Mondo senza qualità

Quando iniziai a lavorare nel 1987 ero in una multinazionale, e vari corsi insistevano sulla qualità. Cambiata azienda dopo tre anni, ricominciai con i corsi sulla qualità globale.

La qualità, si diceva, era l’unica vera risorsa per vincere la concorrenza. Oramai, continuavano a dire, i prodotti funzionano tutti bene e la qualità da quel di più. In effetti c’era un po’ di ragione, ma come mai parlare tanto di qualità? Si parla di qualcosa che manca. E i servizi e prodotti davvero funzionavano tutti bene? E come era in precedenza? Non si diceva infatti che le cose di una volta erano più resistenti e durature? Continua...

Qualità difficili da riconoscere

Dopo aver scritto il post basato sulla cornice Ikea di evidente bassa qualità (per non parlare di due bicchieri da vino che mi si sono rotti asciugandoli, e avendo anche lavorato in un ristorante so che non si sarebbero dovuti rompere) ho iniziato a pensare alla qualità riguardante ogni oggetto o servizio noi possiamo aquistare.

Spesso la qualità è facile da stabilire, a volte ci aiutano le “specifiche tecniche” ma a volte è quasi impossibile capire se una cosa sia di qualità, se non col tempo.

Le “specifiche tecniche” riguardano il materiale di cui può essere fatto un vestito, o anche la velocità di un processore, la potenza di un motore e tanto altro.

D’altronde anche se un abito è in puro cotone non è detto che le cuciture siano solide e il colore duraturo. E se un portatile è molto potente come facciamo a sapere se sia anche robusto? Oppure che non scaldi troppo? Insomma molti dati mancano. Non porto altri esempi perché penso che tutti ci siamo trovati di fronte a queste domande.

Esistono molti siti in cui, per fortuna, diversi consumatori possono scrivere la propria opinione sui prodotti, scambiarsi dubbi e conoscenze. Ed è poi quello che io provo a fare, nel mio piccolo, con le recensioni sulle cuffie.

Per i prodotti più diffusi (e facilmente giudicabili) ciò funziona molto bene. Ci sono però prodotti che rivelano la loro qualità solo col tempo, ad esempio una schedina SD dalle sovrascritture limitate, o un’automobile che dopo 5 anni inizia ad arrugginirsi.

Qui le garanzie (ora di minimo due anni sugli apparecchi elettronici, spesso di 10 sulle carrozzerie) cercano di tutelare il cliente da problemi di fabbricazione, ma non garantiscono la qualità del prodotto, solo il funzionamento.

Ancora più difficili da giudicare sono Software e altri servizi.

Ad esempio se fate fare da una piccola ditta il vostro sito internet, chi vi può dire se lo faranno di qualità o se avrete sempre nuovi problemi?

Ma anche dei prodotti molto specifici, magari associati ad un software (un quadro per gestire le campane di un campanile, un impianto che gestica riscaldamento e aria condizionata in automatico) sono una cosa che prima che siano installati non si può sapere se sarà di qualità. Bisogna fidarsi delle ditte.

E come servizi si potrebbero anche citare autostrade, ferrovie e molto altro (in quel caso chi ha l’appalto non approfitta del consumatore singolo ma dello Stato, della società).

Purtroppo temo che le ditte non abbiano (troppo spesso ormai) come obbiettivo la qualità. Sfruttando, a volte, situazioni di monopolio riescono comunque ad avere clienti, e, vista la bassa qualità, riescono anche a guadagnare molto.
A volte invece puntano sull’ignoranza (nel campo specifico) dei clienti, e a volte addirittura, non si preoccupano di perdere molti clienti perché hanno comunque un ricambio assicurato (ad esempio nei luoghi turistici).
Infine mi sembra che certe volte il servizio di tutte le ditte del settore sia scadente allo stesso modo. Un modo per non faticare a cercare di migliorare ma guadagnare tutti quanti (creando una specie di cartello, ma non sul prezzo).

Studiando ingegneria noto con interesse questi cambiamenti (o è sempre stato così?) le cose ormai sono talmente complesse che non riusciamo più a giudicare. E, per finire, certe volte conta la quantià e non la qualità (tipo i vestiti: “non importa se durano poco tanto ne compro di nuovi ogni settimana”).

Trilussa

Carlo Alberto Salustri, (1871 -1950) è più conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del cognome.

Inizi

Anche Trilussa, come Belli, fu orfano di padre a pochi anni e visse
sempre in certe ristrettezze economiche. Al contrario del Belli fu però
subito famoso. Commentava per i giornali i fatti del giorno, e con la
sua vistosa eleganza (come mostrano varie sue fotografie)
frequentava i bar di Roma (al contrario di Pascarella che già ai primi
del secolo per la sordità e le delusioni italiane si era molto
ritirato). Continua...

Giuseppe Gioachino Belli

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (1791 – 1863).

Già dai ridondanti nomi sappiamo che nasce in una famiglia agiata. Nato in una famiglia di un certo livello sociale, per via dell’arrivo delle truppe napoleoniche e poi della morte prematura del padre, visse in miseria fino a quando non sposò una ricca vedova. Quindi pur di discendenza nobile, ebbe modo di vivere e frequentare il popolo romano. Continua...

Dialetto romanesco

Questo è un dialetto italiano, ma nell’accezione più stretta del termine. Infatti spesso si dicono dialetti italiani il siciliano o il lombardo, perché parlati in Italia, ma, forse più propriamente, i dialetti italiani sono quelli parlati nell’Italia centrale: il Toscano, l’Umbro, il Marchigiano, i dialetti laziali e il romanesco. Continua...

Qualità industriale

Immaginate di andare da un vetraio (o uno che faccia cornici per quadri) e di commissionargli una bella cornice con bordo in alluminio (moderna) della grandezza di un A3. Ora andate a ritirare quest’ultima e vi accorgete che il silicone utilizzato per fissare il vetro ha creato delle gocce che sono ben visibili sul bordo della cornice, all’attaccatura col vetro stesso. Cosa fate? Chi con gentilezza, chi meno, dice al vetraio che purtroppo il lavoro non è fatto bene, e pretende che il silicone in eccesso venga rimosso oppure che il tutto venga sostituito.

Ora immaginate di andare all’Ikea (R), e di trovare un’offerta, e di accorgervi del problema sovracitato. Una reazione comune (anche la mia) è: “che ci vuoi fare, è Ikea! E poi non si nota tanto.” Lo stesso capita comprando magliette industriali economiche, che spesso hanno una cucitura che cede dopo un giorno e lascia penzolare un filo, dal sarto sarebbe successa una cosa simile?

Per non parlare dell’elettronica, nonostante le garanzie ormai prluriennali sui prodotti, spesso alcuni mi sembrano molto approssimativi. Lampadine portachiavi che durano due giorni, router wireless che dovrebbero avere una portata di 30 metri ma non è sicuro, e tanto altro. Per non parlare dei primi prezzi (ossia il prodotto più economico), soprattutto riguardo agli impianti audio con qualità talmente scadente, e pochissime caratteristiche tecniche come descrizione. Mi è capitato essendo stato venditore: “Sono buone queste casse da computer?”, io, “Beh PROBABILMENTE sono migliori di quelle integrate nel suo laptop”. Oppure sugli home cinema: “Gli mp3 con l’Ipod si sentono bene?” cosa rispondere? Gli mp3 con l’Ipod non si possono sentire bene? Ormai l’hifi è sparito, ci stiamo abituando ad una qualità audio nettamente inferiore. È capitato anche questo: “Com’è la qualità dell’altoparlante di questo cellulare per sentire la musica?” “Beh sa signore, non può pretendere molto da un cellulare! Il diffusore integrato avrà 3 mm di diametro ed è alimentato a batteria…”. E lui: “Ma come? Il mio cellulare attuale ha un’altissima qualità.” E così via… I colori delle TV: “Questa ha dei colori molto naturali, realistici, al contrario quest’altra ha un contrasto sparato al massimo che sfalsa tutta la visione, vede? La neve è addirittura violetta, i campi hanno un verde che sembra di avere gli occhiali da sole con le lenti colorate, i visi sono viola…” “Beh però mi piacciono i colori brillanti!”.

Insomma, prima si cercava di riprodurre la realtà, in fatto di suono, di video, ora non più, si punta al mediocre. Tanto (ad esempio la grandezza degli schermi) e di qualità media, così come la quantità di canzoni o film sugli hard disk dei più, tanti di numero e scarsi di qualità (sia qualità della canzone/film stessa sia qualità sonora data dalla trasformazione in mp3 e altro). Lo stesso vale per le foto: Con una stampantina economica non si ottiene la qualità che si otteneva sviluppando le pellicole, però, con meno spesa, si possono ottenere molte più foto. Così è però anche per i vestiti e per moltissimi altri oggetti (a mio avviso) e questo porta a buttare le cose sempre più in fretta e a volerne sempre di nuove anche perché quelle che abbiamo (e a buon ragione) non ci soddisfano.

Stiamo dunque andando verso una perdita di qualità generale (che un tempo si cercava di elevare) per depositarci su degli standard relativamente bassi? Ci stiamo abituando al mediocre fino a non accorgercene più oppure le cose di valore costerebbero davvero così tanto da non potercele proprio permettere come società in generale?

Il pianeta delle scimmie

Non si può capire realmente il film, che è del 1968, se non si è vissuti o se non si conosce il clima che si viveva quando il film fu girato. Si sentiva realmente il pericolo che qualcuno, fra sovietici e americani, iniziasse una guerra che portasse alla distruzione nucleare di tutta la terra. Non è che adesso non ci siano più le bombe nucleari, ma certo lo scenario è realmente diverso.

Forse però questo non è il tema centrale del film, come ad esempio ne “Il dottor Stranamore”. Anche se con i discorsi iniziali sconsolati e senza speranza del comandante e la denuncia finale incastonano tutto il film in questo tema. Ma il film vive tutta una sua storia, dal paesaggio spettrale iniziale con la sua musica d’avanguardia, al confronto con una società scimmiesca, in cui si parla della solitudine dell’essere umano moderno. Come è presente in senso più ampio, che rispetto solo al nucleare, quel sentimento di una umanità che va verso il nulla, in nome del progresso.

C’è anche il tema religioso, in cui la religione è quella che nega la realtà e la libertà, c’è allora un’inquisizione grottesca, ma che rimanda ovviamente alla vera inquisizione. Però poi a sorpresa rappresenta un tentativo, certo sbagliato, di non ripercorrere le tappe del progresso che tutto distrugge.

Un film potente e fortemente politico, anche se assolutamente non partitico e nemmeno schierato. Così politico che si crede a stento al produttore che afferma di non essersene accorto, e che pensava solo ad un film di fantascienza. Così potente da aver dato il via a decine fra seguiti, telefilm e rifacimenti, che Charlton Heston si rifiutò giustamente di fare, vista la perfezione del primo.