Max Roach

Danno oggi la notizia i giornali, della morte a 83 anni di Max Roach. Max Roach era un batterista jazz che ha accompagnato moltissimi grandi musicisti e ha diretto vari gruppi. Dal be-bop all’hard-bop, passando per il cool jazz, era in qualche modo “il batterista” in quel lungo arco di anni. Cosa lo faceva così ricercato e acclamato?

Penso che non era solo per la perfezione nell’accompagnamento e nella vivacità del suo tessuto ritmico, ma perché al virtuosismo legava una certa raffinatezza. Spesso i batteristi tendono ad essere un po’ eccessivi e “pesanti” per farsi apprezzare, Max Roach restava elegante, faceva della batteria uno strumento espressivo al pari degli altri. E per questo ha fatto scuola.

Ricordo, quando lo vidi dal vivo a Roma, anche la sua allegria nel suonare. Era con un suo gruppo, un quintetto, e gli organizzatori sembrava non sapessero chi avevano invitato. Infatti visti i tanti che si erano prenotati, avevano spostato il concerto -un giorno prima- in un ex-cinema di periferia. Piuttosto grande ma squallido, l’ex-cinema, con il palco un po’ in penombra, si era riempito del tutto e faceva molto caldo. Ma l’entusiasmo del pubblico e di Max Roach non era intaccato e l’allegria che comunicavano contagiosa. Ricordo anche un assolo fatto solamente con il rullante, un pezzo da virtuoso, ma svolto sempre con eleganza.

Arrivederci Max. Sì, non dico addio, ma arrivederci. Come cristiano credo nel Regno di Dio, e penso che, anche se nessuno lo può descrivere, quando saremo in quel luogo meraviglioso avremo l’opportunità gioiosa di incontrarci e di andare a sentire i grandi musicisti, anche in formazioni inedite. E magari potrò anch’io suonare un blues in un gruppo con Max Roach alla batteria rendendo gloria a Dio.

Blues Brothers

Si trovano molte informazioni e molti commenti scritti sul bel film “The Blues Brothers”, come ad esempio su Wikipedia,, perché è un film diventato un cult-movie. Ecco allora solo due o tre cose…

Il film dei Blues Brothers può essere visto anche come un viaggio alle radici della musica Rhythm&Blues. C’è il blues, naturalmente, la Soul-Music, fra l’altro c’è un brano di Otis Redding, c’è il Rock&Roll, c’è anche la musica Country e anche una specie di omaggio alla musica italiana, la “grande” canzone napoletana, con una sua forza, e la canzonetta cantata in modo deprimente: “Quando, quando, quando”.

C’è il jazz degli anni ’30 con Cab Calloway e un’attenzione ai diritti civili dei neri da cui anche la musica ha tratto forza (si vedano le foto che ha Calloway nello scantinato in cui vive, l’ovvia contrarietà ai nazi dell’Illinois e “Freedom” cantata da Aretha Franklin).

Naturalmente, da non dimenticare, c’è l’omaggio alla musica della chiesa. La musica di chiesa, in questo caso, è la musica delle chiese evangeliche, è la musica nera degli spiritual e dei gospel. Tanti che cantano gospel non sanno bene cosa stanno eseguendo. Non è solo una musica con qualche riferimento religioso, ma inni del nostro culto. James Brown, naturalmente fa una parodia del predicatore afro-americano, ma nell’economia del film quella non è una scena trascurabile, anzi.

Un altro dei fili che percorrono il film, infatti, è quello sintetizzato dalla frase, più volte ripetuta: “Siamo in missione per conto di Dio”. Nella trama, infatti, i Blues Brothers vogliono fare un azione di salvataggio per il loro ex-orfanotrofio cattolico, e trovano la fede in una chiesa evangelica battista (scena eliminata nella versione italiana). Direte voi, “a parte che hanno un’insofferenza naturale per i neo-nazisti dell’Illinois, non sono certo un buon esempio di cristiani…”

È proprio qui però che un po’ di teologia evangelica non guasta. In effetti “hanno visto la luce”, è inequivocabile nel film, cioè hanno ricevuto la fede, ma questo per una comprensione evangelica non si traduce in una automatica e completa santità di vita, si è peccatori e giustificati nello stesso tempo. Dunque la missione, la vocazione, l’incarico per conto di Dio, è il filo che regge tutto il film.

“I Blues Brothers” quindi è un film che racconta la storia di una missione (proprio nel senso religioso del termine) da compiere. Missione che i protagonisti portano a termine grazie all’aiuto dall’Alto, si vedano i tanti fatti “miracolosi”, improbabili del film. Missione che concludono pur compiendo tanti errori, ma dalla loro musica si vede con quanta passione la vivono.

Potreste dire: “È una visione un po’ troppo cristianizzata!”. Non mi sembra proprio. Pensate quando sono finalmente sul palco e il pubblico è freddo e un po’ arrabbiato, cantano una sola canzone, ma che accende gli animi: “Everybody need somebody to love” (Ognuno ha bisogno di qualcuno da amare). Non dicono la banalità che ognuno ha bisogno di sentirsi amato, ma che invece ognuno ha bisogno di amare. Che altro è, se non un inno cristiano?