Chi osa dire che 2 + 2 fa quattro…

La peste di Camus è un romanzo di grande impatto. Una storia che vive da sé, che parla di emozioni e che coinvolge.

È realistico, pur nella completa invenzione. Ad esempio, nella descrizione dei comportamenti di negazione e di minimizzazione all’inizio del diffondersi del contagio in una città in fondo spensierata come Orano. È adeguato e reale il dolore degli amanti divisi, del padre verso il figlio malato… È assolutamente magistrale nelle descrizioni che comunicano la pervasività della peste nella vita quotidiana, la cappa di oppressione (autentica, non modo di dire giornalistico) che tutto sovrasta. Continua...

Primo Levi

Sintesi

Primo Levi è stato uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. Però come outsider. Infatti il suo primo libro: Se questo è un uomo e gran parte della sua produzione è legata al tema della Shoah e nella vita il suo mestiere fu quello di chimico. E alla tecnica e alla scienza è legato il resto della sua produzione letteraria. Continua...

Leggere Shakespeare

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616).

Leggere il teatro

Leggere il teatro? Sì, vediamo perché.

In generale, infatti, si potrebbe dire che a teatro si debba andare o al limite lo si possa vedere ripreso in televisione. Ma qui potremmo aprire delle altre discussioni che non affronto. Continua...

Pasolini

Pier Paolo Pasolini era fondamentalmente un pessimista cristiano (Storia letteratura italiana Garzanti p. 567).

L’edizione delle Opere di Pasolini colloca la sua opera tra i classici
del secondo Novecento. E a ragione, poiché solo Pasolini (come
D’Annunzio e più di Pirandello) ha sperimentato tutti i generi della
creazione del 20° secolo: romanzo e novella, teatro e cinema, critica
letteraria e saggistica politica, e non meno la poesia.

Lui amava definirsi semplicemente “scrittore” (dalla Treccani).

Gianni Rodari

Rodari, una presentazione

Premessa

Non si può passare in rassegna tutto quello che ha scritto Gianni Rodari, che ha avuto una produzione estesa. Ne faccio allora una presentazione, con cenni biografici e al suo periodo. E una scelta personale di testi.

Inoltre devo dire che sono affezionato a quest’uomo che i miei genitori hanno conosciuto di persona, e che quando sono nato mi dedicò un paio di righe nel suo stile. Foglietto purtroppo smarrito in uno dei tanti traslochi. Continua...

Trilussa

Carlo Alberto Salustri, (1871 -1950) è più conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del cognome.

Inizi

Anche Trilussa, come Belli, fu orfano di padre a pochi anni e visse
sempre in certe ristrettezze economiche. Al contrario del Belli fu però
subito famoso. Commentava per i giornali i fatti del giorno, e con la
sua vistosa eleganza (come mostrano varie sue fotografie)
frequentava i bar di Roma (al contrario di Pascarella che già ai primi
del secolo per la sordità e le delusioni italiane si era molto
ritirato). Continua...

Giuseppe Gioachino Belli

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (1791 – 1863).

Già dai ridondanti nomi sappiamo che nasce in una famiglia agiata. Nato in una famiglia di un certo livello sociale, per via dell’arrivo delle truppe napoleoniche e poi della morte prematura del padre, visse in miseria fino a quando non sposò una ricca vedova. Quindi pur di discendenza nobile, ebbe modo di vivere e frequentare il popolo romano. Continua...

Cesare Pascarella

Cesare Pascarella (1858 – 1940), fece vari viaggi, ma a Roma visse sempre nella zona di Campo Marzio.

Si forma nella Roma capitale di Italia, con i grandi cantieri e le grandi prospettive, con la popolazione che diviene in breve numerosa.

Egli è il poeta di Roma capitale del tempo umbertino, infatti anche se vivrà più a lungo dopo il 1911 a causa della sordità si isolerà. Continua...

Dialetto romanesco

Questo è un dialetto italiano, ma nell’accezione più stretta del termine. Infatti spesso si dicono dialetti italiani il siciliano o il lombardo, perché parlati in Italia, ma, forse più propriamente, i dialetti italiani sono quelli parlati nell’Italia centrale: il Toscano, l’Umbro, il Marchigiano, i dialetti laziali e il romanesco. Continua...

Il campo del vasaio

Pensieri sul “Il campo del vasaio” (di Andrea Camilleri, Sellerio 2008)

La bellezza degli ultimi romanzi che hanno come protagonista Montalbano, è a mio parere nel suo riflettere sull’invecchiare.

Il resto è come nei telefilm: interessante perché è già stato visto. Mi spiego, nei telefilm c’è una caratteristica dei personaggi che si snoda attraverso situazioni nuove; si provano tutte le combinazioni fra caratteri, caratterizzazioni e situazioni. Con il piacere, di autori e spettatori, come quello di un bambino che prova tutte le possibili utilizzazioni di un giocattolo che ama e che ha già conosciuto ed imparato ad usare. È quella certa prevedibilità che già pregusta la battuta, macari l’incazzatura di questo o quell’altro personaggio.

Insieme, però, una riflessione che va come fuori dal racconto (come gioca spesso Camilleri) ed ecco che Montalbano si stacca dal personaggio macchietta per riflettere sull’invecchiare, invecchiare come perdita di capacità e non come acquisto d’esperienza, semmai acquisto -se fosse ancora possibile- di scetticismo verso il mondo o meglio verso l’umanità, e anche verso sé stesso. Un pupo in mezzo ad una recita di pupi. Un personaggio dunque e non un vero essere umano.

Ma a ben guardare per questo più umano, più vero e meno personaggio letterario.

Pensate un attimo, infatti, a quanti recitano la loro parte (se non tutti), a quanti sono prevedibili nei loro eccessi verbali, nei loro modi di dire ripetuti, nei loro atteggiamenti stereotipati di risposta, che divengono quasi “tic”… ed eccoli qui nel romanzo di Camilleri: dal “Signori, Signori” di Catarella, al susire in piedi di scatto per una notizia inattesa. Non reazioni spontanee, ma invece modi “culturali” per esprimersi nel mondo, schemi collaudati per interagire con lo spazio circostante.

È allora che la maturità di Montalbano lo porta ad un livello diverso. Questi uomini come Mimì e gli altri, così infantili a volte, un po’ “guappi” e un po’ “atteggioni”, ecco che si scoprono con i loro limiti (più che difetti), in cui si vede come è difficile essere realmente uomini o donne. Ed allora anche il crimine più efferato diviene prova di immaturità, fuga dalla realtà, atto logico però per un mondo fatto di pupi, che vorrebbero essere pupari.

Lo dimostra lo stesso improbabile pentimento del vecchio Sinagra, che non è più a favore della pena di morte. Il mafioso, quello che più di tutti ha cercato e creduto nel potere, anche di vita e di morte, si ritrova ad essere pupo e non puparo. Per avere sbagliato un tempo, per non avere più tempo da vivere, per scoprirsi infine limitato come gli altri.

Ed in fondo, in questa visione idealistica della vecchia mafia, c’è questo cercare di essere uomini in un mondo di mezzi uomini, quelli senza regole né dignità, dignità invece riconosciuta a Montalbano proprio perché nonostante tutto egli si interroga sul senso delle cose che fa, sul senso delle storie che vive, con un senso del dovere che non lo fa cedere -ad esempio- alla fascinosa colombiana o provarci con la bionda svedese, fra l’altro miti erotici dei maschi della generazione di Camilleri.

Romanzo dunque che oltre la macchietta e la prevedibilità di personaggi ben collaudati, s’interroga sull’essere “essere umano” in un mondo egoista e sbagliato, che bada all’apparenza, e dunque favorisce il preoccuparsi del come apparire.