Cesare Pascarella (1858 – 1940), fece vari viaggi, ma a Roma visse sempre nella zona di Campo Marzio.

Si forma nella Roma capitale di Italia, con i grandi cantieri e le grandi prospettive, con la popolazione che diviene in breve numerosa.

Egli è il poeta di Roma capitale del tempo umbertino, infatti anche se vivrà più a lungo dopo il 1911 a causa della sordità si isolerà.

PubblicaVilla Gloria, una collana di sonetti in romanesco per celebrare il tentativo tragico dei fratelli Cairoli di liberare Roma e per questo è poeta celebrato dal Carducci.

Fra i suoi viaggi ce n’è uno con D’Annunzio nel Far West dell’Italia di allora: la Sardegna. E la sua opera più celebre a Roma è la Scoperta dell’America, poema a collana di sonetti, in cui immagina al seguito di Colombo un popolano romano che racconta la sua avventura.

Ecco come inizia la Scoperta dell’America:

I. Ma che dichi? Ma leva mano, leva! Ma prima assai che lui l’avesse trovo, Ma sai da quanto tempo lo sapeva, Che ar monno c’era pure er monno novo! E siccome la gente ce rideva, Lui sai che fece un giorno? Prese un ovo, E lì in presenza a chi nun ce credeva, Je fece, dice: – Adesso ve lo provo. E lì, davanti a tutti, zitto zitto, Prese quell’ovo e, senza complimenti, Pàffete! je lo fece aregge’ dritto. Eh! ner vedé’ quell’ovo dritto in piede, Pure li più contrarî più scontenti, Eh, sammarco! ce cominciorno a
crede’.

​II. Ce cominciorno a crede’, sissignora; Ma, ar solito, a sto porco de paese Si vòrse trovà’ appoggio pe’ le spese De la Scoperta, je toccò a annà’ fora. E siccome a quer tempo lì d’allora, Regnava un re de Spagna portoghese, Agnede in Portogallo e lì je chiese De poteje parlà’ p’ un quarto d’ora. Je fece ’na parlata un po’ generica, E poi je disse: – Io avrebbe l’intenzione, Si lei m’aiuta, de scoprì’ l’America. – Eh, fece er re, ched’era un omo esperto, Sì, v’aiuto… Ma, no pe’ fa’ eccezione, Ma st’America c’è? ne sete certo?

Ed ecco l’incontro con i nativi americani, pieno di comici anacronismi.

​XXIX. – E quelli? – Quelli? Je successe questa: Che mentre, lì, framezzo ar villutello34 Cusì arto, p’entrà’ ne la foresta Rompeveno li rami cór cortello. Veddero un fregno buffo, co’ la testa Dipinta come fosse un giocarello, Vestito mezzo ignudo, co’ ’na cresta Tutta formata de penne d’ucello. Se fermorno. Se fecero coraggio… – Ah quell’omo! je fecero, chi sete? – E, fece, chi ho da esse’? So’ ’n servaggio. E voiantri quaggiù chi ve ce manna? – Ah, je fecero, voi lo saperete Quanno vedremo er re che ve commanna.

​XXX. E quello, allora, je fece er piacere De portalli dar re, ch’era
un surtano, Vestito tutto d’oro: co’ ’n cimiere De penne che pareva un
musurmano. E quelli allora, co’ bone maniere, Dice: – Sa? noi venimo
da lontano, Per cui, dice, vorressimo sapere Si lei siete o nun siete
americano. – Che dite? fece lui, de dove semo? Semo de qui; ma come
so’ chiamati Sti posti, fece, noi nu’ lo sapemo. – Ma vedi si in che
modo procedeveno! Te basta a dì’ che lì c’ereno nati Ne l’America, e
manco lo sapeveno.

L’opera di Pascarella è disponibile grazie a LiberLiber.it qui