i classici italiani per rivisitarli:

Il vestito di Arlecchino

Per fare un vestito ad arlecchino ci mise una toppa Meneghino, ne mise un’altra Pulcinella, una Gianduia, una Brighella. Pantalone, vecchio pidocchio, ci mise uno strappo sul ginocchio, e Stenterello, largo di mano qualche macchia di vino toscano. Colombina che lo cucì fece un vestito stretto così. Arlecchino lo mise lo stesso ma ci stava un tantino perplesso. Disse allora Balanzone, bolognese dottorone :

’Ti assicuro e te lo giuro

che ti andrà bene li mese venturo se osserverai la mia ricetta: un giorno digiuno e l’altro bolletta!.

I sette fratelli

C’erano sette fratelli che andavano per il mondo : sei erano sempre allegri, il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi perché non avevano fretta, il settimo invece perché non aveva la bicicletta .

Arrivarono a un castello che aveva sette finestre : sei erano spalancate, ma la settima era aperta.

Sette belle principesse insieme si affacciavano: sei piangevano, piangevano, ma la settima singhiozzava.

–      Perché piangete, sei principesse e voi settima perché singhiozzate?

–      Ah, se sapeste, quei giovani …

quanto siamo sfortunate:

di sette fidanzati

che ci misero l’anello al dito , sei sono scappati, il settimo invece è fuggito.

Sposateci noi altri, sarà la vostra fortuna, perché noi siamo in sette e voi, invece, sei più una.

4.1      La grammatica della fantasia

La Grammatica della fantasia è l’unico libro teorico di Rodari. Ma teorico alla sua maniera.

Originato da alcune lezioni per le insegnanti delle elementari di Reggio Emilia, raccoglie molti modi per sviluppare storie e favole. Veramente utile oltre che per i maestri, per i genitori.

Attenzione infatti che se anche sembra che lo stesso Rodari abbia usato alle volte queste tecniche, sono tecniche per sviluppare la creatività dei bambini.

La fantasia fa parte di noi come la ragione: guardare dentro la fantasia è un modo come un altro per guardare dentro noi stessi.

Alle volte ci sono esercizi meccanici:

E qui posso notare come nel processo apparentemente meccanico si cala, come in uno stampo, ma anche modificando lo stampo stesso, la mia ideologia. Sento l’eco di letture antiche e recenti. I mondi degli esclusi chiedono con prepotenza di essere nominati: orfanotrofi, riformatori, ricoveri per i vecchi, manicomi, aule scolastiche. La realtà fa irruzione nell’esercizio surrealistico.

Ma spesso Rodari dimostra di aver letto moltissimo e di aver messo nel libro un sunto di tutto quanto è utile allo sviluppo della fantastica.

Da manuale, ad esempio, è la parte che dopo aver ripreso le ricerche di Propp sulle favole, le applica ai film di James Bond, con l’uso di strumenti che poi serviranno nella storia successiva e il finale in cui c’è una variazione dell’eroe che sposa la principessa.

Dunque un libro teorico e godibile, pieno di esempi, anora una volta Rodari non si arrende ad un mondo che mortifichi la fantasia, vista come parte della nostra stessa essenza umana.

C’era due volte il barone Lamberto

È un romanzo strano. Piuttosto per grandi che per ragazzi, in qualche modo.

Si sente il pensiero della morte.

Leggere conclusione.

Dopo che nel 1979 in un viaggio in URSS gli si era bloccata la gamba, confidando in un buon chirurgo, ad aprile del 1980 si sottopone ad un intervento chirurgico, durante il quale scoprono un aneurisma non rivelato, morirà dopo tre giorni per complicazioni.

Cosa resta di Rodari oggi?

Una grande produzione editoriale ancora ristampata e apprezzata da ragazzi e da chi si ricorda di essere stato ragazzo.

Un rinnovamento profondo nella letteratura italiana dell’infanzia.

E –se mi permettete– la caduta del pregiudizio che la letteratura per i ragazzi sia letteratura di serie B. Dire Rodari è scrittore per ragazzi è riduttivo. È stato uno dei grandi poeti del ’900 italiano, ed ecco perché anche gli adulti lo leggono ancora ritrovando il suo garbo, l’astuzia vivace, la fantasia e l’onestà di Rodari.

Trilussa

Trilussa

Carlo Alberto Salustri, (1871 -1950) è più conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del cognome.

Inizi

Anche Trilussa, come Belli, fu orfano di padre a pochi anni e visse
sempre in certe ristrettezze economiche. Al contrario del Belli fu però
subito famoso. Commentava per i giornali i fatti del giorno, e con la
sua vistosa eleganza (come mostrano varie sue fotografie)
frequentava i bar di Roma (al contrario di Pascarella che già ai primi
del secolo per la sordità e le delusioni italiane si era molto
ritirato).

Faceva recital di sue poesie non solo a Roma. Ed ebbe in vita un
successo clamoroso. Tanto che anche in Bregaglia i maestri come Gianin
Gianotti lo facevano conoscere agli scolari.

La lingua di Trilussa più vicina all’italiano, non perché addolcisca la
lingua, ma perché la lingua nel frattempo era mutata. Però fu criticato
per una lingua piccolo-borghese e quindi intesa da alcuni meno vera. Ma
il dialetto è dialetto anche se è parlato da aristocratici.

E riguardo al suo certo qualunquismo. Cioè criticare tutti, senza portar
niente, c’è da dire che si lega al disincanto e al pessimismo, che
avevamo ritrovato anche in Belli, che lo porta a non avere illusioni
sulla situazione italiana e a criticare tutti i partiti politici. Ma
questo quindi non è qualunquismo, per altro termine nato nel secondo
dopoguerra, ma quel pessimismo che le cose possano realmente cambiare.

La politica

Ner modo de pensà c’è un gran divario: mi’ padre è democratico
cristiano, e, siccome è impiegato ar Vaticano, tutte le sere recita er
rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano è socialista
rivoluzzionario; io invece so’ monarchico, ar contrario de Ludovico
ch’è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso pe’ via de ’sti principî benedetti: chi
vô qua, chi vô là… Pare un congresso!

Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma ce dice so’ cotti li spaghetti semo
tutti d’accordo ner programma.

Che era un grande poeta si può vedere da un testo come questo che è del
1908.

L’incontro de li sovrani

Bandiere e banderole, penne e pennacchi ar vento, un luccichìo
d’argento de bajonette ar sole, e in mezzo a le fanfare spara er
cannone e pare che t’arimbombi dentro.

Ched’è?(1) chi se festeggia? È un Re che, in mezzo ar mare, su la
fregata reggia riceve un antro Re. Ecco che se l’abbraccica,(2) ecco
che lo sbaciucchia; zitto, ché adesso parleno…

-Stai bene? – Grazzie. E te? e la Reggina? – Allatta. – E er
Principino? – Succhia. – E er popolo? – Se gratta. – E er resto? – Va
da sé… – Benissimo! – Benone! La Patria sta stranquilla; annamo a
colazzione…

E er popolo lontano, rimasto su la riva, magna le nocchie(3) e
strilla: – Evviva, evviva, evviva… – E guarda la fregata sur mare
che sfavilla.

(dicembre 1908 1) Che cos’è? 2) L’abbraccia. 3) Le nocciole.)

Comunque in Trilussa come negli altri poeti romaneschi, e in fondo nel
popolo stesso, c’è sempre il sorriso, la satira, la battuta folgorante,
il castigat ridendo mores.

E questo lo rende sempre lieve da leggere, mai serioso o borioso, anche
nella denuncia. Già perché sotto la patina garbata, c’è comunque una
critica forte, ma forse con il sorriso più incisiva.

Che alle volte come con la statistica divenne proverbiale.

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa\
che serve pe fà un conto in generale\
de la gente che nasce, che sta male,\
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa\
è dove c’entra la percentuale,\
pè via che, lì, la media è sempre eguale\
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno\
seconno le statistiche d’adesso\
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,\
t’entra ne la statistica lo stesso\
perch’è c’è un antro che ne magna due.

Le poesie contro la prima guerra mondiale

Un paragrafo a parte sono le poesie contro la prima guerra mondiale.

Ne leggo, commozione permettendo, due: ma in ordine differente dalla
composizione. La prima del 1916 è sul secondo Natale di guerra e la
seconda era stata scritta con acume prima dell’entrata in guerra nel
1914 e poi musicata nel 1916.

Infatti dopo un lungo dibattito fra interventisti e non interventisti,
venne decisa, quasi con un colpo di mano, l’entrata in guerra. Ed allora
fu ancora più difficile dirne contro.

Ad esempio Vittorio Emanuele III all’entrata dell’Italia in guerra 24
maggio 1915 dichiarò: *«Cittadini e soldati, siate un esercito solo!
Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni
recriminazione è tradimento.» *

Natale di guerra

Ammalapena che s’è fatto giorno la prima luce è entrata ne la stalla e
er Bambinello s’è guardato attorno. – Che freddo, mamma mia! Chi
m’aripara? Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla? – Fijo, la legna è
diventata rara e costa troppo cara pé compralla… – E l’asinello mio
dov’è finito? – Trasporta la mitraja sur campo de battaja: è
requisito. – Er bove? – Puro quello fu mannato ar macello. – Ma li Re
maggi arriveno? – E’ impossibile perchè nun c’è la stella che li
guida; la stella nun vò uscì: poco se fida pè paura de quarche
dirigibbile… –

Er Bambinello ha chiesto: – Indove stanno tutti li campagnoli che
l’altr’anno portaveno la robba ne la grotta? Nun c’è neppure un sacco
de polenta, nemmeno una frocella de ricotta…

Fijo, li campagnoli stanno in guerra tutti ar campo e combatteno. La
mano che seminava er grano e che serviva pè vangaà la terra adesso viè
addoprata unicamente per ammazzà la gente… Guarda, laggiù, li lampi de
li bombardamenti! Li senti, Dio ce campi, li quattrocentoventi che
spaccheno li campi? –

Ner dì così la Madre der Signore s’è stretta er fijo ar core e s’è
asciugata l’occhi co’ le fasce. Una lagrima amara per chi nasce, una
lagrima dòrce per chi more.

Ninna nanna della guerra è un testo per una canzone.

Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vô la zinna1: dormi, dormi, cocco
bello, sennò chiamo Farfarello (2) Farfarello e Gujrmone (3) Gujermone
e Ceccopeppe (4) che se regge co’ le zeppe, co’ le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno ché se dormi nun vedrai tante infamie e tanti
guai che succedeno ner monno fra le spade e li fucilli de li popoli
civilli…

Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se
scanna per un matto che commanna; che se scanna e che s’ammazza a
vantaggio de la razza… o a vantaggio d’una fede per un Dio che nun
se vede, ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro.

Ché quer covo d’assassini che c’insanguina la terra sa benone che la
guerra è un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe’ li ladri
de le Borse.

Fa’ la ninna, cocco bello, finché dura ’sto macello: fa’ la ninna, ché
domani rivedremo li sovrani che se scambieno la stima boni amichi come prima. So’ cuggini e fra parenti nun se fanno comprimenti: torneranno più cordiali li rapporti personali.

E riuniti fra de loro senza l’ombra d’un rimorso, ce faranno un ber
discorso su la Pace e sul Lavoro pe’ quer popolo cojone risparmiato
dar cannone!

(ottobre 1914 ​1) La poppa. 2) Il diavolo. 3) Guglielmo II. 4) Francesco Giuseppe.)

Fra cent’anni

Da qui a cent’anni, quanno ritroveranno ner zappà la terra li resti de
li poveri sordati morti ammazzati in guerra, pensate un po’ che
montarozzo d’ossa, che fricandò de teschi scapperà fòra da la terra
smossa! Saranno eroi tedeschi, francesci, russi, ingresi, de tutti li
paesi. O gialla o rossa o nera, ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella, sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno tutti compagni, senza nessuna
diferenza. Nell’occhio vôto e fonno nun ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno. Ne la bocca scarnita nun resterà che l’urtima
risata a la minchionatura de la vita. E diranno fra loro: – Solo
adesso ciavemo per lo meno la speranza de godesse la pace e
l’uguajanza che cianno predicato tanto spesso!

31 gennaio 1915

Le favole

Dunque Trilussa si staccò anche dal sonetto e celebri divennero le sue
favole (che anche nel Belli avevano qualche precedente).

L’omo e la scimmia

L’Omo disse a la Scimmia: -Sei brutta , dispettosa: ma come sei
ridicola! ma quanto sei curiosa!

Quann’ io te vedo, rido: rido nun se sa quanto!… La Scimmia disse :

  • Sfido! T’ arissomijo tanto!

Er porco e er somaro

Una matina un povero Somaro Ner vede un Porco amico annà ar macello,
Sbottò in un pianto e disse: – Addio, fratello, Nun ce vedremo più nun
c’è riparo!

  • Bisogna esse’ filosofo,bisogna: – Je disse er Porco – via nun fa’ lo
    scemo, Chè forse un giorno ce ritroveremo In quarche mortatella de
    Bologna!

Er sorcio de città e er sorcio de campagna

Un Sorcio ricco de la capitale invitò a pranzo un Sorcio de campagna.

  • Vedrai che bel locale, vedrai come se magna… – je disse er Sorcio
    ricco – Sentirai! Antro che le caciotte de montagna! Pasticci dorci,
    gnocchi, timballi fatti apposta, un pranzo co’ li fiocchi! una
    cuccagna! – L’intessa sera, er Sorcio de campagna, ner traversà le
    sale intravidde ’na trappola anniscosta; – Collega, – disse –
    cominciamo male: nun ce sarà pericolo che poi…? – Macché, nun c’è
    paura: – j’arispose l’amico – qui da noi ce l’hanno messe pe’
    cojonatura. In campagna, capisco, nun se scappa, ché se piji un
    pochetto de farina ciai la tajola pronta che t’acchiappa; ma qui, se
    rubbi, nun avrai rimproveri. Le trappole so’ fatte pe’ li micchi: ce
    vanno drento li sorcetti poveri, mica ce vanno li sorcetti ricchi!

​(1) Gli sciocchi.

La cecala d’oggi

Una Cicala che pijava er fresco All’ombra der grispigno e de l’ortica
Pe’ dà’ la cojonella a ’na Formica Canto ’sto ritornello romanesco:
-Fiore de pane, lo me la godo, canto e sto benone, E invece tu fatichi
come un cane. Eh! da quì ar bervedè’ ce corre poco: – Rispose la
Formica- Non t’hai da crede’ mica Ch’er sole scotti sempre come er
foco! Ammomenti verrà la tramontana: Commare, stacce attenta… Quanno
venne l’inverno La Formica se chiuse ne la tana, Ma ner sentì’ che la
Cecala amica Seguitava a cantà’ tutta contenta, Uscì fora e je disse:
-Ancora canti? Ancora nu’ la pianti? Io? – fece la Cecala – manco a
dillo, Quer che facevo prima faccio adesso: Mò ciò l’amante: me mantiè
quer grillo Che ’sto giugno me stava sempre appresso Che dichi ?
l’onestà ? Quanto sei cicia! M’aricordo mi nonna che diceva: Chi
lavora cià appena una camicia, E sai chi ce n’ha due.? Chi se la leva.

​1) Cicerbita, specie d’insalata. 2) Per canzonare, dar la baia. 3) Di
poco spirito.

Er leone riconoscente

Ner deserto dell’Africa, un Leone che j’ era entrato un ago drento ar
piede, chiamò un Tenente pè l’operazzione. – Bravo! – je disse doppo –
lo t’aringrazzio: vedrai che sarò riconoscente d’avemme libberato da ’
sto strazio; qual’é er pensiere tuo? D’esse promosso? Embè, s’io posso
te darò ’ na mano… – E in quella notte istessa mantenne la promessa
più mejo d’un cristiano; ritornò dar Tenente e disse: – Amico, la
promozzione é certa, e te lo dico perché me sò magnato er Capitano.

Ma anche quasi favole sono le prossime due:

La spada e er cortello

Un vecchio Cortello diceva a la Spada: – Ferisco e sbudello la gente
de strada, e er sangue che caccio da quele ferite diventa un
fattaccio, diventa ’na lite…-

Rispose la Spada: – Io puro sbudello, ma faccio ’ste cose sortanto in
duello, e quanno la lama l’addopra er signore la lite se chiama
partita d’onore!

Carità cristiana

Er Chirichetto d’una sacrestia sfasciò l’ombrello su la groppa a un
gatto pe’ castigallo d’una porcheria. – Che fai? – je strillò er Prete
ner vedelllo – Ce vò un coraccio nero come er tuo pe’ menaje in quer
modo… Poverello!… – Che? – fece er Chirichetto – er gatto è suo? –
Er Prete disse: – No… ma è mio l’ombrello!-

Avarizzia Ho conosciuto un vecchio ricco, ma avaro: avaro a un punto
tale che guarda li quatrini ne lo specchio pe’ vede raddoppiato er
capitale.

Allora dice: – Quelli li do via perché ce faccio la beneficenza; ma
questi me li tengo pe’ prudenza… – E li ripone ne la scrivania.

Sotto il fascismo

Trilussa era troppo famoso per ricevere noie dal fascismo e non fece
neanche tanto contro di esso. Però non prese mai la tessera del partito
fascista e certe poesie anche se non così nette, sono con garbo, contro
il fascismo o alcuni suoi aspetti.

A chi diceva che per questo era stato un antifascista, egli rispondeva
di essere stato un non fascista.

Uno che svicola

Tu voressi sapè s’io so’propenso e me lo chiedi proprio sul tranvai!
Da la stessa domanna che me fai capisco che già sai come la penso.

Ecco…vedi…però…forse…se mai… Io dico pane ar pane,ma in compenso
so’stato sempre un omo de bon senso perchè me piace l’ordine e lo sai.

Dunque,su questo qui,nun se discute che essenno tutti quanti d’un
pensiero ciavemo le medesime vedute.

Der resto,tu, m’hai bello che capito… Dico bene?A proposito…ma è vero
che Giggia s’è divisa dar marito?

Acqua e vino

Se certe sere bevo troppo e er vino me fa quarchiduna de le sue,
benchè sto solo me ritrovo in due con un me stesso che me viè vicino e
muro-muro m’accompagna a casa pe’ sfuggì da la gente ficcanasa.

Io, se capisce, rido e me la canto, ma lui ce sforma e pe’ de più me
scoccia: – Nun senti che te gira la capoccia? Quanno la finirai de
beve tanto? – E’ vero, – dico – ma pe’ me è una cura contro la noja e
contro la paura.

Der resto tu lo sai come me piace! Quanno me trovo de cattivo umore un
bon goccetto m’arillegra er core, m’empie de gioja e me ridà la pace:
nun vedo più nessuno e in quer momento dico le cose come me la sento.

  • E questo è er guajo! – dice lui – Più bevi più te monti la testa e
    più discorri e nun pensi ar pericolo che corri quanno spiattelli
    quello che nun devi; sei sincero, va be’, ma ar giorno d’oggi come
    rimani se nun ciai l’appoggi?

Impara da Zi’ Checco: quello è un omo ch’usa prudenza e se controlla
in tutto: se pensa ch’er compare è un farabutto te dice ch’er compare
è un galantuomo, in modo ch’er medesimo pensiero je nasce bianco e
scappa fôri nero.

Tu, invece, quanno bevi co’ l’amichi, svaghi, te butti a pesce e nun
fai caso se ce n’è quarchiduno un po’ da naso pronto a pesà le buggere
che dichi, che magara t’approva e sotto sotto pija l’appunti e soffia
ner pancotto.

Stasera, a cena, hai detto quela favola der Pidocchio e la Piattola in
pensione: ma te pare una bell’educazzione de nominà ‘ste bestie
proprio a tavola senza nemmanco un occhio de riguardo pe’ l’amichi che
magneno? E’ un azzardo!

Co’ tutto che c’è sotto la morale la porcheria rimane porcheria: e se
quarcuno de la compagnia se sente un po’ pidocchio, resta male. Co’ la
piattola è peggio! Quanta gente vive sur pelo e nun sapemo gnente?

Le verità so’ belle, se capisce, ma pure in quelle ciabbisogna un
freno. Eh! Se ner monno se parlasse meno quante cose annerebbero più
lisce! Ch’er Padreterno te la manni bona da li discorsi fatti a la
carlona! –

E ammalappena er vino che ciò in testa sfuma nell’aria e me ritrovo
solo capisco d’avè torto e me consolo che in un’epoca nera come questa
s’incontri ancora quarche bon cristiano che, se sto pe’ cascà, me dà
una mano.

Questione de razza -Che cane buffo! E dove l’ hai trovato? – Er
vecchio me rispose: – é brutto assai, ma nun me lascia mai: s’ é
affezzionato. L’ unica compagnia che m’ é rimasta, fra tanti amichi, é
’ sto lupetto nero: nun é de razza, é vero, ma m’ é fedele e basta. Io
nun faccio questioni de colore: l’ azzioni bone e belle vengheno su
dar core sotto qualunque pelle.

Nummeri – Conterò poco, è vero: – diceva l’Uno ar Zero – ma tu che
vali? Gnente: propio gnente. Sia ne l’azzione come ner pensiero rimani
un coso voto e inconcrudente. lo, invece, se me metto a capofila de
cinque zeri tale e quale a te, lo sai quanto divento? Centomila. È
questione de nummeri. A un dipresso è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore più so’ li zeri che je vanno
appresso.

1944

Dopoguerra

Nel dopoguerra concluse la raccolta dei suoi scritti ed era sempre più
ammalato. Il Presidente della Repubblica, il liberale Luigi Einaudi lo
volle fare senatore a vita, che avvenne il 1° dicembre del 1950.
Trilussa che sarebbe morto poco dopo, disse che lo avevano fatto non
senatore a vita, ma senatore a morte.

Sarebbe morto il 21 dicembre, lo stesso giorno del Belli, di cui aveva
preso anche lo stesso pseudonimo nella Accademia tiberina.

Di lui si ricordano anche poesie crepuscolari, come si usava dire:

La felicità
C’è un ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e
se ne và… Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.

Giuseppe Gioachino Belli

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (1791 – 1863).

Già dai ridondanti nomi sappiamo che nasce in una famiglia agiata. Nato in una famiglia di un certo livello sociale, per via dell’arrivo delle truppe napoleoniche e poi della morte prematura del padre, visse in miseria fino a quando non sposò una ricca vedova. Quindi pur di discendenza nobile, ebbe modo di vivere e frequentare il popolo romano.

Reazionario per impostazione familiare, lesse e studiò anche gli illuministi e poi i romantici, ma rimase reazionario fino alla fine, anzi con l’età lo fu ancor di più. Divenne dall’1850 censore per il teatro vietando tra l’altro anche Shakespeare.

Pubblicò in italiano versi modesti. E fece trapelare alcuni dei suoi sonetti in romanesco.

Ma volle fare un monumento, nel senso di documento, ricordo, per la plebe romana (ispirato dal conoscere l’opera del milanese Carlo Porta) come lui stesso scrisse: inizio dell’introduzione ai sonetti.

Scrisse alla fine più di 2200 sonetti in romanesco.

Documento corposo (il più corposo fra i dialetti) ricchissimo anche come documento del romanesco. Scritto con una grafia pesante (che in alcune edizioni è alleggerita) per dar conto della pronuncia. Si legge spesso grazie ad un glossario a piè di pagina.

Il primo sonetto che vi presento è sul rapporto fra i preti e la gente di Roma.

Dovete considerare che lo Stato della chiesa era governato, in tutte le cariche direttive, da preti, i laici potevano avere solo incarichi esecutivi. Il popolo romano si era ribellato varie volte, e SPQR Senatus
populusque romanus
rappresenta la sigla del Comune di Roma, dunque ciò che qualche volta si era riuscito ad opporre al potere del Papa.

S. P. Q. R. (944)

​944. S.P.Q.R. Quell’esse, pe, ccú, erre, inarberate sur portone de
guasi oggni palazzo, quelle sò cquattro lettere der cazzo, che nun
vonno dí ggnente, compitate. M’aricordo però cche dda regazzo,cuanno
leggevo a fforza de frustate, me le trovavo sempre appiccicate
drent’in dell’abbeccé ttutte in un mazzo. Un giorno arfine me te venne
l’estro de dimannanne 1 un po’ la spiegazzione a ddon Furgenzio ch’era
er mi’ maestro. Ecco che mm’arispose don Furgenzio: «Ste lettre vonno
dí, ssor zomarone, Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio». Roma, 4
maggio 1833 1 Dimandarne.

In un grande numero di sonetti ci sono i sonetti più vari. Quelli scherzosi, quelli con gli elenchi di parole romanesche (il più famoso del genere è Il Padre de li Santi), quelli satirici sui costumi, come questo:

Er decoro (425)

​427. Er decoro Pussibbile che ttu cche ssei romana nun abbi da capí
sta gran sentenza, che ppe vvive in ner monno a la cristiana bisogna
lascià ssarva l’apparenza! Co cche ccore, peddìo!, co cche ccuscenza
vôi portà scritto in fronte: io sò pputtana? Nun ze pò ffa lle cose co
pprudenza? Abbi un po’ de ggiudizzio, sciarafana. 1 Guarda Fra Ddiego,
guarda Don Margutto: c’è bbarba-d’-omo che nne pò ddí ggnente? Be’, e
la viggijja magneno er presciutto. Duncue sta verità tiettela a mmente
che cquaggiù, Checca mia, se pò ffà ttutto, bbasta de nun dà scànnolo
a la ggente. Terni, 8 novembre 1832 – Der medemo 1 Ciarafana (c
striscicato), cioè: «stolida, baccellona».

La conoscenza del Belli delle storie bibliche appare ottima, anche se ci sono degli evidenti strafalcioni messi apposta. E sotto sotto c’è anche una critica illuministica che si fa strada, malgrado il Belli stesso o forse con l’alibi del popolano ignorante, Belli parla con più libertà.

Chi la tira, la strappa (1204)

​1205. Le bbestie der Paradiso Terrestre Prima d’Adamo, senza dubbio
arcuno er ceto de le bbestie de llà ffori fascéveno 1 una vita da
siggnori senza dipenne un cazzo 2 da ggnisuno. Ggnente cucchieri, 3
ggnente cacciatori, nò mmascelli, 4 nò bbòtte, nò ddiggiuno… E
rriguardo ar parlà, pparlava oggnuno come parleno adesso li dottori.
Venuto però Adamo a ffà er padrone, ecchete 5 l’archibbusci e la
mazzola, le carrozze e ’r zughillo 6 der bastone. E cquello è stato er
primo tempo in cui l’omo levò a le bbestie la parola pe pparlà ssolo e
avé rraggione lui. 19 dicembre 1834 1 Facevano. 2 Senza per nulla
dipendere. 3 Niente cocchieri. 4 Macelli. 5 Eccoti. 6 Il sugo.

​1206. Chi la tira, la strappa Fatto Adamo padron de l’animali,
incominciò addrittura a arzà l’ariaccia. 1 Nun zalutava, nun guardava
in faccia… come fussino 2 llà ttutti stivali. Nun c’er’antro 3 pe
llui che ccan 4 da caccia, caval 5 da sella, scampaggnate, 6 ssciali,
7 priscissione 8 coll’archi trionfali,musiche, e ccianerie 9 pe la
mojjaccia. 10 E l’animali, a ttutte ste molestie, de la nescessità,
ccome noi dimo, 11 fasceveno vertú, ppovere bbestie. Nun ce fu cch’er
Zerpente, che, vvedute tante tiranneríe, disse p’er primo: «Mó vve
bbuggero io, creste futtute». 16 aprile 1834 1 Alzare l’ariaccia:
levarsi in superbia. 2 Fossero. 3 Non c’era altro. 4 Cani. 5 Cavalli.
6 Diporti in campagna. 7 Gozzoviglie. 8 Processioni. 9 Foggie
eleganti. 10 Mogliaccia. 11 Diciamo.

Er giorno der Giudizzio (273)

​276. Er giorno der giudizzio Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca. Allora vierà ssù una
filastrocca de schertri da la terra a ppecorone, 1 pe rripijjà ffigura
de perzone, come purcini attorno de la bbiocca. 2 E sta bbiocca sarà
ddio bbenedetto, che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera: una pe annà
in cantina, una sur tetto. All’urtimo usscirà ’na sonajjera 3
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto, smorzeranno li lumi, e
bbona sera. 25 novembre 1831 – Der medemo 1 Camminando cioè con mani e
piedi. 2 Chioccia. 3 Un formicaio, ecc.

Ecco un sonetto legato alle funzioni religiose, che gioca con un’allusione.

Er miserere (1799) 1834. Er Miserere de la Sittimana Santa Sonetti 2
1° Tutti l’ingresi de Piazza de Spaggna nun hanno antro 1 che ddí ssi
cche ppiascere è de sentí a Ssan Pietro er miserere che
ggnisun’istrumento l’accompaggna. Defatti, cazzo!, in ne la gran
Bertaggna e in nell’antre cappelle furistiere chi ssa ddí ccom’a Rroma
in ste tre ssere Miserere mei Deo sicunnum maggna? Oggi sur maggna sce
sò stati un’ora; e ccantata accusí, ssangue dell’ua!, 2 quer maggna è
una parola che innamora. Prima l’ha ddetta un musico, poi dua, poi
tre, ppoi quattro; e ttutt’er coro allora j’ha ddato ggiú:
mmisericordiam tua. 31 marzo 1836 1 Altro. 2 Dell’uva.

Nonostante l’aforisma che dice: “A Papa Gregorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne dì male. E i 273 sonetti scritti contro di lui.

Belli dopo la repubblica romana del 1849 non scrisse più versi in romanesco e si chiuse in un suo pessimismo in cui vedeva che non si sarebbe potuto più conservare lo Stato più arretrato d’Europa, e non voleva però niente di nuovo.

Fu così che lasciò per testamento di distruggere tutti i suoi sonetti, che non erano stati mai pubblicati. Ma questo il figlio non lo fece e fu così che con Roma capitale si pubblicarono e diffusero dando spinta alla poesia dialettale romanesca.

Cesare Pascarella

Cesare Pascarella (1858 – 1940), fece vari viaggi, ma a Roma visse sempre nella zona di Campo Marzio.

Si forma nella Roma capitale di Italia, con i grandi cantieri e le grandi prospettive, con la popolazione che diviene in breve numerosa.

Egli è il poeta di Roma capitale del tempo umbertino, infatti anche se vivrà più a lungo dopo il 1911 a causa della sordità si isolerà.

PubblicaVilla Gloria, una collana di sonetti in romanesco per celebrare il tentativo tragico dei fratelli Cairoli di liberare Roma e per questo è poeta celebrato dal Carducci.

Fra i suoi viaggi ce n’è uno con D’Annunzio nel Far West dell’Italia di allora: la Sardegna. E la sua opera più celebre a Roma è la Scoperta dell’America, poema a collana di sonetti, in cui immagina al seguito di Colombo un popolano romano che racconta la sua avventura.

Ecco come inizia la Scoperta dell’America:

I. Ma che dichi? Ma leva mano, leva! Ma prima assai che lui l’avesse trovo, Ma sai da quanto tempo lo sapeva, Che ar monno c’era pure er monno novo! E siccome la gente ce rideva, Lui sai che fece un giorno? Prese un ovo, E lì in presenza a chi nun ce credeva, Je fece, dice: – Adesso ve lo provo. E lì, davanti a tutti, zitto zitto, Prese quell’ovo e, senza complimenti, Pàffete! je lo fece aregge’ dritto. Eh! ner vedé’ quell’ovo dritto in piede, Pure li più contrarî più scontenti, Eh, sammarco! ce cominciorno a
crede’.

​II. Ce cominciorno a crede’, sissignora; Ma, ar solito, a sto porco de paese Si vòrse trovà’ appoggio pe’ le spese De la Scoperta, je toccò a annà’ fora. E siccome a quer tempo lì d’allora, Regnava un re de Spagna portoghese, Agnede in Portogallo e lì je chiese De poteje parlà’ p’ un quarto d’ora. Je fece ’na parlata un po’ generica, E poi je disse: – Io avrebbe l’intenzione, Si lei m’aiuta, de scoprì’ l’America. – Eh, fece er re, ched’era un omo esperto, Sì, v’aiuto… Ma, no pe’ fa’ eccezione, Ma st’America c’è? ne sete certo?

Ed ecco l’incontro con i nativi americani, pieno di comici anacronismi.

​XXIX. – E quelli? – Quelli? Je successe questa: Che mentre, lì, framezzo ar villutello34 Cusì arto, p’entrà’ ne la foresta Rompeveno li rami cór cortello. Veddero un fregno buffo, co’ la testa Dipinta come fosse un giocarello, Vestito mezzo ignudo, co’ ’na cresta Tutta formata de penne d’ucello. Se fermorno. Se fecero coraggio… – Ah quell’omo! je fecero, chi sete? – E, fece, chi ho da esse’? So’ ’n servaggio. E voiantri quaggiù chi ve ce manna? – Ah, je fecero, voi lo saperete Quanno vedremo er re che ve commanna.

​XXX. E quello, allora, je fece er piacere De portalli dar re, ch’era
un surtano, Vestito tutto d’oro: co’ ’n cimiere De penne che pareva un
musurmano. E quelli allora, co’ bone maniere, Dice: – Sa? noi venimo
da lontano, Per cui, dice, vorressimo sapere Si lei siete o nun siete
americano. – Che dite? fece lui, de dove semo? Semo de qui; ma come
so’ chiamati Sti posti, fece, noi nu’ lo sapemo. – Ma vedi si in che
modo procedeveno! Te basta a dì’ che lì c’ereno nati Ne l’America, e
manco lo sapeveno.

L’opera di Pascarella è disponibile grazie a LiberLiber.it qui

Dialetto romanesco

Questo è un dialetto italiano, ma nell’accezione più stretta del termine. Infatti spesso si dicono dialetti italiani il siciliano o il lombardo, perché parlati in Italia, ma, forse più propriamente, i dialetti italiani sono quelli parlati nell’Italia centrale: il Toscano, l’Umbro, il Marchigiano, i dialetti laziali e il romanesco.

Il romano o romanesco (che è definizione del Belli, ma già in partenza peggiorativa), si differenzia già dal cinquecento dai dialetti laziali. La spiegazione che se ne dà è nella presenza già dal quattrocento di una curia con molti mercanti toscani e parlanti toscani, che portavano con sé una lingua già più letteraria. Con la vicinanza che c’era a quei tempi fra aristocratici e popolani, si ebbe quindi un’evoluzione del dialetto laziale di Roma influenzato dal parlare piuttosto italiano della coorte papale.

Grazie al Belli conosciamo il dialetto della Roma del primo ottocento. Poi il romanesco si evolverà con grande velocità con l’aumento della popolazione dopo che nel 1870 Roma diverrà la capitale del Regno d’Italia.

Certo, come si vede già in Trilussa, il romanesco diviene quasi solo una parlata dell’italiano, ma presentava e presenta tuttora alcune caratteristiche proprie. Ed è da sottolineare d’altro canto la capacità di divenire la lingua di tutte le genti che arrivano da fuori. Infatti per i piemontesi, che riempiranno i ministeri, o per i veneti che verranno nella zona di Latina, ma anche per i laziali, il romanesco proprio per la sua vicinanza all’italiano diverrà presto la loro lingua.

Adesso si è espanso in tutto il Lazio, e termini romaneschi sono entrati anche nell’uso dell’italiano parlato da altri parlanti. Uno dei motivi va visto anche nel cinema, che nasce a Roma come industria, e che porta con la commedia all’italiana il romanesco per tutta Italia. Anche se a dire il vero ne presenta spesso gli aspetti più grevi e ignoranti.

Caratteristiche

Ci sono varie caratteristiche che saltano subito all’orecchio. La presenza del rotacismo: dorce (per dolce), il “ts” al posto della esse dopo consonante: perzona (per persona), l’assimilazione, callo (per caldo), e alcune doppie che mancano o ci sono: “Tera, chitara e guera con du ere, sinnò è erore”, la caduta di dittonghi, bono (invece che buono).

Fra le caratteristiche grammaticali abbiamo l’articolo er (per il), composto con der o ’nder.

C’è un articolo dimostrativo e un pronome: stò e questo.

Quattro coniugazioni: annà, volé, sentì, aregge.

Avé è il verbo avere, come ausiliare, mentre avecce, è avere nel senso di possedere, da cui quell’onnipresente: c’ho. ‘`Ho magnato quello che me so magnato, e mò c’ho na panza’’.

Caratteristiche della parlata romana, che ritroveremo in alcune poesie, sono le parolacce, usate per intercalare e separate dai riferimenti sessuali cui spesso provengono. Mentre non erano frequenti le bestemmie, al contrario del fiorentino.

Più in generale poi c’è un atteggiamento che ritroveremo anche nei poeti, un atteggiamento disincantato, satirico, con la battuta che cela qualcosa di serio, con il non prendere sul serio chi pensa di essere qualcuno, con lo sfottò (a volte esagerato), con un certo pessimismo sulla storia umana.

Sonetto

Il sonetto è una forma classica della poesia italiana e dunque anche del
romanesco.

È costituito da 14 versi endecasillabi, cioè generalmente di undici sillabe. Di tipo maggiore, ad esempio, per citare il toscano Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita (settenario+quinario) e del tipo minore: mi ritrovai per una selva oscura (quinario+settenario).

I versi sono divisi in 2 quartine, con rima alternata o incrociata, e 2 terzine a rima varia.

Ecco un esempio di sonetto di Trilussa:

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa\
che serve pe fà un conto in generale\
de la gente che nasce, che sta male,\
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa\
è dove c’entra la percentuale,\
pè via che, lì, la media è sempre eguale\
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno\
seconno le statistiche d’adesso\
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,\
t’entra ne la statistica lo stesso\
perch’è c’è un antro che ne magna due.