Pasolini

Pier Paolo Pasolini era fondamentalmente un pessimista cristiano (Storia letteratura italiana Garzanti p. 567).

L’edizione delle Opere di Pasolini colloca la sua opera tra i classici
del secondo Novecento. E a ragione, poiché solo Pasolini (come
D’Annunzio e più di Pirandello) ha sperimentato tutti i generi della
creazione del 20° secolo: romanzo e novella, teatro e cinema, critica
letteraria e saggistica politica, e non meno la poesia.

Lui amava definirsi semplicemente “scrittore” (dalla Treccani).

Il pianeta delle scimmie

Non si può capire realmente il film, che è del 1968, se non si è vissuti o se non si conosce il clima che si viveva quando il film fu girato. Si sentiva realmente il pericolo che qualcuno, fra sovietici e americani, iniziasse una guerra che portasse alla distruzione nucleare di tutta la terra. Non è che adesso non ci siano più le bombe nucleari, ma certo lo scenario è realmente diverso.

Forse però questo non è il tema centrale del film, come ad esempio ne “Il dottor Stranamore”. Anche se con i discorsi iniziali sconsolati e senza speranza del comandante e la denuncia finale incastonano tutto il film in questo tema. Ma il film vive tutta una sua storia, dal paesaggio spettrale iniziale con la sua musica d’avanguardia, al confronto con una società scimmiesca, in cui si parla della solitudine dell’essere umano moderno. Come è presente in senso più ampio, che rispetto solo al nucleare, quel sentimento di una umanità che va verso il nulla, in nome del progresso.

C’è anche il tema religioso, in cui la religione è quella che nega la realtà e la libertà, c’è allora un’inquisizione grottesca, ma che rimanda ovviamente alla vera inquisizione. Però poi a sorpresa rappresenta un tentativo, certo sbagliato, di non ripercorrere le tappe del progresso che tutto distrugge.

Un film potente e fortemente politico, anche se assolutamente non partitico e nemmeno schierato. Così politico che si crede a stento al produttore che afferma di non essersene accorto, e che pensava solo ad un film di fantascienza. Così potente da aver dato il via a decine fra seguiti, telefilm e rifacimenti, che Charlton Heston si rifiutò giustamente di fare, vista la perfezione del primo.

Piccolo grande uomo

È un classico del cinema. È uno di quei film con una lunga storia, che vuole essere la storia di un tempo. È uno dei primi film che vuole ridare dignità ai nativi americani, che erano stati tratteggiati nei primi film western solo come feroci selvaggi.

Molto interessante è che ciò che dicono gli indiani, in particolare il vecchio capo, è ripreso pari pari da memorie di autentici capi indiani del periodo cui si riferisce il film. Il film, almeno nelle sue parti indiane più intese, diviene la trasposizione cinematografica, tramite l’inserimento in una trama di fantasia, di una cultura indiana che i bianchi, quelli sì rozzi e violenti, stanno per distruggere.

Ad un certo punto il grande capo, dice che i bianchi uccidono e uccidono perché credono che tutto sia mortale.

Ma come non erano cristiani, e non sono i cristiani a credere nella resurrezione? Eppure nel loro comportamento quelle persone dimostrano di pensare che tutto sia mortale, sia tutto qui. Se pensiamo che molti cristiani non credono veramente nella resurrezione, e ci sono anche pastori e preti con non lo credono veramente, ci si accorge che le parole del vecchio capo indiano sono vere, per molti anche se non per tutti.

Petrolini

In pieno regime fascista un comico popolarissimo a quel tempo, Petrolini, prende in giro platealmente Mussolini. Petrolini aveva scritto lo spettacolo Nerone già alla fine della prima guerra mondiale. Quando però nel 1930 Blasetti lo riprende in un film è chiaro che nello spettacolo Petrolini mette in scena una presa in giro del dittatore, con le mosse della mandibola e con quell’andare al balcone, oltre che sulla battuta dell’importanza di parole difficili per ammaliare il popolo.

Una battuta di Nerone, fra le altre, invita a ragionare: “Lo vedi all’urtimo come è er popolo? Quanno si abitua a dì che sei bravo, puro che non fai gnente, sei sempre bravo!”

Possiamo ancora vedere lo spettacolo, almeno in parte, grazie alle riprese che come ho detto fece un ancor giovane Blasetti. (A seguire trovate la trascrizione dell’ultima scena).

Mussolini e il regime si facevano prendere in giro? Certo che no, anzi in ogni palazzo i rappresentanti del Partito fascista denunciavano anche chi si permetteva qualche battuta. Solo con la sua enorme popolarità Petrolini poteva permettersi, qualcosa come una velata presa in giro. O forse il regime poteva concedere qualcosa per sembrare meno becero. D’altronde in quegli anni il fascismo era all’apice della popolarità.

Comunque di Petrolini si ricorda un’altra battuta. Il fascismo si era subito distinto per un uso non educato della lingua italiana. Parole forti e provocatorie. Come oggi movimenti come la Lega. Nei primi anni uno dei tanti motti del fascismo era stato “Me ne frego”, ad indicare volgarmente il non rispetto delle regole democratiche.

Si racconta che Petrolini, per i tanti successi in Italia e all’estero, fosse stato insignito di una onorificenza, consegnata pare proprio da parte dello stesso Mussolini. Fu in quell’occasione che nel ritirare il premio, Petrolini ringrazio concludendo in riferimento al premio: “Ed io me ne fregio”.

Nerone, scena ottava

Da Nerone di Petrolini, l’ultima scena, la scena Ottava

EGLOGE (entrando con un urlo di terrore) : Cesaretto te vonno ammazzà! Tu sei responsabile dell’incendio.

NERONE : Io responsabile dell’incandio. No! Sono assicurato con la Fondiaria.

POPPEA : Cesare, persuadi il popolo con uno dei tuoi soliti discorsi.

NERONE : Sta bene, parlerò col popolo, ma non mi lasciate solo…venitemi a tergo…(Si avvia al podio, ma delle urla improvvise lo fanno retrocedere frettolosamente.) Ah, no…il popolo è ignorante…vo’ li quatrini…(Ripete l’azione e nuovamente retrocede.) Ho trovato…il popolo è mio…un nume mi ha dato un lume: Eureka! Eureka! E chi se ne…importa! L’ho in mano…Basta che lo fai divertì il popolo è tuo…(Va al podio accolto nuovamente dalle urla, rimane al podio dicendo i numeri della morra 🙂 Sette…Tre…Tutta…

VOCE (d. d.) : Quattro…Otto…Sei…Sei…

NERONE : Stupido…Ignobile plebaia! Così ricompensate i sacrifici fatti per voi? Ritiratevi, dimostratevi uomini e domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria…

VOCE (d. d.) : Bravo!

NERONE : Grazie. (Rivolgendosi a Egloge e a Poppea 🙂 E’ piaciuta questa parola…pria…Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona…Ora gliela ridico…Più bella e più superba che pria.

VOCE (d. d.) : Bravo!

NERONE (sempre più affrettatamente quasi cercando di sorprendere il popolo) : Più bella e più superba che pria…

VOCE (d. d.) : Bravo!

NERONE : Più bella…grazie.

VOCE (d. d.) : Bravo!

NERONE : …Zie.

VOCE (d. d.) : Bravo!

NERONE (facendo il gesto di dire la parola pria, senza però dirla.)

VOCE (d. d.) : Bravo!

NERONE : Bravo!

VOCE (d. d.) : Grazie!

NERONE : Lo vedi all’urtimo come è il popolo? Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo! Guarda (ripete il gesto senza dire la parola).

VOCE (d. d.) : Brrrrrr…

NERONE : Domani…Domani…Domani…quanti ne abbiamo…Domani ne abbiamo…saranno fatte grandi distribuzioni di vino, di olio, di pane e di sesterzi…Panem et circentibus…

VOCE (d. d.) : Panem et circenses!

NERONE : Cacchibus…C’è uno che parla bergamasco…Eccomi a voi tutto d’un pezzo…Io vi darò tutto, basta che non domandate nulla! Il momento è difficile, l’ora è suprema, l’affare s’ingrossa e…e chi la fa l’aspetta! Ed ora, ed ora vattene, diletta ciurmaglia!

VOCI (d. d.) : A morte! A morte!

(Tutti rientrano disponendosi a quadro.)

NERONE : A morte!
A morte a me che…
vissi d’arte, vissi d’amore
non feci mai male ad anima viva.
Io della morte, l’ora non voglio
bramo restare nel baccanale.

CORO: Sei la disgrazia del Campidoglio
meglio fuggire, qui si sta male.
Poi quando partiremo
torneremo a Roma
tutti quanti insieme…
Balleremo, mangeremo, sbaferemo
e mai nessuno pregheremo…
Bon tichi tichi bon
uè…uè…
nfrù, nfrù, nfrù, nfrù.

Cala la tela

Be Cool

Mi chiederete che c’è oltre del divertimento in “Be Cool”? Mi interessa perché è in mezzo a gag e sparatorie, un film sulla paternità.

È fin dall’inizio chiaro che al protagonista interessa la moglie, già grande, del suoa amico, che muore alla seconda scena del film.

Quando va a vedere la ragazza che vuole vederlo, ha una grande ammirazione per lei, ha sorrisi esagerati, si informa di come ha iniziato. E lei, guarda caso racconta del padre, che non c’è più.

Decide di essere il suo agente e comincia a proteggerla. Ma si capisce ancor meglio, quando spiega al cantante degli Aerosmith che ha scritto la sua più intenda canzone quando era diventato padre.

È come se Palmer avesse –forse inconsciamente– deciso di cambiar vita, di divenire padre. E sceglie la giovane cantante come una figlia da far felice. Ed in questo è aiutato da una donna che fa le veci, perché no, della mamma.

Non è il solo tema, ma per me è il più accattivante, quello che dà al film uno spessore diverso da latri filmetti del genere.

Hairspray

Un film che è come una favola, una favola di come sarebbero dovute andare le cose, negli Stati Uniti degli anni sessanta. Nessuna discriminazione, ma il sogno americano per tutti, bianchi e neri, magri e grassi, vecchi e giovani.

Ho visto in Italia presentare il film con lo slogan: “Grasso è bello”, come se questo fosse l’assunto del film, invece Hairspray è un’altra cosa. Infatti non è una parodia dei grassi che li prende in giro sotto sotto con superiorità, ma l’affermazione che non è l’aspetto che conta, ma la personalità di ognuno.

Ecco allora che agganciare la liberazione dei neri all’accettazione dei grassi (come anche cantare l’amore di due non più giovani, in mezzo a quelli di tanti adolescenti), non è solo una trovata, ma diviene un messaggio di ribellione alla discriminazione, allo sprezzante giudizio degli altri che ti fa sentire in colpa, che ti mette in soggezione, che ti fa essere non a posto con il tuo corpo, con il colore della tua pelle, con tutto te stesso, che ti fa penetrare nella mente come una auto-vergogna.

È in fondo un film sulla dignità di ogni essere umano e sul riappropriarsi della propria dignità. Il fatto che il film sia pieno di tante canzoni e “lustrini” anni sessanta, dunque, non tragga in inganno. Vanno seguiti i dialoghi e i testi delle canzoni, che non sono mai a caso.

Fin dall’inizio, dal giornale che dà notizia del comportamento discriminatorio verso i neri del sindaco della città di Baltimora, si comprende che dietro la ragazza che canta in puro stile musical vaporoso, come la lacca che dà il titolo al film, si sta parlando di altro. E ci si riferisce agli anni sessanta non per nostalgia, ma perché quegli anni sono gli anni della lotta contro la discriminazione, si veda ad esempio la marcia dei manifestanti come ricrea quel clima insieme al vero è proprio gospel che l’accompagna.

Ma c’è anche di più. Quando il padre dice alla ragazza di tentare di realizzare il suo sogno, perché “questa è l’America”, c’è la grande speranza di quegli anni, la grande speranza di un sogno americano per ognuno. Qualcosa che ci fa pensare a quante cose sono cambiate, ad esempio riguardo alla discriminazione verso i neri, ma anche a quante occasioni si sono perdute e quanti errori sono stati fatti. E che ci fa pensare all’oggi su quante cose restano da fare per le generazioni successive, certo più smaliziate e più calcolatrici, ma anche spesso meno cariche di voglia di cambiare e di sogni, così belli, grandi e forti, come neri e bianchi insieme mano nella mano.

E il lieto fine, così improbabile (e chissà se mai rivedremo la ragazza protagonista in posizione di spicco in qualche altra grande produzione), non è velato di malinconia, ma vuol dare fiducia col messaggio che non si possono fermare i tempi che corrono verso una maggiore giustizia. È un ottimismo forse spicciolo, ma comunque sia è la direzione in cui vogliamo camminare.

Re Leone

Il Re Leone è un film sulla vocazione.

Il film si apre con il battesimo del futuro re delle “Terre del Branco”. Rafiki è il sacerdote di questo rito. E chiari sono i simboli e i segni. C’è del liquido posto sulla fronte, ed è il battesimo con l’acqua, c’è il raggio di luce che scende fra le nuvole al momento dell’acclamazione, il simbolo del battesimo di Spirito, che investe di una vocazione tutta particolare il piccolo leoncino, per ora ignaro.

Con Skar si intromette il malvagio, che vorrebbe essere re, senza però averne la vocazione. La sua bramosia di dominio lo porta a uccidere il vero Re e a voler uccidere il giovane Simba. Nel far questo si avvale delle iene, che “seduce” con un discorso in cui annuncia una specie di Regno di Dio in terra, in cui ci sarà abbondanza per tutte le iene.

Indiscutibile, anche per via delle iene che marciano con il passo dell’oca su una spianata che è copiata direttamente dalle parate naziste, il riferimento ad Hitler che in effetti prometteva ai tedeschi cose dele tipo che ogni ragazza avrebbe trovato marito nel suo Reich.

Ma Skar non ha la vocazione del re, è solo un imbroglione con una grande invidia, ambizione e malvagità. Come ogni dittatore, d’altronde.

E non considera per niente il ruolo del re (o se vogliamo portarlo ai nostri giorni del politico), come un servizio alla collettività. Mentre il vecchio Re Leone col discorso sul cerchio della vita, istruiva il figlio a vedere nell’eesere re una responsabilità sociale, Skar vuole solo dominare tutto e finisce per ridurre alla miseria e alla sconfitta tutto il paese. Come ogni dittatore, d’altronde.

Responsabilità

È certo un film anche sul rapporto con il padre, forse l’unico film Walt Disney in cui il padre muore. Ma questo rapporto è appunto fondamentale per comprendere quale sia la vocazione di Simba crescendo.

Rinunciando a tutte le responsabilità Simba crescerà senza più essere se stesso. Conquistato dalle parole di Pumba e Timon, “Acunamatata”, niente responsabilità, niente problemi. Farà proprio un modo di vita che non è quello a cui la sua vocazione lo chiama. Modo di vita che probabilmente non va bene neanche per Pumba e Timon, e che può esistere solo in un’oasi scollegata da tutta la società esterna. E che è dunque un modo di vita irreale e solo infantile.

Poi con il discorso di Rafiki sul passato e soprattutto con il “ricordati chi sei”, cioè ricordati della tua vocazione, fatto dal padre nella nuvola, Simba prenderà le sue responsabilità e porterà di nuovo prosperità a tutte le sue terre.

Il re siamo noi

Un film sulla vocazione, dunque, ma non solo quella di un re. Come in tutte le favole al centro ci siamo noi, siamo noi i protagonisti, anche se si parla di re e regine, di fate e di maghi.

È un film che parla a noi tutti e di noi tutti. Ognuno di noi è destinato, chiamato ad essere re, cioè ad avere la propria vocazione importante e fondamentale per tutta la società.

In questo senso si può leggere con un’impostazione etica protestante: tutti i lavori, tutte le attività sociali e vissute con spirito di servizio alla società sono importanti e fondamentali, sullo stesso piano. Perché nel grande cerchio della vita, cioè nella vita umana, che è comunitaria e che dovrebbe tener presente anche chi verrà, ognuno di noi a molte vocazioni da parte del Signore.

Good Morning, Vietnam

I film di solito si classificano in generi. Ed il genere di “Good Morning, Vietnam” è quello della commedia. Ma, forse come per ogni bel film, il genere gli va un po’ stretto. Infatti il film fu rifiutato da tre case cinematografiche prima di essere prodotto grazie alla Disney. “Come si fa a fare una commedia sul Vietnam?” “Come possono esserci le bombe in una commedia?” dicevano.

In realtà ci sono parecchi film che hanno momenti comici e tragici insieme, da quelli di Chaplin a “Il Sorpasso”, però probabilmente era perché la ferita della guerra, dispendiosa di vite e di mezzi, persa contro il Vietnam era ancora viva. In effetti il film fu girato in Thailandia, mentre adesso potrebbe essere girato benissimo nella città di Ho Chi Minh City (l’allora Saigon).

Gli autori non avevano intenzione di fare un film schierato contro i militari o la guerra, ma mettersi a raccontare una storia, con tutti i risvolti comici, che partiva da alcune notizie che avevano del vero DJ Adrian Cronauer. Certo ciò che rendeva la vicenda interessante era l’anticonformismo di Cronauer, ma all’inizio della guerra in Vietnam, con il ’68 che non era ancora arrivato, tutti erano meno schierati. La vicenda allora si vede con gli occhi di chi non capisce ancora bene, di chi vuole vivere ostinatamente con leggerezza e umanità non volendo entrare a far parte dell’orrore che sta arrivando.

Forse a distanza di anni questo è il pregio del film. Far pensare alla “logica militare” e alla forza del voler essere se stessi, nonostante tutto. Far vedere le contraddizioni mentre stanno nascendo, o meglio mentre si stanno palesando. “Non è sulla censura che si basa l’America” dice Cronauer nel film, e gli viene risposto “Qui non siamo in America”. L’America come la terra della libertà, che preservare la sua libertà porta la guerra oltre i suoi confini. Uno sguardo dunque che giudica alcuni aspetti, ma si astiene dall’ideologia, e guarda alle persone, ai visi, alle vite di giovani militari statunitensi che non erano mai usciti dalla loro città e si ritrovano in un paese tutto diverso dal loro, a giovani vietnamiti segnati dal lutto delle guerre coloniali, alla ansia calma del futuro: “forse il mio paese, non avrà futuro”.

La musica nel film, infine, è qualcosa di fondamentale, ma lo è anche perché è proprio attraverso i tanti fermenti musicali di quegli anni che i messaggi di rinnovamento e protesta passano. La scena di “I Feel Good” di James Brown rimane indimenticabile a parlare dell’energia della musica e della forza della radio nel accompagnare una generazione nei mutamenti della società. Così come la voce della dolcissima canzone di Louis Armstrong “A Wonderful World”, con le immagini di violenza che passano sotto, è divenuto un “luogo cinematografico”, ad indicare la distanza fra i sogni della gente, la melodia della radio e la realtà di violenza e di ingiustizia.

E queste immagini ci fanno pensare allora alla forza dei mezzi di comunicazione di massa, controllati dal potere, che però alle volte possono portare un messaggio nuovo, nelle pieghe del vecchio.

Good Bye, Lenin

Di quale genere è il film “Good Bye, Lenin!”?

Certo è un film che è spesso divertente, anzi è costruito come una commedia, però spesso è drammatico, come l’inizio e la fine. Tratta delle piccole cose, è un ritratto familiare, ma non solo gli spezzoni da documentario, ma anche alcuni dialoghi e scene così azzecate, danno il clima del 1989 a Berlino. E per di più visto da Est.

L’inganno benevolo del figlio, ad esempio, che non vuol turbare la madre debole di cuore con le notizie della caduta del muro, mentre in una farsa scivolerebbe via con cinismo, strizzando l’occhio allo spettatore “tanto è un film comico”, qui invece turba i personaggi, che si domandano se hanno fatto bene o no, fino alla fine, al momento del funerale “spaziale” in cui il figlio ripete con convinzione di aver fatto la cosa giusta.

Ecco allora un film non classificabile, e con una sua grandezza che è la magia del cinema, raccontare una storia e attraverso quella ridare il sapore, l’odore, l’atmosfera di una stagione, di un’epoca. Non so se ai più giovani questo film comunichi il clima pesante, idealistico e nello stesso tempo meschino, della Germania Est e del cosiddetto II mondo, ma certo vale la pena farglielo vedere per discutere con loro. Chi ricorda, poi, le notizie di quella lunga stagione che sembrava non finire mai, con quei volti e quelle cerimonie sempre uguali, che poi in un batter d’occhio (vien da dire) scomparve, ritrova rivedendo il film cose dimenticate, come ad esempio i cosmonauti. Eppure sembrava una fase della Storia che sarebbe durata per secoli.