Trilussa

Trilussa

Carlo Alberto Salustri, (1871 -1950) è più conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del cognome.

Inizi

Anche Trilussa, come Belli, fu orfano di padre a pochi anni e visse
sempre in certe ristrettezze economiche. Al contrario del Belli fu però
subito famoso. Commentava per i giornali i fatti del giorno, e con la
sua vistosa eleganza (come mostrano varie sue fotografie)
frequentava i bar di Roma (al contrario di Pascarella che già ai primi
del secolo per la sordità e le delusioni italiane si era molto
ritirato).

Faceva recital di sue poesie non solo a Roma. Ed ebbe in vita un
successo clamoroso. Tanto che anche in Bregaglia i maestri come Gianin
Gianotti lo facevano conoscere agli scolari.

La lingua di Trilussa più vicina all’italiano, non perché addolcisca la
lingua, ma perché la lingua nel frattempo era mutata. Però fu criticato
per una lingua piccolo-borghese e quindi intesa da alcuni meno vera. Ma
il dialetto è dialetto anche se è parlato da aristocratici.

E riguardo al suo certo qualunquismo. Cioè criticare tutti, senza portar
niente, c’è da dire che si lega al disincanto e al pessimismo, che
avevamo ritrovato anche in Belli, che lo porta a non avere illusioni
sulla situazione italiana e a criticare tutti i partiti politici. Ma
questo quindi non è qualunquismo, per altro termine nato nel secondo
dopoguerra, ma quel pessimismo che le cose possano realmente cambiare.

La politica

Ner modo de pensà c’è un gran divario: mi’ padre è democratico
cristiano, e, siccome è impiegato ar Vaticano, tutte le sere recita er
rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano è socialista
rivoluzzionario; io invece so’ monarchico, ar contrario de Ludovico
ch’è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso pe’ via de ’sti principî benedetti: chi
vô qua, chi vô là… Pare un congresso!

Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma ce dice so’ cotti li spaghetti semo
tutti d’accordo ner programma.

Che era un grande poeta si può vedere da un testo come questo che è del
1908.

L’incontro de li sovrani

Bandiere e banderole, penne e pennacchi ar vento, un luccichìo
d’argento de bajonette ar sole, e in mezzo a le fanfare spara er
cannone e pare che t’arimbombi dentro.

Ched’è?(1) chi se festeggia? È un Re che, in mezzo ar mare, su la
fregata reggia riceve un antro Re. Ecco che se l’abbraccica,(2) ecco
che lo sbaciucchia; zitto, ché adesso parleno…

-Stai bene? – Grazzie. E te? e la Reggina? – Allatta. – E er
Principino? – Succhia. – E er popolo? – Se gratta. – E er resto? – Va
da sé… – Benissimo! – Benone! La Patria sta stranquilla; annamo a
colazzione…

E er popolo lontano, rimasto su la riva, magna le nocchie(3) e
strilla: – Evviva, evviva, evviva… – E guarda la fregata sur mare
che sfavilla.

(dicembre 1908 1) Che cos’è? 2) L’abbraccia. 3) Le nocciole.)

Comunque in Trilussa come negli altri poeti romaneschi, e in fondo nel
popolo stesso, c’è sempre il sorriso, la satira, la battuta folgorante,
il castigat ridendo mores.

E questo lo rende sempre lieve da leggere, mai serioso o borioso, anche
nella denuncia. Già perché sotto la patina garbata, c’è comunque una
critica forte, ma forse con il sorriso più incisiva.

Che alle volte come con la statistica divenne proverbiale.

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa\
che serve pe fà un conto in generale\
de la gente che nasce, che sta male,\
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa\
è dove c’entra la percentuale,\
pè via che, lì, la media è sempre eguale\
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno\
seconno le statistiche d’adesso\
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,\
t’entra ne la statistica lo stesso\
perch’è c’è un antro che ne magna due.

Le poesie contro la prima guerra mondiale

Un paragrafo a parte sono le poesie contro la prima guerra mondiale.

Ne leggo, commozione permettendo, due: ma in ordine differente dalla
composizione. La prima del 1916 è sul secondo Natale di guerra e la
seconda era stata scritta con acume prima dell’entrata in guerra nel
1914 e poi musicata nel 1916.

Infatti dopo un lungo dibattito fra interventisti e non interventisti,
venne decisa, quasi con un colpo di mano, l’entrata in guerra. Ed allora
fu ancora più difficile dirne contro.

Ad esempio Vittorio Emanuele III all’entrata dell’Italia in guerra 24
maggio 1915 dichiarò: *«Cittadini e soldati, siate un esercito solo!
Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni
recriminazione è tradimento.» *

Natale di guerra

Ammalapena che s’è fatto giorno la prima luce è entrata ne la stalla e
er Bambinello s’è guardato attorno. – Che freddo, mamma mia! Chi
m’aripara? Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla? – Fijo, la legna è
diventata rara e costa troppo cara pé compralla… – E l’asinello mio
dov’è finito? – Trasporta la mitraja sur campo de battaja: è
requisito. – Er bove? – Puro quello fu mannato ar macello. – Ma li Re
maggi arriveno? – E’ impossibile perchè nun c’è la stella che li
guida; la stella nun vò uscì: poco se fida pè paura de quarche
dirigibbile… –

Er Bambinello ha chiesto: – Indove stanno tutti li campagnoli che
l’altr’anno portaveno la robba ne la grotta? Nun c’è neppure un sacco
de polenta, nemmeno una frocella de ricotta…

Fijo, li campagnoli stanno in guerra tutti ar campo e combatteno. La
mano che seminava er grano e che serviva pè vangaà la terra adesso viè
addoprata unicamente per ammazzà la gente… Guarda, laggiù, li lampi de
li bombardamenti! Li senti, Dio ce campi, li quattrocentoventi che
spaccheno li campi? –

Ner dì così la Madre der Signore s’è stretta er fijo ar core e s’è
asciugata l’occhi co’ le fasce. Una lagrima amara per chi nasce, una
lagrima dòrce per chi more.

Ninna nanna della guerra è un testo per una canzone.

Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vô la zinna1: dormi, dormi, cocco
bello, sennò chiamo Farfarello (2) Farfarello e Gujrmone (3) Gujermone
e Ceccopeppe (4) che se regge co’ le zeppe, co’ le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno ché se dormi nun vedrai tante infamie e tanti
guai che succedeno ner monno fra le spade e li fucilli de li popoli
civilli…

Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se
scanna per un matto che commanna; che se scanna e che s’ammazza a
vantaggio de la razza… o a vantaggio d’una fede per un Dio che nun
se vede, ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro.

Ché quer covo d’assassini che c’insanguina la terra sa benone che la
guerra è un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe’ li ladri
de le Borse.

Fa’ la ninna, cocco bello, finché dura ’sto macello: fa’ la ninna, ché
domani rivedremo li sovrani che se scambieno la stima boni amichi come prima. So’ cuggini e fra parenti nun se fanno comprimenti: torneranno più cordiali li rapporti personali.

E riuniti fra de loro senza l’ombra d’un rimorso, ce faranno un ber
discorso su la Pace e sul Lavoro pe’ quer popolo cojone risparmiato
dar cannone!

(ottobre 1914 ​1) La poppa. 2) Il diavolo. 3) Guglielmo II. 4) Francesco Giuseppe.)

Fra cent’anni

Da qui a cent’anni, quanno ritroveranno ner zappà la terra li resti de
li poveri sordati morti ammazzati in guerra, pensate un po’ che
montarozzo d’ossa, che fricandò de teschi scapperà fòra da la terra
smossa! Saranno eroi tedeschi, francesci, russi, ingresi, de tutti li
paesi. O gialla o rossa o nera, ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella, sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno tutti compagni, senza nessuna
diferenza. Nell’occhio vôto e fonno nun ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno. Ne la bocca scarnita nun resterà che l’urtima
risata a la minchionatura de la vita. E diranno fra loro: – Solo
adesso ciavemo per lo meno la speranza de godesse la pace e
l’uguajanza che cianno predicato tanto spesso!

31 gennaio 1915

Le favole

Dunque Trilussa si staccò anche dal sonetto e celebri divennero le sue
favole (che anche nel Belli avevano qualche precedente).

L’omo e la scimmia

L’Omo disse a la Scimmia: -Sei brutta , dispettosa: ma come sei
ridicola! ma quanto sei curiosa!

Quann’ io te vedo, rido: rido nun se sa quanto!… La Scimmia disse :

  • Sfido! T’ arissomijo tanto!

Er porco e er somaro

Una matina un povero Somaro Ner vede un Porco amico annà ar macello,
Sbottò in un pianto e disse: – Addio, fratello, Nun ce vedremo più nun
c’è riparo!

  • Bisogna esse’ filosofo,bisogna: – Je disse er Porco – via nun fa’ lo
    scemo, Chè forse un giorno ce ritroveremo In quarche mortatella de
    Bologna!

Er sorcio de città e er sorcio de campagna

Un Sorcio ricco de la capitale invitò a pranzo un Sorcio de campagna.

  • Vedrai che bel locale, vedrai come se magna… – je disse er Sorcio
    ricco – Sentirai! Antro che le caciotte de montagna! Pasticci dorci,
    gnocchi, timballi fatti apposta, un pranzo co’ li fiocchi! una
    cuccagna! – L’intessa sera, er Sorcio de campagna, ner traversà le
    sale intravidde ’na trappola anniscosta; – Collega, – disse –
    cominciamo male: nun ce sarà pericolo che poi…? – Macché, nun c’è
    paura: – j’arispose l’amico – qui da noi ce l’hanno messe pe’
    cojonatura. In campagna, capisco, nun se scappa, ché se piji un
    pochetto de farina ciai la tajola pronta che t’acchiappa; ma qui, se
    rubbi, nun avrai rimproveri. Le trappole so’ fatte pe’ li micchi: ce
    vanno drento li sorcetti poveri, mica ce vanno li sorcetti ricchi!

​(1) Gli sciocchi.

La cecala d’oggi

Una Cicala che pijava er fresco All’ombra der grispigno e de l’ortica
Pe’ dà’ la cojonella a ’na Formica Canto ’sto ritornello romanesco:
-Fiore de pane, lo me la godo, canto e sto benone, E invece tu fatichi
come un cane. Eh! da quì ar bervedè’ ce corre poco: – Rispose la
Formica- Non t’hai da crede’ mica Ch’er sole scotti sempre come er
foco! Ammomenti verrà la tramontana: Commare, stacce attenta… Quanno
venne l’inverno La Formica se chiuse ne la tana, Ma ner sentì’ che la
Cecala amica Seguitava a cantà’ tutta contenta, Uscì fora e je disse:
-Ancora canti? Ancora nu’ la pianti? Io? – fece la Cecala – manco a
dillo, Quer che facevo prima faccio adesso: Mò ciò l’amante: me mantiè
quer grillo Che ’sto giugno me stava sempre appresso Che dichi ?
l’onestà ? Quanto sei cicia! M’aricordo mi nonna che diceva: Chi
lavora cià appena una camicia, E sai chi ce n’ha due.? Chi se la leva.

​1) Cicerbita, specie d’insalata. 2) Per canzonare, dar la baia. 3) Di
poco spirito.

Er leone riconoscente

Ner deserto dell’Africa, un Leone che j’ era entrato un ago drento ar
piede, chiamò un Tenente pè l’operazzione. – Bravo! – je disse doppo –
lo t’aringrazzio: vedrai che sarò riconoscente d’avemme libberato da ’
sto strazio; qual’é er pensiere tuo? D’esse promosso? Embè, s’io posso
te darò ’ na mano… – E in quella notte istessa mantenne la promessa
più mejo d’un cristiano; ritornò dar Tenente e disse: – Amico, la
promozzione é certa, e te lo dico perché me sò magnato er Capitano.

Ma anche quasi favole sono le prossime due:

La spada e er cortello

Un vecchio Cortello diceva a la Spada: – Ferisco e sbudello la gente
de strada, e er sangue che caccio da quele ferite diventa un
fattaccio, diventa ’na lite…-

Rispose la Spada: – Io puro sbudello, ma faccio ’ste cose sortanto in
duello, e quanno la lama l’addopra er signore la lite se chiama
partita d’onore!

Carità cristiana

Er Chirichetto d’una sacrestia sfasciò l’ombrello su la groppa a un
gatto pe’ castigallo d’una porcheria. – Che fai? – je strillò er Prete
ner vedelllo – Ce vò un coraccio nero come er tuo pe’ menaje in quer
modo… Poverello!… – Che? – fece er Chirichetto – er gatto è suo? –
Er Prete disse: – No… ma è mio l’ombrello!-

Avarizzia Ho conosciuto un vecchio ricco, ma avaro: avaro a un punto
tale che guarda li quatrini ne lo specchio pe’ vede raddoppiato er
capitale.

Allora dice: – Quelli li do via perché ce faccio la beneficenza; ma
questi me li tengo pe’ prudenza… – E li ripone ne la scrivania.

Sotto il fascismo

Trilussa era troppo famoso per ricevere noie dal fascismo e non fece
neanche tanto contro di esso. Però non prese mai la tessera del partito
fascista e certe poesie anche se non così nette, sono con garbo, contro
il fascismo o alcuni suoi aspetti.

A chi diceva che per questo era stato un antifascista, egli rispondeva
di essere stato un non fascista.

Uno che svicola

Tu voressi sapè s’io so’propenso e me lo chiedi proprio sul tranvai!
Da la stessa domanna che me fai capisco che già sai come la penso.

Ecco…vedi…però…forse…se mai… Io dico pane ar pane,ma in compenso
so’stato sempre un omo de bon senso perchè me piace l’ordine e lo sai.

Dunque,su questo qui,nun se discute che essenno tutti quanti d’un
pensiero ciavemo le medesime vedute.

Der resto,tu, m’hai bello che capito… Dico bene?A proposito…ma è vero
che Giggia s’è divisa dar marito?

Acqua e vino

Se certe sere bevo troppo e er vino me fa quarchiduna de le sue,
benchè sto solo me ritrovo in due con un me stesso che me viè vicino e
muro-muro m’accompagna a casa pe’ sfuggì da la gente ficcanasa.

Io, se capisce, rido e me la canto, ma lui ce sforma e pe’ de più me
scoccia: – Nun senti che te gira la capoccia? Quanno la finirai de
beve tanto? – E’ vero, – dico – ma pe’ me è una cura contro la noja e
contro la paura.

Der resto tu lo sai come me piace! Quanno me trovo de cattivo umore un
bon goccetto m’arillegra er core, m’empie de gioja e me ridà la pace:
nun vedo più nessuno e in quer momento dico le cose come me la sento.

  • E questo è er guajo! – dice lui – Più bevi più te monti la testa e
    più discorri e nun pensi ar pericolo che corri quanno spiattelli
    quello che nun devi; sei sincero, va be’, ma ar giorno d’oggi come
    rimani se nun ciai l’appoggi?

Impara da Zi’ Checco: quello è un omo ch’usa prudenza e se controlla
in tutto: se pensa ch’er compare è un farabutto te dice ch’er compare
è un galantuomo, in modo ch’er medesimo pensiero je nasce bianco e
scappa fôri nero.

Tu, invece, quanno bevi co’ l’amichi, svaghi, te butti a pesce e nun
fai caso se ce n’è quarchiduno un po’ da naso pronto a pesà le buggere
che dichi, che magara t’approva e sotto sotto pija l’appunti e soffia
ner pancotto.

Stasera, a cena, hai detto quela favola der Pidocchio e la Piattola in
pensione: ma te pare una bell’educazzione de nominà ‘ste bestie
proprio a tavola senza nemmanco un occhio de riguardo pe’ l’amichi che
magneno? E’ un azzardo!

Co’ tutto che c’è sotto la morale la porcheria rimane porcheria: e se
quarcuno de la compagnia se sente un po’ pidocchio, resta male. Co’ la
piattola è peggio! Quanta gente vive sur pelo e nun sapemo gnente?

Le verità so’ belle, se capisce, ma pure in quelle ciabbisogna un
freno. Eh! Se ner monno se parlasse meno quante cose annerebbero più
lisce! Ch’er Padreterno te la manni bona da li discorsi fatti a la
carlona! –

E ammalappena er vino che ciò in testa sfuma nell’aria e me ritrovo
solo capisco d’avè torto e me consolo che in un’epoca nera come questa
s’incontri ancora quarche bon cristiano che, se sto pe’ cascà, me dà
una mano.

Questione de razza -Che cane buffo! E dove l’ hai trovato? – Er
vecchio me rispose: – é brutto assai, ma nun me lascia mai: s’ é
affezzionato. L’ unica compagnia che m’ é rimasta, fra tanti amichi, é
’ sto lupetto nero: nun é de razza, é vero, ma m’ é fedele e basta. Io
nun faccio questioni de colore: l’ azzioni bone e belle vengheno su
dar core sotto qualunque pelle.

Nummeri – Conterò poco, è vero: – diceva l’Uno ar Zero – ma tu che
vali? Gnente: propio gnente. Sia ne l’azzione come ner pensiero rimani
un coso voto e inconcrudente. lo, invece, se me metto a capofila de
cinque zeri tale e quale a te, lo sai quanto divento? Centomila. È
questione de nummeri. A un dipresso è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore più so’ li zeri che je vanno
appresso.

1944

Dopoguerra

Nel dopoguerra concluse la raccolta dei suoi scritti ed era sempre più
ammalato. Il Presidente della Repubblica, il liberale Luigi Einaudi lo
volle fare senatore a vita, che avvenne il 1° dicembre del 1950.
Trilussa che sarebbe morto poco dopo, disse che lo avevano fatto non
senatore a vita, ma senatore a morte.

Sarebbe morto il 21 dicembre, lo stesso giorno del Belli, di cui aveva
preso anche lo stesso pseudonimo nella Accademia tiberina.

Di lui si ricordano anche poesie crepuscolari, come si usava dire:

La felicità
C’è un ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e
se ne và… Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.

Giuseppe Gioachino Belli

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (1791 – 1863).

Già dai ridondanti nomi sappiamo che nasce in una famiglia agiata. Nato in una famiglia di un certo livello sociale, per via dell’arrivo delle truppe napoleoniche e poi della morte prematura del padre, visse in miseria fino a quando non sposò una ricca vedova. Quindi pur di discendenza nobile, ebbe modo di vivere e frequentare il popolo romano.

Reazionario per impostazione familiare, lesse e studiò anche gli illuministi e poi i romantici, ma rimase reazionario fino alla fine, anzi con l’età lo fu ancor di più. Divenne dall’1850 censore per il teatro vietando tra l’altro anche Shakespeare.

Pubblicò in italiano versi modesti. E fece trapelare alcuni dei suoi sonetti in romanesco.

Ma volle fare un monumento, nel senso di documento, ricordo, per la plebe romana (ispirato dal conoscere l’opera del milanese Carlo Porta) come lui stesso scrisse: inizio dell’introduzione ai sonetti.

Scrisse alla fine più di 2200 sonetti in romanesco.

Documento corposo (il più corposo fra i dialetti) ricchissimo anche come documento del romanesco. Scritto con una grafia pesante (che in alcune edizioni è alleggerita) per dar conto della pronuncia. Si legge spesso grazie ad un glossario a piè di pagina.

Il primo sonetto che vi presento è sul rapporto fra i preti e la gente di Roma.

Dovete considerare che lo Stato della chiesa era governato, in tutte le cariche direttive, da preti, i laici potevano avere solo incarichi esecutivi. Il popolo romano si era ribellato varie volte, e SPQR Senatus
populusque romanus
rappresenta la sigla del Comune di Roma, dunque ciò che qualche volta si era riuscito ad opporre al potere del Papa.

S. P. Q. R. (944)

​944. S.P.Q.R. Quell’esse, pe, ccú, erre, inarberate sur portone de
guasi oggni palazzo, quelle sò cquattro lettere der cazzo, che nun
vonno dí ggnente, compitate. M’aricordo però cche dda regazzo,cuanno
leggevo a fforza de frustate, me le trovavo sempre appiccicate
drent’in dell’abbeccé ttutte in un mazzo. Un giorno arfine me te venne
l’estro de dimannanne 1 un po’ la spiegazzione a ddon Furgenzio ch’era
er mi’ maestro. Ecco che mm’arispose don Furgenzio: «Ste lettre vonno
dí, ssor zomarone, Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio». Roma, 4
maggio 1833 1 Dimandarne.

In un grande numero di sonetti ci sono i sonetti più vari. Quelli scherzosi, quelli con gli elenchi di parole romanesche (il più famoso del genere è Il Padre de li Santi), quelli satirici sui costumi, come questo:

Er decoro (425)

​427. Er decoro Pussibbile che ttu cche ssei romana nun abbi da capí
sta gran sentenza, che ppe vvive in ner monno a la cristiana bisogna
lascià ssarva l’apparenza! Co cche ccore, peddìo!, co cche ccuscenza
vôi portà scritto in fronte: io sò pputtana? Nun ze pò ffa lle cose co
pprudenza? Abbi un po’ de ggiudizzio, sciarafana. 1 Guarda Fra Ddiego,
guarda Don Margutto: c’è bbarba-d’-omo che nne pò ddí ggnente? Be’, e
la viggijja magneno er presciutto. Duncue sta verità tiettela a mmente
che cquaggiù, Checca mia, se pò ffà ttutto, bbasta de nun dà scànnolo
a la ggente. Terni, 8 novembre 1832 – Der medemo 1 Ciarafana (c
striscicato), cioè: «stolida, baccellona».

La conoscenza del Belli delle storie bibliche appare ottima, anche se ci sono degli evidenti strafalcioni messi apposta. E sotto sotto c’è anche una critica illuministica che si fa strada, malgrado il Belli stesso o forse con l’alibi del popolano ignorante, Belli parla con più libertà.

Chi la tira, la strappa (1204)

​1205. Le bbestie der Paradiso Terrestre Prima d’Adamo, senza dubbio
arcuno er ceto de le bbestie de llà ffori fascéveno 1 una vita da
siggnori senza dipenne un cazzo 2 da ggnisuno. Ggnente cucchieri, 3
ggnente cacciatori, nò mmascelli, 4 nò bbòtte, nò ddiggiuno… E
rriguardo ar parlà, pparlava oggnuno come parleno adesso li dottori.
Venuto però Adamo a ffà er padrone, ecchete 5 l’archibbusci e la
mazzola, le carrozze e ’r zughillo 6 der bastone. E cquello è stato er
primo tempo in cui l’omo levò a le bbestie la parola pe pparlà ssolo e
avé rraggione lui. 19 dicembre 1834 1 Facevano. 2 Senza per nulla
dipendere. 3 Niente cocchieri. 4 Macelli. 5 Eccoti. 6 Il sugo.

​1206. Chi la tira, la strappa Fatto Adamo padron de l’animali,
incominciò addrittura a arzà l’ariaccia. 1 Nun zalutava, nun guardava
in faccia… come fussino 2 llà ttutti stivali. Nun c’er’antro 3 pe
llui che ccan 4 da caccia, caval 5 da sella, scampaggnate, 6 ssciali,
7 priscissione 8 coll’archi trionfali,musiche, e ccianerie 9 pe la
mojjaccia. 10 E l’animali, a ttutte ste molestie, de la nescessità,
ccome noi dimo, 11 fasceveno vertú, ppovere bbestie. Nun ce fu cch’er
Zerpente, che, vvedute tante tiranneríe, disse p’er primo: «Mó vve
bbuggero io, creste futtute». 16 aprile 1834 1 Alzare l’ariaccia:
levarsi in superbia. 2 Fossero. 3 Non c’era altro. 4 Cani. 5 Cavalli.
6 Diporti in campagna. 7 Gozzoviglie. 8 Processioni. 9 Foggie
eleganti. 10 Mogliaccia. 11 Diciamo.

Er giorno der Giudizzio (273)

​276. Er giorno der giudizzio Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca. Allora vierà ssù una
filastrocca de schertri da la terra a ppecorone, 1 pe rripijjà ffigura
de perzone, come purcini attorno de la bbiocca. 2 E sta bbiocca sarà
ddio bbenedetto, che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera: una pe annà
in cantina, una sur tetto. All’urtimo usscirà ’na sonajjera 3
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto, smorzeranno li lumi, e
bbona sera. 25 novembre 1831 – Der medemo 1 Camminando cioè con mani e
piedi. 2 Chioccia. 3 Un formicaio, ecc.

Ecco un sonetto legato alle funzioni religiose, che gioca con un’allusione.

Er miserere (1799) 1834. Er Miserere de la Sittimana Santa Sonetti 2
1° Tutti l’ingresi de Piazza de Spaggna nun hanno antro 1 che ddí ssi
cche ppiascere è de sentí a Ssan Pietro er miserere che
ggnisun’istrumento l’accompaggna. Defatti, cazzo!, in ne la gran
Bertaggna e in nell’antre cappelle furistiere chi ssa ddí ccom’a Rroma
in ste tre ssere Miserere mei Deo sicunnum maggna? Oggi sur maggna sce
sò stati un’ora; e ccantata accusí, ssangue dell’ua!, 2 quer maggna è
una parola che innamora. Prima l’ha ddetta un musico, poi dua, poi
tre, ppoi quattro; e ttutt’er coro allora j’ha ddato ggiú:
mmisericordiam tua. 31 marzo 1836 1 Altro. 2 Dell’uva.

Nonostante l’aforisma che dice: “A Papa Gregorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne dì male. E i 273 sonetti scritti contro di lui.

Belli dopo la repubblica romana del 1849 non scrisse più versi in romanesco e si chiuse in un suo pessimismo in cui vedeva che non si sarebbe potuto più conservare lo Stato più arretrato d’Europa, e non voleva però niente di nuovo.

Fu così che lasciò per testamento di distruggere tutti i suoi sonetti, che non erano stati mai pubblicati. Ma questo il figlio non lo fece e fu così che con Roma capitale si pubblicarono e diffusero dando spinta alla poesia dialettale romanesca.

Cesare Pascarella

Cesare Pascarella (1858 – 1940), fece vari viaggi, ma a Roma visse sempre nella zona di Campo Marzio.

Si forma nella Roma capitale di Italia, con i grandi cantieri e le grandi prospettive, con la popolazione che diviene in breve numerosa.

Egli è il poeta di Roma capitale del tempo umbertino, infatti anche se vivrà più a lungo dopo il 1911 a causa della sordità si isolerà.

PubblicaVilla Gloria, una collana di sonetti in romanesco per celebrare il tentativo tragico dei fratelli Cairoli di liberare Roma e per questo è poeta celebrato dal Carducci.

Fra i suoi viaggi ce n’è uno con D’Annunzio nel Far West dell’Italia di allora: la Sardegna. E la sua opera più celebre a Roma è la Scoperta dell’America, poema a collana di sonetti, in cui immagina al seguito di Colombo un popolano romano che racconta la sua avventura.

Ecco come inizia la Scoperta dell’America:

I. Ma che dichi? Ma leva mano, leva! Ma prima assai che lui l’avesse trovo, Ma sai da quanto tempo lo sapeva, Che ar monno c’era pure er monno novo! E siccome la gente ce rideva, Lui sai che fece un giorno? Prese un ovo, E lì in presenza a chi nun ce credeva, Je fece, dice: – Adesso ve lo provo. E lì, davanti a tutti, zitto zitto, Prese quell’ovo e, senza complimenti, Pàffete! je lo fece aregge’ dritto. Eh! ner vedé’ quell’ovo dritto in piede, Pure li più contrarî più scontenti, Eh, sammarco! ce cominciorno a
crede’.

​II. Ce cominciorno a crede’, sissignora; Ma, ar solito, a sto porco de paese Si vòrse trovà’ appoggio pe’ le spese De la Scoperta, je toccò a annà’ fora. E siccome a quer tempo lì d’allora, Regnava un re de Spagna portoghese, Agnede in Portogallo e lì je chiese De poteje parlà’ p’ un quarto d’ora. Je fece ’na parlata un po’ generica, E poi je disse: – Io avrebbe l’intenzione, Si lei m’aiuta, de scoprì’ l’America. – Eh, fece er re, ched’era un omo esperto, Sì, v’aiuto… Ma, no pe’ fa’ eccezione, Ma st’America c’è? ne sete certo?

Ed ecco l’incontro con i nativi americani, pieno di comici anacronismi.

​XXIX. – E quelli? – Quelli? Je successe questa: Che mentre, lì, framezzo ar villutello34 Cusì arto, p’entrà’ ne la foresta Rompeveno li rami cór cortello. Veddero un fregno buffo, co’ la testa Dipinta come fosse un giocarello, Vestito mezzo ignudo, co’ ’na cresta Tutta formata de penne d’ucello. Se fermorno. Se fecero coraggio… – Ah quell’omo! je fecero, chi sete? – E, fece, chi ho da esse’? So’ ’n servaggio. E voiantri quaggiù chi ve ce manna? – Ah, je fecero, voi lo saperete Quanno vedremo er re che ve commanna.

​XXX. E quello, allora, je fece er piacere De portalli dar re, ch’era
un surtano, Vestito tutto d’oro: co’ ’n cimiere De penne che pareva un
musurmano. E quelli allora, co’ bone maniere, Dice: – Sa? noi venimo
da lontano, Per cui, dice, vorressimo sapere Si lei siete o nun siete
americano. – Che dite? fece lui, de dove semo? Semo de qui; ma come
so’ chiamati Sti posti, fece, noi nu’ lo sapemo. – Ma vedi si in che
modo procedeveno! Te basta a dì’ che lì c’ereno nati Ne l’America, e
manco lo sapeveno.

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Dialetto romanesco

Questo è un dialetto italiano, ma nell’accezione più stretta del termine. Infatti spesso si dicono dialetti italiani il siciliano o il lombardo, perché parlati in Italia, ma, forse più propriamente, i dialetti italiani sono quelli parlati nell’Italia centrale: il Toscano, l’Umbro, il Marchigiano, i dialetti laziali e il romanesco.

Il romano o romanesco (che è definizione del Belli, ma già in partenza peggiorativa), si differenzia già dal cinquecento dai dialetti laziali. La spiegazione che se ne dà è nella presenza già dal quattrocento di una curia con molti mercanti toscani e parlanti toscani, che portavano con sé una lingua già più letteraria. Con la vicinanza che c’era a quei tempi fra aristocratici e popolani, si ebbe quindi un’evoluzione del dialetto laziale di Roma influenzato dal parlare piuttosto italiano della coorte papale.

Grazie al Belli conosciamo il dialetto della Roma del primo ottocento. Poi il romanesco si evolverà con grande velocità con l’aumento della popolazione dopo che nel 1870 Roma diverrà la capitale del Regno d’Italia.

Certo, come si vede già in Trilussa, il romanesco diviene quasi solo una parlata dell’italiano, ma presentava e presenta tuttora alcune caratteristiche proprie. Ed è da sottolineare d’altro canto la capacità di divenire la lingua di tutte le genti che arrivano da fuori. Infatti per i piemontesi, che riempiranno i ministeri, o per i veneti che verranno nella zona di Latina, ma anche per i laziali, il romanesco proprio per la sua vicinanza all’italiano diverrà presto la loro lingua.

Adesso si è espanso in tutto il Lazio, e termini romaneschi sono entrati anche nell’uso dell’italiano parlato da altri parlanti. Uno dei motivi va visto anche nel cinema, che nasce a Roma come industria, e che porta con la commedia all’italiana il romanesco per tutta Italia. Anche se a dire il vero ne presenta spesso gli aspetti più grevi e ignoranti.

Caratteristiche

Ci sono varie caratteristiche che saltano subito all’orecchio. La presenza del rotacismo: dorce (per dolce), il “ts” al posto della esse dopo consonante: perzona (per persona), l’assimilazione, callo (per caldo), e alcune doppie che mancano o ci sono: “Tera, chitara e guera con du ere, sinnò è erore”, la caduta di dittonghi, bono (invece che buono).

Fra le caratteristiche grammaticali abbiamo l’articolo er (per il), composto con der o ’nder.

C’è un articolo dimostrativo e un pronome: stò e questo.

Quattro coniugazioni: annà, volé, sentì, aregge.

Avé è il verbo avere, come ausiliare, mentre avecce, è avere nel senso di possedere, da cui quell’onnipresente: c’ho. ‘`Ho magnato quello che me so magnato, e mò c’ho na panza’’.

Caratteristiche della parlata romana, che ritroveremo in alcune poesie, sono le parolacce, usate per intercalare e separate dai riferimenti sessuali cui spesso provengono. Mentre non erano frequenti le bestemmie, al contrario del fiorentino.

Più in generale poi c’è un atteggiamento che ritroveremo anche nei poeti, un atteggiamento disincantato, satirico, con la battuta che cela qualcosa di serio, con il non prendere sul serio chi pensa di essere qualcuno, con lo sfottò (a volte esagerato), con un certo pessimismo sulla storia umana.

Sonetto

Il sonetto è una forma classica della poesia italiana e dunque anche del
romanesco.

È costituito da 14 versi endecasillabi, cioè generalmente di undici sillabe. Di tipo maggiore, ad esempio, per citare il toscano Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita (settenario+quinario) e del tipo minore: mi ritrovai per una selva oscura (quinario+settenario).

I versi sono divisi in 2 quartine, con rima alternata o incrociata, e 2 terzine a rima varia.

Ecco un esempio di sonetto di Trilussa:

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa\
che serve pe fà un conto in generale\
de la gente che nasce, che sta male,\
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa\
è dove c’entra la percentuale,\
pè via che, lì, la media è sempre eguale\
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno\
seconno le statistiche d’adesso\
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,\
t’entra ne la statistica lo stesso\
perch’è c’è un antro che ne magna due.