Pasolini

Pier Paolo Pasolini era fondamentalmente un pessimista cristiano (Storia letteratura italiana Garzanti p. 567).

L’edizione delle Opere di Pasolini colloca la sua opera tra i classici
del secondo Novecento. E a ragione, poiché solo Pasolini (come
D’Annunzio e più di Pirandello) ha sperimentato tutti i generi della
creazione del 20° secolo: romanzo e novella, teatro e cinema, critica
letteraria e saggistica politica, e non meno la poesia.

Lui amava definirsi semplicemente “scrittore” (dalla Treccani). Continue reading

Registrazione e riproduzione audio digitale

Cosa vuol dire che un CD è a 44.1 kHz 16 bit? Cosa cambia fra analogico e digitale? Perché alzare il volume su un amplificatore non rovina il suono e invece su iTunes sì?

Se siete appassionati di Hi-Fi (o avete mai lavorato con un programma audio) di certo vi sarete chiesti cosa vogliono dire tutti quei numeretti.

Senza entrare troppo nei dettagli spieghiamo la differenza sostanziale fra analogico e digitale. L’analogico è continuo, il digitale discreto.

Discreto è inteso nel senso che il tempo (continuo) viene diviso in un numero finito (seppur molto grande mai infinito) di intervalli. Come il cinema: le immagini in movimento non sono continue, ma sono formate da 24 fotogrammi (appunto foto che di per se sono ferme) al secondo. 24 fotogrammi al secondo ci bastano per vedere un’immagine non a scatti ma in movimento.

Anche il volume delle singole ‘note’ viene diviso in intervalli, immaginiamo una cosa tipo: silenzio, pianissimissimo, pianissimo, piano… e via dicendo fino al fortissimo.

Nonostante questo possa sembrare una gran perdita per il segnale sonoro, se esso è discretizzato bene non dobbiamo preoccuparci.

L’orecchio umano riesce a sentire suoni fino a 21kHz (ottimisticamente). Le onde sonore di solito sono di forma sinusoidale. Per ogni oscillazione abbiamo bisogno di almeno due punti per ricostruire poi correttamente il segnale.

Quindi se l’orecchio sente 21kHz abbiamo un onda che oscilla 21’000 volte al secondo, e dobbiamo “registrare” 42’000 punti per poterla ricostruire. Il CD infatti è campionato ad una frequenza di 44.1 kHz (frequenza scelta per venire incontro alla corrente alternata in Europa, 50Hz e in America 60Hz), i suoni più acuti che possono essere registrati (con quei 24100 intervalli al secondo) sono più acuti di ciò che l’orecchio umano può sentire. Negli studi di registrazione si usa l’accorgimento di registrare sempre nello stesso momento, in modo da avere intervalli tutti uguali per ogni strumento,e non sfasati. Sulle frequenze basse non c’è nessun problema.

La seconda cosa che dobbiamo registrare, oltre alla nota, è il volume di quest’ultima, per poter distinguere un pianissimo da un fortissimo.

Per questo abbiamo 16 bit per ogni nota, che corrispondono a 2^16, ossia 65536 diversi volumi. Se il volume massimo è ancora umano (tipo quello di un concerto, ossia 96Db) e noi dividiamo il volume in 65536 intervalli da silenzio totale a 96Db non siamo in grado di sentire salti di volume fra un intervallo e l’altro, esso infatti ci sembra continuo.

Se tuttavia alzassimo il volume (arrivando a quello del reattore di un aereoplano alla distanza di qualche cm) e non ci assordassimo, dividendo questo intervallo ben più grande in 65536 volumi diversi potremmo ancora distinguere il volume che sale non progressivamente ma con tanti piccoli scattini.

44.1kHz a 16 bit sono quindi totalmente sufficienti, considerando di avere poi una buona sorgente che sappia ricreare bene il suono, e con dei filtri adeguati. Più è alta la frequenza di campionamento meno occorre avere dei buoni filtri e una sorgente di qualità per ricreare il suono in maniera realistica.

L’analogico invece è completamente continuo, sia il volume sia le onde, infatti serve sempre un convertitore da digitale ad analogico. Per maggiore chiarezza nell’immagine potete vedere la curva (segnale continuo) e il digitale, diviso in intervalli che riguardano il tempo t e il volume f(t), esso diventa quindi di forma quadrata.

SegnaleDiscreto.png

Ora rispondo all’ultima domanda, ossia come mai alzare il volume su un dispositivo digitale spesso ne rovina la qualità.

Spesso i dispositivi non hanno un vero amplificatore dentro, con un volume regolabile, digitalmente usano semplicemente un trucco, ossia alzano il volume nel brano stesso. Per spiegarci facciamo finta di avere a disposizione 6 livelli di volume: 0,1,2,3,4,5.

La nostra canzone ha i volumi disposti così: 1,2,3,2,4,3,1.

Alziamo il volume: 2,3,4,3,5,4,2. Tutto bene, tutti i volumi sono stati alzati, e sentiamo più forte, ma siamo arrivati ad un problema, in un momento troviamo già il volume massimo (5) se alziamo ancora, che succede?

Ecco qua: 3,4,5,3,5,5,3. Ora i 4 sono diventati 5, ma il 5 non poteva diventare 6, quindi abbiamo alzato solo ciò che suonava piano, ma non ciò che suonava forte, e portando la cosa all’estremo potremmo arrivare a 4,5,5,4,5,5,4. Prima avevamo utilizzato livelli di volume fra 1 e 4 e ora tutto è schiacciato fra 4 e 5. Quindi ora un pianissimo suona molto molto simile ad un forte che suona uguale ad un fortissimo.

Questo trucco (utilizzato anche spesso dalle autoradio) rovina la profondità del suono. Per evitarlo, quando avete a disposizione un amplificatore non tenete al massimo il computer/telefono, alzate il volume con l’amplificatore che è analogico!

Anche qui naturalmente un numero maggiore di bit nel digitale (ad esempio 24bit) diminuisce il problema di queste amplificazioni fittizie.

Se avete ancora qualche dubbio contattatemi pure.

Gianni Rodari

Rodari, una presentazione

Premessa

Non si può passare in rassegna tutto quello che ha scritto Gianni Rodari, che ha avuto una produzione estesa. Ne faccio allora una presentazione, con cenni biografici e al suo periodo. E una scelta personale di testi.

Inoltre devo dire che sono affezionato a quest’uomo che i miei genitori hanno conosciuto di persona, e che quando sono nato mi dedicò un paio di righe nel suo stile. Foglietto purtroppo smarrito in uno dei tanti traslochi.

Inizio

Gianni Rodari nasce ad Omegna, sul lago d’Orta, nel 1920.

Il padre è fornaio ed ha sposato in seconde nozze la mamma di Rodari. Lei rigida e devotissima cattolica. Il padre più affettivo (anti fascista come si poteva essere allora).

Gli odori dei mestieri

Io so gli odori dei mestieri: di noce moscata sanno i droghieri, sa d’olio la tuta dell’operaio, di farina il fornaio, sanno di terra i contadini, di vernice gli imbianchini, sul camice bianco del dottore di medicine c’è un buon odore. I fannulloni, strano però non sanno di nulla e puzzano un po’

Si trasferiscono nel 1929 a Gavirate, lo zio è capostazione.

Comincia a suonare (violino).

Studia bene, viene messo in seminario, ma poi trova umiliante la disciplina.

Fa le magistrali. Va in giro a suonare per osterie e cortili.

1937 diviene maestro. Per sei mesi nel 1938 è istitutore presso una famiglia di ebrei tedeschi in cui approfondisce la lingua tedesca. Com’era come maestro? racconta storie, ma non è ancora il Rodari che conosciamo.

1940 guerra. Rodari è rivedibile per motivi di salute. Muoiono in Russia i suoi amici.

Dopo il 25 luglio entra in contatto con il PCI. (Letture favorite da un bibliotecario)

Nel maggio del 1944 lascia la Rsi e diviene partigiano per l’ultimo anno di guerra.

Inizia l’attività politica e giornalistica. Scrive racconti.

Dopo Ordine nuovo va all’Unità di Milano. pag 15

Ogni tanto scrive 1949 per bambini con lo pseudonimo di Lino Picco. Visto che era maestro e che non c’era nessuno gli dicono di scrivere qualcosa, che ha un certo successo. Ci sono temi politici e di cronaca. Saranno ripresi poi nei libri successivi da Rodari stesso solo quelli più sociali e pacifisti. Alcune volte non sono così ancora ben calibrate per bambini.

Saranno poi riprese nel 1952 libro delle filastrocche e il treno delle filastrocche.

Il vecchio muratore

Ho girato mezzo mondo con la cazzuola e il fil a piombo, ho fabbricato con le mie mani cento palazzi di dieci piani: tutti in fila li vedo qua e mi fanno una grande città.

Ma per me e per la mia vecchia non ho che questa catapecchia. Sono di legno le pareti,

le finestre non hanno vetri e dal tetto di paglia e di latta piove in tutta la baracca.

Dalla città che ho costruito, non so perchè sono stato bandito. Ho lavorato per tutti: perché nessuno ha lavorato per me?

Sarà il primo scrittore italiano a far entrare il vissuto quotidiano nei racconti per bambini. E a far entrare i vari mestieri nei suoi libri. p 61

Il vigile urbano

Chi è più forte del vigile urbano? Ferma i tram con una mano. Con un dito, calmo e sereno, tiene indietro un autotreno:

cento motori scalpitanti

li mette a cuccia alzando i guanti.

Sempre in croce in mezzo al baccano: chi è più paziente del vigile urbano?

Così l’anno dopo quando viene lanciata una nuova iniziativa.

1950 il Pionere. Si trasferisce a Roma, che ha un grande impatto su Rodari.

Piazza Mastai

In Piazza Giovanni

Mastai Ferretti

Fanno il bagno i ragazzetti, Fanno i tuffi nella fontana Della tranquilla piazza romana.

Passano i filobus, la circolare, Pieni zeppi da scoppiare.

Dai finestrini i passeggeri

Osservano i tuffi con sguardi severi E minacciando con il dito Dicono: «Guai! È proibito!».

Ma io posso leggere nel loro cuore, Sotto la giacca, sotto il sudore.

E dentro c’è scritto: «Fortunati Quei diavoletti scatenati!.

Sarebbe bello, invece di andare

Al ministero a scribacchiare,

Tuffarsi con loro nella fontana

D’una tranquilla piazza romana, Dimenticare il caldo e i guai Nella fontana di piazza Mastai».

il Pioniere

All’inizio non ne voleva sapere, accetta per ubbidienza al partito. Ma inizia ad occuparsi di letteratura per ragazzi in maniera acuta e professionale. Studia, legge moltissimo, prova, inventa, Rodari ha avuto sempre grande inventiva, apprezza molto Pinocchio. Cerca di raffinare un modo nuovo di fare favole, filastrocche, poesie, fiabe. Direttore dal 1950 al 1953. Rovescia il mito dei pellerossa. Cerca di interessare i ragazzi con la fantasia.

E vi riuscirà. Dopo Rodari, nulla sarà come prima in Italia riguardo alla letteratura per i ragazzi. Ma andiamo con ordine.

Rodari al rogo

Anche se sul Pioniere non c’è una riga atea o anti-cristiana, l’idea di un movimento e di un giornale che intrattenesse i ragazzi non negli oratori, ma laicamente, incontra l’opposizione della chiesa cattolica Rodari e tutti coloro che lavoravano al Pioniere e all’Api vengono scomunicati dal Vaticano.

Fu bruciato nella pubblica piazza da un sacerdote e veniva affissi cartelli che non poteva entrare il giornalino nella parrocchia.

Due anime della sinistra

Non possiamo fermarsi un attimo a parlare di un’altra chiesa di cui faceva parte Rodari. Il Partito Comunista era un partito serio certo, ma che chiedeva una ubbidienza e una disciplina.

Come si trova Rodari? Certo è un fervente comunista. Ma anche un libertario fantasioso. Sono le due anime della sinistra italiana, costrette, per via della guerra e della guerra fredda, a coabitare e quasi ad identificarsi.

Il pioniere pubblica dei fumetti. Ma su Rinascita la rivista intellettuale del PCI esce un articolo a firma Nilde Jotti che spara a zero contro i fumetti e ne impedisce la lettura ai figli dei compagni.

Rodari interviene con diplomazia e con decisione in una lettera di risposta in cui difende i fumetti fatti per bene e stigmatizza l’attacco al genere fumetto in generale. Risponde lo stesso capo del partito (nonché compagno di vita di Nilde Jotti) che i fumetti sono diseducativi e se anche se ne potessero fare di migliori, mai si sarebbe narrata la storia del partito o episodi importanti attraverso di questi.

Cipollino successo in URSS

1952 primo viaggio in Urss

Dopo il XX congresso che denuncia i crimini di Stalin e il culto della personalità grandi saranno le discussioni con gli altri comunisti italiani (allora era direttore di Avanguardia settimanale della Federazione giovanile (1953-56) dopo ritorna a fare il giornalista, prima all’Unità poi a Pese sera. Nel 1957 arrivano i primi diritti d’autore e si trasferisca a via di Villa Pamphili e compra una auto usata. p 24

Piccoli vagabondi

Unico romanzo realistico per ragazzi scritto da Rodari.

A questo punto Rodari è sconosciuto o volutamente ignorato nella scuola e nella cultura italiana. La sua fama è forte solo per le persone di sinistra che hanno bambini.

Einaudi

Filastrocche in cielo ed in terra 1960 con le edizioni Einaudi apre alla notorietà. Probabilmente decide di rivolgersi a tutti i bambini. Inoltre è un po’ insofferente verso il Partito, come dimostrano i suoi appunti.

Diverrà l’autore di punta di Einaudi insieme ad Italo Calvino.

Favole al telefono 1962

C’era una volta… … il ragionier Bianchi, di Varese. Era un rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava l’Italia intera, a Est, a Ovest, a Sud, a Nord e in mezzo, vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua, e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: – Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.

(Inizio delle favole al telefono)

Libro degli errori 1964

Il povero ane

Se andrete a Firenze vedrete certamente quel povero ane di cui parla la gente. È un cane senza testa, povera bestia. Davvero non si sa ad abbaiare come fa.

La testa, si dice, gliel’hanno mangiata… (La c per i fiorentini è pietanza prelibata).

Ma lui non si lamenta, è un caro cucciolone, scodinzola e fa festa a tutte le persone.

Come mangia? Signori, non stiamo ad indagare: ci sono tante maniere di tirare a campare.

Vivere senza testa non è il peggio dei guai: tanta gente ce l’ha ma non l’adopera mai.

Terza fase

Dal 1966 al 1969 seguono sono anni di silenzio. Per problemi di salute, ma anche per ripensamenti, ’68, e questo incide sulla sua produzione successiva.

Nel 1970 riceve il premio Andersen

Le novelle fatte a macchina (1973) sono proprio per bambini? Scrive spesso favole che sembrano più desinate ai genitori che ai bambini.

1974 Si impegna nel Giornale dei genitori, ma è un’altra delusione. Gli impegni presi da alcuni dirigenti di partito (fra cui Napolitano) sono completamente ignorati.

1974 disco con Sergio Endrigo.

Per fare un tavolo

Le cose di ogni giorno raccontano segreti

A chi le sa guardare ed ascoltare

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo

Per fare il ramo ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il bosco

Per fare il bosco ci vuole il monte

Per fare il monte ci vuol la terra

Per far la terra ci vuole un fiore Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo

Per fare il ramo ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il bosco

Per fare il bosco ci vuole il monte

Per fare il monte ci vuol la terra

Per far la terra ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l’albero

Per fare l’albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Se tutte le ragazze

Se tutte le ragazze

Le ragazze del mondo

Si dessero la mano

Si dessero la mano

Allora ci sarebbe un girotondo

Intorno al mondo

Intorno al mondo

E se tutti i ragazzi

I ragazzi del mondo

Volessero una volta

Diventare marinai

Allora si farebbe un grande ponte

Con tante barche Intorno al mare

E se tutta la gente

Si desse una mano

Se il mondo finalmente Si desse una mano

Allora ci sarebbe un girotondo

Intorno al mondo

Intorno al mondo

Il Signore di Scandicci

[Problema: i confini della Toscana hanno uno sviluppo di 1.330 chilometri, di cui 329 costieri, 249 insulari, 752 terrestri, che la dividono da Liguria, Emilia, Marche, Umbria e Lazio. La sua superficie è di 22.940 chilometri quadrati, di cui 5.800 di montagna, 1.930 di pianura e di 15.260 di collina. I fiumi della Toscana sono: l’Arno (lungo 241 chilometri), il Serchio (lungo 103 chilometri), l’Ombrone (lungo 161 chilometri), il Cecina (lungo 76 chilometri). Si domanda: quanto è alta la torre di Pisa?]

Un signore di Scandicci – un signore di Scandicci

Buttava le castagne – buttava le castagne

E mangiava i ricci

Quel signore di Scandicci

Un suo amico di Lastra a Signa – un suo amico di Lastra a Signa

Buttava via i pinoli – buttava via i pinoli

E mangiava la pigna

Quel suo amico di Lastra a Signa

Tanta gente non lo sa, non ci pensa e non si cruccia.

La vita la butta via e mangia soltanto la buccia

Suo cugino in quel di Prato – suo cugino in quel di Prato

Buttava il cioccolato – buttava il cioccolato

E mangiava la carta

Suo cugino in quel di Prato

Un parente di Figline – un parente di Figline

Buttavia via le rose – buttava via le rose

E odorava le spine

Quel parente di Figline

Tanta gente non lo sa, non ci pensa e non si cruccia. La vita la butta via e mangia soltanto la buccia

Un suo zio di Firenze – un suo zio di Firenze

Buttava in mare i pesci – buttava in mare i pesci

E mangiava le lenze

Quel suo zio di Firenze

Un compare di Barberino – un compare di Barberino

Mangiava il bicchiere – mangiava il bicchiere

E buttava il vino

Quel compare di Barberino

Tanta gente non lo sa, non ci pensa e non si cruccia La vita la butta via e mangia soltanto la buccia!

La vita la butta via e mangia soltanto la buccia

Ecco Rodari ha sempre una morale. Ma questa è sempre esplicita, non è mai nascosta. Non vuole imbrogliare, garbato ma diretto ha una forte morale.

Quanto pesa una lacrima?

Secondo: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.

Il cielo è di tutti

Qualcuno che la sa lunga mi spieghi questo mistero: il cielo è di tutti gli occhi di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo. È del vecchio, del bambino, del re, dell’ortolano, del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero che non ne sia il padrone. Il coniglio spaurito ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi, ed ogni occhio, se vuole, si prende la luna intera, le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa e non manca mai niente: chi guarda il cielo per ultimo non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti, perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti.

Ma quella morale è sempre al fondo libertaria, irriverente verso il potere, anche a costo di promuovere una visione di non disciplina a scuola. Chissà se i maestri ne sono consapevoli e se se ne erano accorti in URSS.

La passeggiata di un distratto

–  Mamma, vado a fare una passeggiata.

–  Va’ pure, Giovanni, ma sta’ attento quando attraversi la strada.

–  Va bene, mamma. Ciao, mamma.

–  Sei sempre tanto distratto.

–  Si’, mamma. Ciao, mamma.

Giovannino esce allegramente e per il primo tratto di strada fa bene attenzione. Ogni tanto si ferma e si tocca.

–  Ci sono tutto? Si, – e ride da solo.

E così’ contento di stare attento che si mette a saltellare come un passero, ma poi s’incanta a guardare le vetrine, le macchine, le nuvole, e per forza cominciano i guai.

Un signore, molto gentilmente, lo rimprovera:

–  Ma che distratto, sei. Vedi? Hai già perso una mano.

–  Uh, è proprio vero. Ma che distratto, sono.

Si mette a cercare la mano e invece trova un barattolo vuoto. Sarà proprio vuoto? Vediamo. E cosa c’era dentro prima che fosse vuoto? Non sarà mica stato sempre vuoto fin dal primo giorno…

Giovanni si dimentica di cercare la mano, poi si dimentica anche del barattolo, perché ha visto un cane zoppo, ed ecco per raggiungere il cane zoppo prima che volti l’angolo perde tutto un braccio. Ma non se ne accorge nemmeno, e continua a correre.

Una buona donna lo chiama: – Giovanni, Giovanni, il tuo braccio!

Macché, non sente.

Pazienza, – dice la buona donna. – Glielo porterò alla sua mamma. E va a casa della mamma di Giovanni.

–              Signora, ho qui il braccio del suo figliolo.

–              Oh, quel distratto. Io non so più cosa fare e cosa dire.

–              Eh, si sa, i bambini sono tutti cosi.

Dopo un po’ arriva un’altra brava donna.

–              Signora, ho trovato un piede. Non sarà mica del Giovanni?

–              Ma si che è suo, lo riconosco dalla scarpa col buco. Oh, che figlio distratto mi è toccato. Non so piu’ cosa fare e cosa dire.

–              Eh, Si sa, i bambini sono tutti così.

Dopo un altro po’ arriva una vecchietta, poi il garzone del fornaio, Poi un tranviere, e perfino una maestra in pensione, e tutti portano qualche pezzetto di Giovanni: una gamba, un orecchio, il naso.

Ma ci può essere un ragazzo più distratto del mio?

–              Eh, signora, i bambini sono tutti Così

Finalmente arriva Giovanni, saltellando su una gamba Sola, senza piu’ orecchie nè braccia, ma allegro come sempre, allegro come un passero, e la sua mamma scuote la testa, lo rimette a posto e gli dà un bacio.

–              Manca niente, mamma? Sono stato bravo, mamma?

–              Sì Giovanni, sei stato proprio bravo.

Rodari è anche un po’ surrealista come rivendica verso la fine della sua vita. Ma anche riprende le favole antiche e i classici italiani per rivisitarli:

Il vestito di Arlecchino

Per fare un vestito ad arlecchino ci mise una toppa Meneghino, ne mise un’altra Pulcinella, una Gianduia, una Brighella. Pantalone, vecchio pidocchio, ci mise uno strappo sul ginocchio, e Stenterello, largo di mano qualche macchia di vino toscano. Colombina che lo cucì fece un vestito stretto così. Arlecchino lo mise lo stesso ma ci stava un tantino perplesso. Disse allora Balanzone, bolognese dottorone :

’Ti assicuro e te lo giuro

che ti andrà bene li mese venturo se osserverai la mia ricetta: un giorno digiuno e l’altro bolletta!.

I sette fratelli

C’erano sette fratelli che andavano per il mondo : sei erano sempre allegri, il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi perché non avevano fretta, il settimo invece perché non aveva la bicicletta .

Arrivarono a un castello che aveva sette finestre : sei erano spalancate, ma la settima era aperta.

Sette belle principesse insieme si affacciavano: sei piangevano, piangevano, ma la settima singhiozzava.

–      Perché piangete, sei principesse e voi settima perché singhiozzate?

–      Ah, se sapeste, quei giovani …

quanto siamo sfortunate:

di sette fidanzati

che ci misero l’anello al dito , sei sono scappati, il settimo invece è fuggito.

Sposateci noi altri, sarà la vostra fortuna, perché noi siamo in sette e voi, invece, sei più una.

4.1      La grammatica della fantasia

La Grammatica della fantasia è l’unico libro teorico di Rodari. Ma teorico alla sua maniera.

Originato da alcune lezioni per le insegnanti delle elementari di Reggio Emilia, raccoglie molti modi per sviluppare storie e favole. Veramente utile oltre che per i maestri, per i genitori.

Attenzione infatti che se anche sembra che lo stesso Rodari abbia usato alle volte queste tecniche, sono tecniche per sviluppare la creatività dei bambini.

La fantasia fa parte di noi come la ragione: guardare dentro la fantasia è un modo come un altro per guardare dentro noi stessi.

Alle volte ci sono esercizi meccanici:

E qui posso notare come nel processo apparentemente meccanico si cala, come in uno stampo, ma anche modificando lo stampo stesso, la mia ideologia. Sento l’eco di letture antiche e recenti. I mondi degli esclusi chiedono con prepotenza di essere nominati: orfanotrofi, riformatori, ricoveri per i vecchi, manicomi, aule scolastiche. La realtà fa irruzione nell’esercizio surrealistico.

Ma spesso Rodari dimostra di aver letto moltissimo e di aver messo nel libro un sunto di tutto quanto è utile allo sviluppo della fantastica.

Da manuale, ad esempio, è la parte che dopo aver ripreso le ricerche di Propp sulle favole, le applica ai film di James Bond, con l’uso di strumenti che poi serviranno nella storia successiva e il finale in cui c’è una variazione dell’eroe che sposa la principessa.

Dunque un libro teorico e godibile, pieno di esempi, anora una volta Rodari non si arrende ad un mondo che mortifichi la fantasia, vista come parte della nostra stessa essenza umana.

C’era due volte il barone Lamberto

È un romanzo strano. Piuttosto per grandi che per ragazzi, in qualche modo.

Si sente il pensiero della morte.

Leggere conclusione.

Dopo che nel 1979 in un viaggio in URSS gli si era bloccata la gamba, confidando in un buon chirurgo, ad aprile del 1980 si sottopone ad un intervento chirurgico, durante il quale scoprono un aneurisma non rivelato, morirà dopo tre giorni per complicazioni.

Cosa resta di Rodari oggi?

Una grande produzione editoriale ancora ristampata e apprezzata da ragazzi e da chi si ricorda di essere stato ragazzo.

Un rinnovamento profondo nella letteratura italiana dell’infanzia.

E –se mi permettete– la caduta del pregiudizio che la letteratura per i ragazzi sia letteratura di serie B. Dire Rodari è scrittore per ragazzi è riduttivo. È stato uno dei grandi poeti del ’900 italiano, ed ecco perché anche gli adulti lo leggono ancora ritrovando il suo garbo, l’astuzia vivace, la fantasia e l’onestà di Rodari.

lettera Q

Mondo senza qualità

Quando iniziai a lavorare nel 1987 ero in una multinazionale, e vari corsi insistevano sulla qualità. Cambiata azienda dopo tre anni, ricominciai con i corsi sulla qualità globale.

La qualità, si diceva, era l’unica vera risorsa per vincere la concorrenza. Oramai, continuavano a dire, i prodotti funzionano tutti bene e la qualità da quel di più. In effetti c’era un po’ di ragione, ma come mai parlare tanto di qualità? Si parla di qualcosa che manca. E i servizi e prodotti davvero funzionavano tutti bene? E come era in precedenza? Non si diceva infatti che le cose di una volta erano più resistenti e durature?

Mi accorsi che si faceva un gran parlare di qualità, perché nel frattempo il mondo industriale e quello dei servizi, avevano perduto o non avevano mai avuto una vera qualità.

Una volta si diceva “lavori eseguiti a regola d’arte”, nel senso che si era allo stato dell’arte, che tutto era stato fatto da artigiani consapevoli del proprio lavoro e attenti a tutti i particolari. Ma per far questo ci serviva tempo, e invece le aziende attuali tutto fanno tranne che dare tempo a chi lavora di fare per bene il proprio lavoro.

Così quello che un tempo pretendevi da ogni artigiano, è divenuto un lusso che pochi si possono permettere (come scritto anche qui).

Gli esempi che ognuno può fare nella sua vita quotidiana sono innumerevoli, basta mettersi in una attenzione critica e non dare per scontato che le cose non debbano funzionare.

Ieri una signora mi diceva che la Posta svizzera si era persa un pacco. Come? La Posta svizzera? Rinomata per la sua affidabilità?

Alla sera non riuscivo bene a capire cosa facesse un’applicazione di Goole Play. Poi ho capito che Big G ha introdotto la traduzione automatica. Per cui leggi qualcosa del tipo: La Musicale battute è una molto buona applicazione. (Dove Musical Beats è il nome dell’applicazione) e non riesci a capire le caratteristiche. Così ho dovuto scegliere la lingua inglese (che verrà usata anche per applicazioni scritte da italiani).

Stamattina accendo la luce per vestirmi, ma dato che sono passati gli elettricisti per mettere tutte le luci a norma di legge, come al solito sono dovuto andare in un’altra stanza per vedere il colore dei calzini, perché le luci sono posizionate male, indipendentemente dalla stanza.

Alle otto di mattina poi, la rete è puntualmente caduta per via del motore che aziona il rintocco delle campane del vicino campanile e che crea un’interferenza elettromagnetica.

E pensando alla rete, devo dire che da qualche anno ho cambiato l’operatore telefonico perché avendo nel nome l’apostrofo, Swisscom non riusciva a farmi l’addebito automatico e per questo mi avevano anche chiuso la linea.

Ma è qualcosa di generale. Che dire delle nuove tecnologie, sempre nuove e mai veramente all’altezza di tutto quel che dicono di fare? Anzi si cambiano tecnologie alle volte prima che si riesca a raggiungere una fase effettivamente matura. Per non parlare del software testato male, che ha coinvolto anche il software libero?

E i medici con sempre meno tempo, che non ti ascoltano e prescrivono esami di cui alle volte solo in parte si fidano dell’accuratezza?

Questa fretta, quest’approssimazione, che è nata da una ricerca del profitto che puntava a soddisfare la maggioranza delle persone, trascurandone una minoranza, si è estesa pensando di dare a ciascun utente un prodotto abbastanza funzionante, trascurando una parte di ciò che è atteso o promesso.

È una qualità percentuale che coinvolge oramai tutto il nostro mondo, anche le chiese. E non se ne può sfuggire, penso che neanche i milionari hanno veramente servizi e prodotti a regola d’arte.

Come conclusione cosa dire oltre al cercate la qualità, che non sempre è la cosa più nuova e più costosa?

Qualità difficili da riconoscere

Dopo aver scritto il post basato sulla cornice Ikea di evidente bassa qualità (per non parlare di due bicchieri da vino che mi si sono rotti asciugandoli, e avendo anche lavorato in un ristorante so che non si sarebbero dovuti rompere) ho iniziato a pensare alla qualità riguardante ogni oggetto o servizio noi possiamo aquistare.

Spesso la qualità è facile da stabilire, a volte ci aiutano le “specifiche tecniche” ma a volte è quasi impossibile capire se una cosa sia di qualità, se non col tempo.

Le “specifiche tecniche” riguardano il materiale di cui può essere fatto un vestito, o anche la velocità di un processore, la potenza di un motore e tanto altro.

D’altronde anche se un abito è in puro cotone non è detto che le cuciture siano solide e il colore duraturo. E se un portatile è molto potente come facciamo a sapere se sia anche robusto? Oppure che non scaldi troppo? Insomma molti dati mancano. Non porto altri esempi perché penso che tutti ci siamo trovati di fronte a queste domande.

Esistono molti siti in cui, per fortuna, diversi consumatori possono scrivere la propria opinione sui prodotti, scambiarsi dubbi e conoscenze. Ed è poi quello che io provo a fare, nel mio piccolo, con le recensioni sulle cuffie.

Per i prodotti più diffusi (e facilmente giudicabili) ciò funziona molto bene. Ci sono però prodotti che rivelano la loro qualità solo col tempo, ad esempio una schedina SD dalle sovrascritture limitate, o un’automobile che dopo 5 anni inizia ad arrugginirsi.

Qui le garanzie (ora di minimo due anni sugli apparecchi elettronici, spesso di 10 sulle carrozzerie) cercano di tutelare il cliente da problemi di fabbricazione, ma non garantiscono la qualità del prodotto, solo il funzionamento.

Ancora più difficili da giudicare sono Software e altri servizi.

Ad esempio se fate fare da una piccola ditta il vostro sito internet, chi vi può dire se lo faranno di qualità o se avrete sempre nuovi problemi?

Ma anche dei prodotti molto specifici, magari associati ad un software (un quadro per gestire le campane di un campanile, un impianto che gestica riscaldamento e aria condizionata in automatico) sono una cosa che prima che siano installati non si può sapere se sarà di qualità. Bisogna fidarsi delle ditte.

E come servizi si potrebbero anche citare autostrade, ferrovie e molto altro (in quel caso chi ha l’appalto non approfitta del consumatore singolo ma dello Stato, della società).

Purtroppo temo che le ditte non abbiano (troppo spesso ormai) come obbiettivo la qualità. Sfruttando, a volte, situazioni di monopolio riescono comunque ad avere clienti, e, vista la bassa qualità, riescono anche a guadagnare molto.
A volte invece puntano sull’ignoranza (nel campo specifico) dei clienti, e a volte addirittura, non si preoccupano di perdere molti clienti perché hanno comunque un ricambio assicurato (ad esempio nei luoghi turistici).
Infine mi sembra che certe volte il servizio di tutte le ditte del settore sia scadente allo stesso modo. Un modo per non faticare a cercare di migliorare ma guadagnare tutti quanti (creando una specie di cartello, ma non sul prezzo).

Studiando ingegneria noto con interesse questi cambiamenti (o è sempre stato così?) le cose ormai sono talmente complesse che non riusciamo più a giudicare. E, per finire, certe volte conta la quantià e non la qualità (tipo i vestiti: “non importa se durano poco tanto ne compro di nuovi ogni settimana”).

Trilussa

Trilussa

Carlo Alberto Salustri, (1871 -1950) è più conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del cognome.

Inizi

Anche Trilussa, come Belli, fu orfano di padre a pochi anni e visse
sempre in certe ristrettezze economiche. Al contrario del Belli fu però
subito famoso. Commentava per i giornali i fatti del giorno, e con la
sua vistosa eleganza (come mostrano varie sue fotografie)
frequentava i bar di Roma (al contrario di Pascarella che già ai primi
del secolo per la sordità e le delusioni italiane si era molto
ritirato).

Faceva recital di sue poesie non solo a Roma. Ed ebbe in vita un
successo clamoroso. Tanto che anche in Bregaglia i maestri come Gianin
Gianotti lo facevano conoscere agli scolari.

La lingua di Trilussa più vicina all’italiano, non perché addolcisca la
lingua, ma perché la lingua nel frattempo era mutata. Però fu criticato
per una lingua piccolo-borghese e quindi intesa da alcuni meno vera. Ma
il dialetto è dialetto anche se è parlato da aristocratici.

E riguardo al suo certo qualunquismo. Cioè criticare tutti, senza portar
niente, c’è da dire che si lega al disincanto e al pessimismo, che
avevamo ritrovato anche in Belli, che lo porta a non avere illusioni
sulla situazione italiana e a criticare tutti i partiti politici. Ma
questo quindi non è qualunquismo, per altro termine nato nel secondo
dopoguerra, ma quel pessimismo che le cose possano realmente cambiare.

La politica

Ner modo de pensà c’è un gran divario: mi’ padre è democratico
cristiano, e, siccome è impiegato ar Vaticano, tutte le sere recita er
rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano è socialista
rivoluzzionario; io invece so’ monarchico, ar contrario de Ludovico
ch’è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso pe’ via de ’sti principî benedetti: chi
vô qua, chi vô là… Pare un congresso!

Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma ce dice so’ cotti li spaghetti semo
tutti d’accordo ner programma.

Che era un grande poeta si può vedere da un testo come questo che è del
1908.

L’incontro de li sovrani

Bandiere e banderole, penne e pennacchi ar vento, un luccichìo
d’argento de bajonette ar sole, e in mezzo a le fanfare spara er
cannone e pare che t’arimbombi dentro.

Ched’è?(1) chi se festeggia? È un Re che, in mezzo ar mare, su la
fregata reggia riceve un antro Re. Ecco che se l’abbraccica,(2) ecco
che lo sbaciucchia; zitto, ché adesso parleno…

-Stai bene? – Grazzie. E te? e la Reggina? – Allatta. – E er
Principino? – Succhia. – E er popolo? – Se gratta. – E er resto? – Va
da sé… – Benissimo! – Benone! La Patria sta stranquilla; annamo a
colazzione…

E er popolo lontano, rimasto su la riva, magna le nocchie(3) e
strilla: – Evviva, evviva, evviva… – E guarda la fregata sur mare
che sfavilla.

(dicembre 1908 1) Che cos’è? 2) L’abbraccia. 3) Le nocciole.)

Comunque in Trilussa come negli altri poeti romaneschi, e in fondo nel
popolo stesso, c’è sempre il sorriso, la satira, la battuta folgorante,
il castigat ridendo mores.

E questo lo rende sempre lieve da leggere, mai serioso o borioso, anche
nella denuncia. Già perché sotto la patina garbata, c’è comunque una
critica forte, ma forse con il sorriso più incisiva.

Che alle volte come con la statistica divenne proverbiale.

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa\
che serve pe fà un conto in generale\
de la gente che nasce, che sta male,\
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa\
è dove c’entra la percentuale,\
pè via che, lì, la media è sempre eguale\
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno\
seconno le statistiche d’adesso\
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,\
t’entra ne la statistica lo stesso\
perch’è c’è un antro che ne magna due.

Le poesie contro la prima guerra mondiale

Un paragrafo a parte sono le poesie contro la prima guerra mondiale.

Ne leggo, commozione permettendo, due: ma in ordine differente dalla
composizione. La prima del 1916 è sul secondo Natale di guerra e la
seconda era stata scritta con acume prima dell’entrata in guerra nel
1914 e poi musicata nel 1916.

Infatti dopo un lungo dibattito fra interventisti e non interventisti,
venne decisa, quasi con un colpo di mano, l’entrata in guerra. Ed allora
fu ancora più difficile dirne contro.

Ad esempio Vittorio Emanuele III all’entrata dell’Italia in guerra 24
maggio 1915 dichiarò: *«Cittadini e soldati, siate un esercito solo!
Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni
recriminazione è tradimento.» *

Natale di guerra

Ammalapena che s’è fatto giorno la prima luce è entrata ne la stalla e
er Bambinello s’è guardato attorno. – Che freddo, mamma mia! Chi
m’aripara? Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla? – Fijo, la legna è
diventata rara e costa troppo cara pé compralla… – E l’asinello mio
dov’è finito? – Trasporta la mitraja sur campo de battaja: è
requisito. – Er bove? – Puro quello fu mannato ar macello. – Ma li Re
maggi arriveno? – E’ impossibile perchè nun c’è la stella che li
guida; la stella nun vò uscì: poco se fida pè paura de quarche
dirigibbile… –

Er Bambinello ha chiesto: – Indove stanno tutti li campagnoli che
l’altr’anno portaveno la robba ne la grotta? Nun c’è neppure un sacco
de polenta, nemmeno una frocella de ricotta…

Fijo, li campagnoli stanno in guerra tutti ar campo e combatteno. La
mano che seminava er grano e che serviva pè vangaà la terra adesso viè
addoprata unicamente per ammazzà la gente… Guarda, laggiù, li lampi de
li bombardamenti! Li senti, Dio ce campi, li quattrocentoventi che
spaccheno li campi? –

Ner dì così la Madre der Signore s’è stretta er fijo ar core e s’è
asciugata l’occhi co’ le fasce. Una lagrima amara per chi nasce, una
lagrima dòrce per chi more.

Ninna nanna della guerra è un testo per una canzone.

Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vô la zinna1: dormi, dormi, cocco
bello, sennò chiamo Farfarello (2) Farfarello e Gujrmone (3) Gujermone
e Ceccopeppe (4) che se regge co’ le zeppe, co’ le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno ché se dormi nun vedrai tante infamie e tanti
guai che succedeno ner monno fra le spade e li fucilli de li popoli
civilli…

Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se
scanna per un matto che commanna; che se scanna e che s’ammazza a
vantaggio de la razza… o a vantaggio d’una fede per un Dio che nun
se vede, ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro.

Ché quer covo d’assassini che c’insanguina la terra sa benone che la
guerra è un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe’ li ladri
de le Borse.

Fa’ la ninna, cocco bello, finché dura ’sto macello: fa’ la ninna, ché
domani rivedremo li sovrani che se scambieno la stima boni amichi come prima. So’ cuggini e fra parenti nun se fanno comprimenti: torneranno più cordiali li rapporti personali.

E riuniti fra de loro senza l’ombra d’un rimorso, ce faranno un ber
discorso su la Pace e sul Lavoro pe’ quer popolo cojone risparmiato
dar cannone!

(ottobre 1914 ​1) La poppa. 2) Il diavolo. 3) Guglielmo II. 4) Francesco Giuseppe.)

Fra cent’anni

Da qui a cent’anni, quanno ritroveranno ner zappà la terra li resti de
li poveri sordati morti ammazzati in guerra, pensate un po’ che
montarozzo d’ossa, che fricandò de teschi scapperà fòra da la terra
smossa! Saranno eroi tedeschi, francesci, russi, ingresi, de tutti li
paesi. O gialla o rossa o nera, ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella, sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno tutti compagni, senza nessuna
diferenza. Nell’occhio vôto e fonno nun ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno. Ne la bocca scarnita nun resterà che l’urtima
risata a la minchionatura de la vita. E diranno fra loro: – Solo
adesso ciavemo per lo meno la speranza de godesse la pace e
l’uguajanza che cianno predicato tanto spesso!

31 gennaio 1915

Le favole

Dunque Trilussa si staccò anche dal sonetto e celebri divennero le sue
favole (che anche nel Belli avevano qualche precedente).

L’omo e la scimmia

L’Omo disse a la Scimmia: -Sei brutta , dispettosa: ma come sei
ridicola! ma quanto sei curiosa!

Quann’ io te vedo, rido: rido nun se sa quanto!… La Scimmia disse :

  • Sfido! T’ arissomijo tanto!

Er porco e er somaro

Una matina un povero Somaro Ner vede un Porco amico annà ar macello,
Sbottò in un pianto e disse: – Addio, fratello, Nun ce vedremo più nun
c’è riparo!

  • Bisogna esse’ filosofo,bisogna: – Je disse er Porco – via nun fa’ lo
    scemo, Chè forse un giorno ce ritroveremo In quarche mortatella de
    Bologna!

Er sorcio de città e er sorcio de campagna

Un Sorcio ricco de la capitale invitò a pranzo un Sorcio de campagna.

  • Vedrai che bel locale, vedrai come se magna… – je disse er Sorcio
    ricco – Sentirai! Antro che le caciotte de montagna! Pasticci dorci,
    gnocchi, timballi fatti apposta, un pranzo co’ li fiocchi! una
    cuccagna! – L’intessa sera, er Sorcio de campagna, ner traversà le
    sale intravidde ’na trappola anniscosta; – Collega, – disse –
    cominciamo male: nun ce sarà pericolo che poi…? – Macché, nun c’è
    paura: – j’arispose l’amico – qui da noi ce l’hanno messe pe’
    cojonatura. In campagna, capisco, nun se scappa, ché se piji un
    pochetto de farina ciai la tajola pronta che t’acchiappa; ma qui, se
    rubbi, nun avrai rimproveri. Le trappole so’ fatte pe’ li micchi: ce
    vanno drento li sorcetti poveri, mica ce vanno li sorcetti ricchi!

​(1) Gli sciocchi.

La cecala d’oggi

Una Cicala che pijava er fresco All’ombra der grispigno e de l’ortica
Pe’ dà’ la cojonella a ’na Formica Canto ’sto ritornello romanesco:
-Fiore de pane, lo me la godo, canto e sto benone, E invece tu fatichi
come un cane. Eh! da quì ar bervedè’ ce corre poco: – Rispose la
Formica- Non t’hai da crede’ mica Ch’er sole scotti sempre come er
foco! Ammomenti verrà la tramontana: Commare, stacce attenta… Quanno
venne l’inverno La Formica se chiuse ne la tana, Ma ner sentì’ che la
Cecala amica Seguitava a cantà’ tutta contenta, Uscì fora e je disse:
-Ancora canti? Ancora nu’ la pianti? Io? – fece la Cecala – manco a
dillo, Quer che facevo prima faccio adesso: Mò ciò l’amante: me mantiè
quer grillo Che ’sto giugno me stava sempre appresso Che dichi ?
l’onestà ? Quanto sei cicia! M’aricordo mi nonna che diceva: Chi
lavora cià appena una camicia, E sai chi ce n’ha due.? Chi se la leva.

​1) Cicerbita, specie d’insalata. 2) Per canzonare, dar la baia. 3) Di
poco spirito.

Er leone riconoscente

Ner deserto dell’Africa, un Leone che j’ era entrato un ago drento ar
piede, chiamò un Tenente pè l’operazzione. – Bravo! – je disse doppo –
lo t’aringrazzio: vedrai che sarò riconoscente d’avemme libberato da ’
sto strazio; qual’é er pensiere tuo? D’esse promosso? Embè, s’io posso
te darò ’ na mano… – E in quella notte istessa mantenne la promessa
più mejo d’un cristiano; ritornò dar Tenente e disse: – Amico, la
promozzione é certa, e te lo dico perché me sò magnato er Capitano.

Ma anche quasi favole sono le prossime due:

La spada e er cortello

Un vecchio Cortello diceva a la Spada: – Ferisco e sbudello la gente
de strada, e er sangue che caccio da quele ferite diventa un
fattaccio, diventa ’na lite…-

Rispose la Spada: – Io puro sbudello, ma faccio ’ste cose sortanto in
duello, e quanno la lama l’addopra er signore la lite se chiama
partita d’onore!

Carità cristiana

Er Chirichetto d’una sacrestia sfasciò l’ombrello su la groppa a un
gatto pe’ castigallo d’una porcheria. – Che fai? – je strillò er Prete
ner vedelllo – Ce vò un coraccio nero come er tuo pe’ menaje in quer
modo… Poverello!… – Che? – fece er Chirichetto – er gatto è suo? –
Er Prete disse: – No… ma è mio l’ombrello!-

Avarizzia Ho conosciuto un vecchio ricco, ma avaro: avaro a un punto
tale che guarda li quatrini ne lo specchio pe’ vede raddoppiato er
capitale.

Allora dice: – Quelli li do via perché ce faccio la beneficenza; ma
questi me li tengo pe’ prudenza… – E li ripone ne la scrivania.

Sotto il fascismo

Trilussa era troppo famoso per ricevere noie dal fascismo e non fece
neanche tanto contro di esso. Però non prese mai la tessera del partito
fascista e certe poesie anche se non così nette, sono con garbo, contro
il fascismo o alcuni suoi aspetti.

A chi diceva che per questo era stato un antifascista, egli rispondeva
di essere stato un non fascista.

Uno che svicola

Tu voressi sapè s’io so’propenso e me lo chiedi proprio sul tranvai!
Da la stessa domanna che me fai capisco che già sai come la penso.

Ecco…vedi…però…forse…se mai… Io dico pane ar pane,ma in compenso
so’stato sempre un omo de bon senso perchè me piace l’ordine e lo sai.

Dunque,su questo qui,nun se discute che essenno tutti quanti d’un
pensiero ciavemo le medesime vedute.

Der resto,tu, m’hai bello che capito… Dico bene?A proposito…ma è vero
che Giggia s’è divisa dar marito?

Acqua e vino

Se certe sere bevo troppo e er vino me fa quarchiduna de le sue,
benchè sto solo me ritrovo in due con un me stesso che me viè vicino e
muro-muro m’accompagna a casa pe’ sfuggì da la gente ficcanasa.

Io, se capisce, rido e me la canto, ma lui ce sforma e pe’ de più me
scoccia: – Nun senti che te gira la capoccia? Quanno la finirai de
beve tanto? – E’ vero, – dico – ma pe’ me è una cura contro la noja e
contro la paura.

Der resto tu lo sai come me piace! Quanno me trovo de cattivo umore un
bon goccetto m’arillegra er core, m’empie de gioja e me ridà la pace:
nun vedo più nessuno e in quer momento dico le cose come me la sento.

  • E questo è er guajo! – dice lui – Più bevi più te monti la testa e
    più discorri e nun pensi ar pericolo che corri quanno spiattelli
    quello che nun devi; sei sincero, va be’, ma ar giorno d’oggi come
    rimani se nun ciai l’appoggi?

Impara da Zi’ Checco: quello è un omo ch’usa prudenza e se controlla
in tutto: se pensa ch’er compare è un farabutto te dice ch’er compare
è un galantuomo, in modo ch’er medesimo pensiero je nasce bianco e
scappa fôri nero.

Tu, invece, quanno bevi co’ l’amichi, svaghi, te butti a pesce e nun
fai caso se ce n’è quarchiduno un po’ da naso pronto a pesà le buggere
che dichi, che magara t’approva e sotto sotto pija l’appunti e soffia
ner pancotto.

Stasera, a cena, hai detto quela favola der Pidocchio e la Piattola in
pensione: ma te pare una bell’educazzione de nominà ‘ste bestie
proprio a tavola senza nemmanco un occhio de riguardo pe’ l’amichi che
magneno? E’ un azzardo!

Co’ tutto che c’è sotto la morale la porcheria rimane porcheria: e se
quarcuno de la compagnia se sente un po’ pidocchio, resta male. Co’ la
piattola è peggio! Quanta gente vive sur pelo e nun sapemo gnente?

Le verità so’ belle, se capisce, ma pure in quelle ciabbisogna un
freno. Eh! Se ner monno se parlasse meno quante cose annerebbero più
lisce! Ch’er Padreterno te la manni bona da li discorsi fatti a la
carlona! –

E ammalappena er vino che ciò in testa sfuma nell’aria e me ritrovo
solo capisco d’avè torto e me consolo che in un’epoca nera come questa
s’incontri ancora quarche bon cristiano che, se sto pe’ cascà, me dà
una mano.

Questione de razza -Che cane buffo! E dove l’ hai trovato? – Er
vecchio me rispose: – é brutto assai, ma nun me lascia mai: s’ é
affezzionato. L’ unica compagnia che m’ é rimasta, fra tanti amichi, é
’ sto lupetto nero: nun é de razza, é vero, ma m’ é fedele e basta. Io
nun faccio questioni de colore: l’ azzioni bone e belle vengheno su
dar core sotto qualunque pelle.

Nummeri – Conterò poco, è vero: – diceva l’Uno ar Zero – ma tu che
vali? Gnente: propio gnente. Sia ne l’azzione come ner pensiero rimani
un coso voto e inconcrudente. lo, invece, se me metto a capofila de
cinque zeri tale e quale a te, lo sai quanto divento? Centomila. È
questione de nummeri. A un dipresso è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore più so’ li zeri che je vanno
appresso.

1944

Dopoguerra

Nel dopoguerra concluse la raccolta dei suoi scritti ed era sempre più
ammalato. Il Presidente della Repubblica, il liberale Luigi Einaudi lo
volle fare senatore a vita, che avvenne il 1° dicembre del 1950.
Trilussa che sarebbe morto poco dopo, disse che lo avevano fatto non
senatore a vita, ma senatore a morte.

Sarebbe morto il 21 dicembre, lo stesso giorno del Belli, di cui aveva
preso anche lo stesso pseudonimo nella Accademia tiberina.

Di lui si ricordano anche poesie crepuscolari, come si usava dire:

La felicità
C’è un ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e
se ne và… Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.

Cesare Pascarella

Cesare Pascarella (1858 – 1940), fece vari viaggi, ma a Roma visse sempre nella zona di Campo Marzio.

Si forma nella Roma capitale di Italia, con i grandi cantieri e le grandi prospettive, con la popolazione che diviene in breve numerosa.

Egli è il poeta di Roma capitale del tempo umbertino, infatti anche se vivrà più a lungo dopo il 1911 a causa della sordità si isolerà.

PubblicaVilla Gloria, una collana di sonetti in romanesco per celebrare il tentativo tragico dei fratelli Cairoli di liberare Roma e per questo è poeta celebrato dal Carducci.

Fra i suoi viaggi ce n’è uno con D’Annunzio nel Far West dell’Italia di allora: la Sardegna. E la sua opera più celebre a Roma è la Scoperta dell’America, poema a collana di sonetti, in cui immagina al seguito di Colombo un popolano romano che racconta la sua avventura.

Ecco come inizia la Scoperta dell’America:

I. Ma che dichi? Ma leva mano, leva! Ma prima assai che lui l’avesse trovo, Ma sai da quanto tempo lo sapeva, Che ar monno c’era pure er monno novo! E siccome la gente ce rideva, Lui sai che fece un giorno? Prese un ovo, E lì in presenza a chi nun ce credeva, Je fece, dice: – Adesso ve lo provo. E lì, davanti a tutti, zitto zitto, Prese quell’ovo e, senza complimenti, Pàffete! je lo fece aregge’ dritto. Eh! ner vedé’ quell’ovo dritto in piede, Pure li più contrarî più scontenti, Eh, sammarco! ce cominciorno a
crede’.

​II. Ce cominciorno a crede’, sissignora; Ma, ar solito, a sto porco de paese Si vòrse trovà’ appoggio pe’ le spese De la Scoperta, je toccò a annà’ fora. E siccome a quer tempo lì d’allora, Regnava un re de Spagna portoghese, Agnede in Portogallo e lì je chiese De poteje parlà’ p’ un quarto d’ora. Je fece ’na parlata un po’ generica, E poi je disse: – Io avrebbe l’intenzione, Si lei m’aiuta, de scoprì’ l’America. – Eh, fece er re, ched’era un omo esperto, Sì, v’aiuto… Ma, no pe’ fa’ eccezione, Ma st’America c’è? ne sete certo?

Ed ecco l’incontro con i nativi americani, pieno di comici anacronismi.

​XXIX. – E quelli? – Quelli? Je successe questa: Che mentre, lì, framezzo ar villutello34 Cusì arto, p’entrà’ ne la foresta Rompeveno li rami cór cortello. Veddero un fregno buffo, co’ la testa Dipinta come fosse un giocarello, Vestito mezzo ignudo, co’ ’na cresta Tutta formata de penne d’ucello. Se fermorno. Se fecero coraggio… – Ah quell’omo! je fecero, chi sete? – E, fece, chi ho da esse’? So’ ’n servaggio. E voiantri quaggiù chi ve ce manna? – Ah, je fecero, voi lo saperete Quanno vedremo er re che ve commanna.

​XXX. E quello, allora, je fece er piacere De portalli dar re, ch’era
un surtano, Vestito tutto d’oro: co’ ’n cimiere De penne che pareva un
musurmano. E quelli allora, co’ bone maniere, Dice: – Sa? noi venimo
da lontano, Per cui, dice, vorressimo sapere Si lei siete o nun siete
americano. – Che dite? fece lui, de dove semo? Semo de qui; ma come
so’ chiamati Sti posti, fece, noi nu’ lo sapemo. – Ma vedi si in che
modo procedeveno! Te basta a dì’ che lì c’ereno nati Ne l’America, e
manco lo sapeveno.

L’opera di Pascarella è disponibile grazie a LiberLiber.it qui

Giuseppe Gioachino Belli

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (1791 – 1863).

Già dai ridondanti nomi sappiamo che nasce in una famiglia agiata. Nato in una famiglia di un certo livello sociale, per via dell’arrivo delle truppe napoleoniche e poi della morte prematura del padre, visse in miseria fino a quando non sposò una ricca vedova. Quindi pur di discendenza nobile, ebbe modo di vivere e frequentare il popolo romano.

Reazionario per impostazione familiare, lesse e studiò anche gli illuministi e poi i romantici, ma rimase reazionario fino alla fine, anzi con l’età lo fu ancor di più. Divenne dall’1850 censore per il teatro vietando tra l’altro anche Shakespeare.

Pubblicò in italiano versi modesti. E fece trapelare alcuni dei suoi sonetti in romanesco.

Ma volle fare un monumento, nel senso di documento, ricordo, per la plebe romana (ispirato dal conoscere l’opera del milanese Carlo Porta) come lui stesso scrisse: inizio dell’introduzione ai sonetti.

Scrisse alla fine più di 2200 sonetti in romanesco.

Documento corposo (il più corposo fra i dialetti) ricchissimo anche come documento del romanesco. Scritto con una grafia pesante (che in alcune edizioni è alleggerita) per dar conto della pronuncia. Si legge spesso grazie ad un glossario a piè di pagina.

Il primo sonetto che vi presento è sul rapporto fra i preti e la gente di Roma.

Dovete considerare che lo Stato della chiesa era governato, in tutte le cariche direttive, da preti, i laici potevano avere solo incarichi esecutivi. Il popolo romano si era ribellato varie volte, e SPQR Senatus
populusque romanus
rappresenta la sigla del Comune di Roma, dunque ciò che qualche volta si era riuscito ad opporre al potere del Papa.

S. P. Q. R. (944)

​944. S.P.Q.R. Quell’esse, pe, ccú, erre, inarberate sur portone de
guasi oggni palazzo, quelle sò cquattro lettere der cazzo, che nun
vonno dí ggnente, compitate. M’aricordo però cche dda regazzo,cuanno
leggevo a fforza de frustate, me le trovavo sempre appiccicate
drent’in dell’abbeccé ttutte in un mazzo. Un giorno arfine me te venne
l’estro de dimannanne 1 un po’ la spiegazzione a ddon Furgenzio ch’era
er mi’ maestro. Ecco che mm’arispose don Furgenzio: «Ste lettre vonno
dí, ssor zomarone, Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio». Roma, 4
maggio 1833 1 Dimandarne.

In un grande numero di sonetti ci sono i sonetti più vari. Quelli scherzosi, quelli con gli elenchi di parole romanesche (il più famoso del genere è Il Padre de li Santi), quelli satirici sui costumi, come questo:

Er decoro (425)

​427. Er decoro Pussibbile che ttu cche ssei romana nun abbi da capí
sta gran sentenza, che ppe vvive in ner monno a la cristiana bisogna
lascià ssarva l’apparenza! Co cche ccore, peddìo!, co cche ccuscenza
vôi portà scritto in fronte: io sò pputtana? Nun ze pò ffa lle cose co
pprudenza? Abbi un po’ de ggiudizzio, sciarafana. 1 Guarda Fra Ddiego,
guarda Don Margutto: c’è bbarba-d’-omo che nne pò ddí ggnente? Be’, e
la viggijja magneno er presciutto. Duncue sta verità tiettela a mmente
che cquaggiù, Checca mia, se pò ffà ttutto, bbasta de nun dà scànnolo
a la ggente. Terni, 8 novembre 1832 – Der medemo 1 Ciarafana (c
striscicato), cioè: «stolida, baccellona».

La conoscenza del Belli delle storie bibliche appare ottima, anche se ci sono degli evidenti strafalcioni messi apposta. E sotto sotto c’è anche una critica illuministica che si fa strada, malgrado il Belli stesso o forse con l’alibi del popolano ignorante, Belli parla con più libertà.

Chi la tira, la strappa (1204)

​1205. Le bbestie der Paradiso Terrestre Prima d’Adamo, senza dubbio
arcuno er ceto de le bbestie de llà ffori fascéveno 1 una vita da
siggnori senza dipenne un cazzo 2 da ggnisuno. Ggnente cucchieri, 3
ggnente cacciatori, nò mmascelli, 4 nò bbòtte, nò ddiggiuno… E
rriguardo ar parlà, pparlava oggnuno come parleno adesso li dottori.
Venuto però Adamo a ffà er padrone, ecchete 5 l’archibbusci e la
mazzola, le carrozze e ’r zughillo 6 der bastone. E cquello è stato er
primo tempo in cui l’omo levò a le bbestie la parola pe pparlà ssolo e
avé rraggione lui. 19 dicembre 1834 1 Facevano. 2 Senza per nulla
dipendere. 3 Niente cocchieri. 4 Macelli. 5 Eccoti. 6 Il sugo.

​1206. Chi la tira, la strappa Fatto Adamo padron de l’animali,
incominciò addrittura a arzà l’ariaccia. 1 Nun zalutava, nun guardava
in faccia… come fussino 2 llà ttutti stivali. Nun c’er’antro 3 pe
llui che ccan 4 da caccia, caval 5 da sella, scampaggnate, 6 ssciali,
7 priscissione 8 coll’archi trionfali,musiche, e ccianerie 9 pe la
mojjaccia. 10 E l’animali, a ttutte ste molestie, de la nescessità,
ccome noi dimo, 11 fasceveno vertú, ppovere bbestie. Nun ce fu cch’er
Zerpente, che, vvedute tante tiranneríe, disse p’er primo: «Mó vve
bbuggero io, creste futtute». 16 aprile 1834 1 Alzare l’ariaccia:
levarsi in superbia. 2 Fossero. 3 Non c’era altro. 4 Cani. 5 Cavalli.
6 Diporti in campagna. 7 Gozzoviglie. 8 Processioni. 9 Foggie
eleganti. 10 Mogliaccia. 11 Diciamo.

Er giorno der Giudizzio (273)

​276. Er giorno der giudizzio Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca. Allora vierà ssù una
filastrocca de schertri da la terra a ppecorone, 1 pe rripijjà ffigura
de perzone, come purcini attorno de la bbiocca. 2 E sta bbiocca sarà
ddio bbenedetto, che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera: una pe annà
in cantina, una sur tetto. All’urtimo usscirà ’na sonajjera 3
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto, smorzeranno li lumi, e
bbona sera. 25 novembre 1831 – Der medemo 1 Camminando cioè con mani e
piedi. 2 Chioccia. 3 Un formicaio, ecc.

Ecco un sonetto legato alle funzioni religiose, che gioca con un’allusione.

Er miserere (1799) 1834. Er Miserere de la Sittimana Santa Sonetti 2
1° Tutti l’ingresi de Piazza de Spaggna nun hanno antro 1 che ddí ssi
cche ppiascere è de sentí a Ssan Pietro er miserere che
ggnisun’istrumento l’accompaggna. Defatti, cazzo!, in ne la gran
Bertaggna e in nell’antre cappelle furistiere chi ssa ddí ccom’a Rroma
in ste tre ssere Miserere mei Deo sicunnum maggna? Oggi sur maggna sce
sò stati un’ora; e ccantata accusí, ssangue dell’ua!, 2 quer maggna è
una parola che innamora. Prima l’ha ddetta un musico, poi dua, poi
tre, ppoi quattro; e ttutt’er coro allora j’ha ddato ggiú:
mmisericordiam tua. 31 marzo 1836 1 Altro. 2 Dell’uva.

Nonostante l’aforisma che dice: “A Papa Gregorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne dì male. E i 273 sonetti scritti contro di lui.

Belli dopo la repubblica romana del 1849 non scrisse più versi in romanesco e si chiuse in un suo pessimismo in cui vedeva che non si sarebbe potuto più conservare lo Stato più arretrato d’Europa, e non voleva però niente di nuovo.

Fu così che lasciò per testamento di distruggere tutti i suoi sonetti, che non erano stati mai pubblicati. Ma questo il figlio non lo fece e fu così che con Roma capitale si pubblicarono e diffusero dando spinta alla poesia dialettale romanesca.

Dialetto romanesco

Questo è un dialetto italiano, ma nell’accezione più stretta del termine. Infatti spesso si dicono dialetti italiani il siciliano o il lombardo, perché parlati in Italia, ma, forse più propriamente, i dialetti italiani sono quelli parlati nell’Italia centrale: il Toscano, l’Umbro, il Marchigiano, i dialetti laziali e il romanesco.

Il romano o romanesco (che è definizione del Belli, ma già in partenza peggiorativa), si differenzia già dal cinquecento dai dialetti laziali. La spiegazione che se ne dà è nella presenza già dal quattrocento di una curia con molti mercanti toscani e parlanti toscani, che portavano con sé una lingua già più letteraria. Con la vicinanza che c’era a quei tempi fra aristocratici e popolani, si ebbe quindi un’evoluzione del dialetto laziale di Roma influenzato dal parlare piuttosto italiano della coorte papale.

Grazie al Belli conosciamo il dialetto della Roma del primo ottocento. Poi il romanesco si evolverà con grande velocità con l’aumento della popolazione dopo che nel 1870 Roma diverrà la capitale del Regno d’Italia.

Certo, come si vede già in Trilussa, il romanesco diviene quasi solo una parlata dell’italiano, ma presentava e presenta tuttora alcune caratteristiche proprie. Ed è da sottolineare d’altro canto la capacità di divenire la lingua di tutte le genti che arrivano da fuori. Infatti per i piemontesi, che riempiranno i ministeri, o per i veneti che verranno nella zona di Latina, ma anche per i laziali, il romanesco proprio per la sua vicinanza all’italiano diverrà presto la loro lingua.

Adesso si è espanso in tutto il Lazio, e termini romaneschi sono entrati anche nell’uso dell’italiano parlato da altri parlanti. Uno dei motivi va visto anche nel cinema, che nasce a Roma come industria, e che porta con la commedia all’italiana il romanesco per tutta Italia. Anche se a dire il vero ne presenta spesso gli aspetti più grevi e ignoranti.

Caratteristiche

Ci sono varie caratteristiche che saltano subito all’orecchio. La presenza del rotacismo: dorce (per dolce), il “ts” al posto della esse dopo consonante: perzona (per persona), l’assimilazione, callo (per caldo), e alcune doppie che mancano o ci sono: “Tera, chitara e guera con du ere, sinnò è erore”, la caduta di dittonghi, bono (invece che buono).

Fra le caratteristiche grammaticali abbiamo l’articolo er (per il), composto con der o ’nder.

C’è un articolo dimostrativo e un pronome: stò e questo.

Quattro coniugazioni: annà, volé, sentì, aregge.

Avé è il verbo avere, come ausiliare, mentre avecce, è avere nel senso di possedere, da cui quell’onnipresente: c’ho. ‘`Ho magnato quello che me so magnato, e mò c’ho na panza’’.

Caratteristiche della parlata romana, che ritroveremo in alcune poesie, sono le parolacce, usate per intercalare e separate dai riferimenti sessuali cui spesso provengono. Mentre non erano frequenti le bestemmie, al contrario del fiorentino.

Più in generale poi c’è un atteggiamento che ritroveremo anche nei poeti, un atteggiamento disincantato, satirico, con la battuta che cela qualcosa di serio, con il non prendere sul serio chi pensa di essere qualcuno, con lo sfottò (a volte esagerato), con un certo pessimismo sulla storia umana.

Sonetto

Il sonetto è una forma classica della poesia italiana e dunque anche del
romanesco.

È costituito da 14 versi endecasillabi, cioè generalmente di undici sillabe. Di tipo maggiore, ad esempio, per citare il toscano Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita (settenario+quinario) e del tipo minore: mi ritrovai per una selva oscura (quinario+settenario).

I versi sono divisi in 2 quartine, con rima alternata o incrociata, e 2 terzine a rima varia.

Ecco un esempio di sonetto di Trilussa:

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa\
che serve pe fà un conto in generale\
de la gente che nasce, che sta male,\
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa\
è dove c’entra la percentuale,\
pè via che, lì, la media è sempre eguale\
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno\
seconno le statistiche d’adesso\
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,\
t’entra ne la statistica lo stesso\
perch’è c’è un antro che ne magna due.

Qualità industriale

Immaginate di andare da un vetraio (o uno che faccia cornici per quadri) e di commissionargli una bella cornice con bordo in alluminio (moderna) della grandezza di un A3. Ora andate a ritirare quest’ultima e vi accorgete che il silicone utilizzato per fissare il vetro ha creato delle gocce che sono ben visibili sul bordo della cornice, all’attaccatura col vetro stesso. Cosa fate? Chi con gentilezza, chi meno, dice al vetraio che purtroppo il lavoro non è fatto bene, e pretende che il silicone in eccesso venga rimosso oppure che il tutto venga sostituito.

Ora immaginate di andare all’Ikea (R), e di trovare un’offerta, e di accorgervi del problema sovracitato. Una reazione comune (anche la mia) è: “che ci vuoi fare, è Ikea! E poi non si nota tanto.” Lo stesso capita comprando magliette industriali economiche, che spesso hanno una cucitura che cede dopo un giorno e lascia penzolare un filo, dal sarto sarebbe successa una cosa simile?

Per non parlare dell’elettronica, nonostante le garanzie ormai prluriennali sui prodotti, spesso alcuni mi sembrano molto approssimativi. Lampadine portachiavi che durano due giorni, router wireless che dovrebbero avere una portata di 30 metri ma non è sicuro, e tanto altro. Per non parlare dei primi prezzi (ossia il prodotto più economico), soprattutto riguardo agli impianti audio con qualità talmente scadente, e pochissime caratteristiche tecniche come descrizione. Mi è capitato essendo stato venditore: “Sono buone queste casse da computer?”, io, “Beh PROBABILMENTE sono migliori di quelle integrate nel suo laptop”. Oppure sugli home cinema: “Gli mp3 con l’Ipod si sentono bene?” cosa rispondere? Gli mp3 con l’Ipod non si possono sentire bene? Ormai l’hifi è sparito, ci stiamo abituando ad una qualità audio nettamente inferiore. È capitato anche questo: “Com’è la qualità dell’altoparlante di questo cellulare per sentire la musica?” “Beh sa signore, non può pretendere molto da un cellulare! Il diffusore integrato avrà 3 mm di diametro ed è alimentato a batteria…”. E lui: “Ma come? Il mio cellulare attuale ha un’altissima qualità.” E così via… I colori delle TV: “Questa ha dei colori molto naturali, realistici, al contrario quest’altra ha un contrasto sparato al massimo che sfalsa tutta la visione, vede? La neve è addirittura violetta, i campi hanno un verde che sembra di avere gli occhiali da sole con le lenti colorate, i visi sono viola…” “Beh però mi piacciono i colori brillanti!”.

Insomma, prima si cercava di riprodurre la realtà, in fatto di suono, di video, ora non più, si punta al mediocre. Tanto (ad esempio la grandezza degli schermi) e di qualità media, così come la quantità di canzoni o film sugli hard disk dei più, tanti di numero e scarsi di qualità (sia qualità della canzone/film stessa sia qualità sonora data dalla trasformazione in mp3 e altro). Lo stesso vale per le foto: Con una stampantina economica non si ottiene la qualità che si otteneva sviluppando le pellicole, però, con meno spesa, si possono ottenere molte più foto. Così è però anche per i vestiti e per moltissimi altri oggetti (a mio avviso) e questo porta a buttare le cose sempre più in fretta e a volerne sempre di nuove anche perché quelle che abbiamo (e a buon ragione) non ci soddisfano.

Stiamo dunque andando verso una perdita di qualità generale (che un tempo si cercava di elevare) per depositarci su degli standard relativamente bassi? Ci stiamo abituando al mediocre fino a non accorgercene più oppure le cose di valore costerebbero davvero così tanto da non potercele proprio permettere come società in generale?