Primo Levi

Appunti per “Conferenza su un grande scrittore italiano Castasegna 25 febbraio 2017

Sintesi

Primo Levi è stato uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. Però come outsider. Infatti il suo primo libro: Se questo è un uomo e gran parte della sua produzione è legata al tema della Shoah e nella vita il suo mestiere fu quello di chimico. E alla tecnica e alla scienza è legato il resto della sua produzione letteraria.

Formazione

Ho avuto il privilegio di sentire dal vivo un sopravvissuto ad un Lager. Un ebreo di Roma, dove c’è una delle più antiche comunità ebraiche del mondo (dai tempi di Giulio Cesare), che raccontava della sua esperienza terribile ad una conferenza, intervistato dal direttore di una biblioteca vicino a Fossoli…

Ebbene la testimonianza iniziava con un’ammissione triste, di non essere riuscito a parlare a nessuno della sua esperienza, fino a che non ha cominciato a parlarne ai nipoti, ai figli dei suoi figli, una volta divenuti grandi.

Perché Primo Levi invece appena tornato sente il bisogno impellente e morale di parlare, anzi di scrivere? Ciò è legato alla sua formazione precedente alla deportazione nel Lager di Auschwitz.

Nato nel 1919 a Torino, nella casa dove poi abiterà tutta la vita, in una famiglia borghese di ebrei piemontesi.  Dopo la maturità classica in un prestigioso liceo, si iscrive nel 1937 al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino.

Non è sorprendente questo aver fatto la maturità classica e poi iscriversi in una facoltà scientifica. A quel tempo non solo il classico era il Liceo per antonomasia, ma anche da parte degli scienziati italiani c’era un profondo rispetto per la lingua italiana e per una corretta esposizione[1].

Questo non solo dà a Primo Levi un’ottima conoscenza della lingua italiana e dei classici, ma anche una passione per lo scrivere che precede l’esperienza concentrazionaria. Ciò è testimoniato non solo in alcune interviste, ma anche nella presenza di due suoi racconti giovanili inclusi ne Il sistema periodico.

Nel 1938 il governo di Mussolini, dopo ampia campagna di stampa, emana le prime leggi razziali. Fra l’altro è vietato agli ebrei frequentare le scuole pubbliche, tuttavia a chi è già iscritto all’università è consentito di terminare gli studi. Questo farà sì che quando 1941 Primo Levi si laurea in chimica con summa cum laude, cioè a pieni voti, il suo diploma riporti la menzione «di razza ebraica». Questo farà sì che avrà nonostante la brillante laurea problemi a trovare lavoro, che cerca affannosamente perché la famiglia a causa della malattia del padre, che lo porterà alla morte di lì a poco, è a corto di mezzi.

Ma l’impatto delle leggi razziali farà anche sì che Levi frequenti circoli di studenti antifascisti, ebrei e non, ed inizi sia pure in maniera incerta una attività politica.

Cosicché quando arriva l’8 settembre 1943 con l’armistizio e l’occupazione nazi-fascista dell’Italia, Primo Levi si unirà ad un gruppo partigiano operante in Val d’Aosta di Giustizia e Libertà. Si noti che scegliere una formazione di Giustizia e Libertà è scegliere l’antifascismo non comunista, anche se si noterà nei suoi libri una simpatia per i russi come popolazione. Si ricordi anche che Primo Levi non sarà mai un politico di professione e non sarà mai neanche fanatico in politica. Questo viene da una mitezza di carattere, ma anche dalla mitezza come valore morale.

È una brigata partigiana non troppo organizzata e già al 13 dicembre, dopo pochi mesi quindi, è arrestato.

Con ingenuità che non si perdonerà, ma in un certo senso è l’ingenuità degli ebrei che si recano da soli verso i punti di raccolta in osservanza alle leggi, si dichiara da subito ebreo e viene allora avviato nel campo di concentramento[2] di Fossoli, vicino Carpi. Da cui dopo poco tempo sarà inviato ad Auschwitz.

I motivi che faranno di Primo Levi, da subito, un testimone che vuole anzi sente che deve raccontare sono quindi una formazione culturale, umanistica e scientifica, che lo ha allenato all’osservazione, all’analisi, all’inquadramento filosofico e gli ha dato i mezzi espressivi e una formazione politica che gli ha già fatto comprendere l’illegalità e disumanità profonda del fascismo e del nazismo.

Se questo è un uomo

Ecco l’inizio del libro come appare nella versione di Einaudi.

Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.

Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.

Viene descritta poi la cattura e l’avvio al campo di Fossoli.

Della sera della partenza da Fossoli verso Auschwitz che tutti sanno a cosa vanno incontro, è scritto:

Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente, e come l’atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da potere accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine, e, ove lo desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sé l’odio o l’arbitrio, ma la necessità e la giustizia, e, insieme con la punizione, il perdono.

Ma a noi questo non fu concesso, perché eravamo troppi, e il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati?

Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito.

Il viaggio durerà cinque giorni, all’arrivo alcuni uomini fra cui Primo Levi vengono inviati al campo di lavoro, donne e bambini e altri avviati verso l’eliminazione.

Primo Levi attribuisce la sua sopravvivenza ad una serie di circostanze fortunate. La sua conoscenza sufficientemente estesa del tedesco gli permette di comprendere gli ordini dei suoi aguzzini. Il fatto che non fosse né troppo giovane, né troppo anziano. Poi dalla fine del 1943, dopo Stalingrado, la carenza di manodopera in Germania è tale che diventa indispensabile utilizzare anche gli ebrei, serbatoio di manodopera a prezzo nullo. Inoltre la sua laurea in chimica servirà ad entrare in un laboratorio della fabbrica Buna. C’è anche un operaio italiano civile che per 6 mesi gli darà pane di nascosto. Ed infine il suo essersi ammalato di scarlattina proprio quando i tedeschi abbandonano il campo per l’imminente arrivo dei sovietici. La detenzione durerà quasi un anno.

Circa l’esame di chimica si legge:

Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto, quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana.

Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.

Solo alla fine del 1945 rientra in patria. È ossessionato dalle traversie subite e scrive febbrilmente Se questo è un uomo. Racconta Primo Levi:

In Se questo è un uomo ho cercato di scrivere le cose più grosse, più pesanti, e più importanti. Mi sembrava che il tema dell’indignazione dovesse prevalere: era una testimonianza di taglio quasi giuridico, nella mia intenzione doveva essere un atto d’accusa – non a scopo di provocare una rappresaglia, una vendetta, una punizione –, ma sempre una testimonianza. Perciò certi argomenti mi sembravano un po’ marginali, allora, un’ottava più in basso; e li ho poi scritti molto tempo dopo.

Nel 1947 il libro viene pubblicato dall’editore De Silva in 2500 esemplari. Buone accoglienze critiche, ma scarso successo di vendita. Levi ritiene concluso il suo compito di scrittore-testimone e si dedica per intero alla professione di chimico. A dicembre dopo la Duco e un tentativo in proprio. Primo Levi accetta un posto di chimico di laboratorio presso la Siva, azienda di vernici in cui lavorerà fino alla pensione.

Sembrava allora che uno scrittore, con la sua formazione, che avesse scritto, sia pure bene, della sua esperienza non fosse uno scrittore. Infatti il cambiamento nella percezione di Levi nella cultura italiana avviene per gradi.

Solo dopo 9 anni nel 1956 durante una mostra a Torino sulla deportazione Primo Levi incontra uno straordinario successo. Levi è assediato da giovani che lo interrogano sulle sue esperienze di deportato. Ritrova la fiducia nei suoi mezzi espressivi, e ripropone Se questo è un uomo all’editore Einaudi, che questa volta decide di pubblicarlo, si badi bene, nella collana «Saggi». Già, nei Saggi e non trattato ancora come uno Scrittore.

Da allora però il libro non cesserà di essere ristampato e tradotto.

Eppure Primo Levi è profondamente scrittore. Anche nel primo libro, i ricordi sono trasformati, riorganizzati in modo che si posano leggere e si possano apprezzare anche i tipi[3]. C’è ad esempio il personaggio del romano Piero, che poi diverrà Cesare ne La Tregua, e che invece si chiamava Lello Perugia, ed era un partigiano comunista, che così entra in scena:

…Ho ricevuto una visita: è Piero Sonnino, il romano.

– Hai visto come l’ho buscherato? –: Piero ha una enterite assai leggera, è qui da venti giorni, e ci sta bene, si riposa e ingrassa, se ne infischia delle selezioni e ha deciso di restare in Ka-Be fino alla fine dell’inverno, a ogni costo. Il suo metodo consiste nel mettersi in fila dietro a qualche dissenterico autentico, che offra garanzia di successo; quando viene il suo turno gli domanda la sua collaborazione (da rimunerarsi con zuppa o pane), e se quello ci sta, e l’infermiere ha un momento di disattenzione, scambia le bacinelle in mezzo alla ressa e il colpo è fatto. Piero sa quello che rischia, ma finora gli è sempre andata bene.

Si consideri come buscherato sia un toscanismo forse per alleggerire il buggerato romanesco.

Lello Perugia non si riconobbe né in questo né nell’altro personaggio. Non è di Trastevere, ma di San Lorenzo, è un politico comunista e partigiano, prima che uno scaltro ebreo romano come viene presentato.

In effetti in una antologia di testi che lo avevano ispirato, La ricerca delle radici, Primo Levi inserì tre sonetti del Belli. E questo personaggio scaltro e solare è un tipo per parlare di tipi ebrei diversi che sopravvivono. Non che i fatti siano falsi, anzi sono ancora più veri in quanto lo spirito di osservazione di Levi va nel profondo e vuole farci conoscere il profondo.

La tregua

Nel 1962 incoraggiato dal successo di Se questo è un uomo, inizia la stesura di La tregua, diario dell’avventuroso viaggio di ritorno dalla prigionia. A differenza del precedente, è un libro scritto con un piano di stesura. E Primo Levi compone metodicamente un capitolo al mese. Il libro vincerà il Premio Campiello.

Nell’inizio de La Tregua, c’è un brano in cui c’è già tutto Primo Levi scrittore. È l’arrivo del primo drappello di russi.

Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide[4], e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.

Ci pareva, e cosi era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione[5]: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Questo libro portentoso dal titolo alla fine, è fatto anche di episodi e ritratti alle volte quasi picareschi. Ma grazie al personaggio dell’ebreo greco di Salonicco, che lo esplicita, mantiene l’idea che il viaggio di ritorno da Auschwitz sia stato solo un periodo di tregua, che in realtà la guerra è sempre.

E c’era finalmente il greco, con cui il destino doveva congiungermi per una indimenticabile settimana randagia.

Si chiamava Mordo Nahum, e a prima vista non presentava nulla di notevole, salvo le scarpe (di cuoio, quasi nuove, di modello elegante: un vero portento, dato il tempo e il luogo), e il sacco che portava sul dorso, che era di mole cospicua e di peso corrispondente, come io stesso avrei dovuto constatare nei giorni che seguirono.

Più in là è scritto:

Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum.

Questo è un’altra delle cose che gli fu rimproverata dagli ottimisti di sempre. Questa idea della tregua, non di una vera pace. E la chiusa del romanzo non è solo una notazione psicologica, ma una constatazione storica e pessimistica, se vogliamo:

Giunsi a Torino il 19 di ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere. Ritrovai gli amici pieni di vita, il calore della mensa sicura, la concretezza del lavoro quotidiano, la gioia liberatrice del raccontare. Ritrovai un letto largo e pulito, che a sera (attimo di terrore) cedette morbido sotto il mio peso. Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento.

È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać».

Qui c’è anche tutto il bisogno di non dimenticare, affinché cose simili non si ripetano. Il valore della memoria è in Primo Levi non solo per la Shoah ma anche in generale.

Storie naturali e altro

Nel 1967 Primo Levi raccoglie alcuni racconti fantastici e fantascientifici, anche se a modo suo, in un volume intitolato Storie naturali. Per dare il tono dell’opera basta citare il racconto di Gilberto che duplica la moglie Emma e poi per conservare la pace familiare si deve duplicare anche egli stesso.

Attenzione pubblica il libro sotto uno pseudonimo di Damiano Malabaila. C’è come un pudore, ma anche come un peso, di non essere considerato uno scrittore vero, ma solo quello del Lager.

In effetti anche per la cultura italiana, almeno fino agli anni Ottanta non viene considerato come un vero scrittore. Eppure noi leggiamo Primo Levi perché scrittore e un ottimo scrittore. Solo successivamente oltre che testimone della Shoà entrerà nelle antologie di scuola come autore letterario.

E forse se mi permettete ci sono due altri motivi nel considerarlo un outsider, uno che non appartiene ai circoli letterari. Il primo è che effettivamente non vi appartiene, per il suo essere chimico in un’industria e non intellettuale a tempo pieno. Fa parte del suo essere ibrido, come dice Levi stesso, chimico e scrittore, come anche ebreo e italiano.

Il secondo motivo è per il suo modo di scrivere.

Egli dice in un’intervista che il suo vuole essere uno scrivere che “deve essere una comunicazione che funziona. Non dico messaggio è troppo aulico, ma comunicazione che può essere intesa da un lettore normale, che non sia analfabeta.

Nel 1971 Primo Levi raccoglie una seconda serie di racconti: Vizio di forma, che questa volta la pubblica a suo nome.

Nel 1975 Primo Levi, che è ormai è divenuto dirigente della Siva la fabbrica di vernici in cui ha svolto quasi tutto il suo periodo lavorativo, decide di pensionarsi (anche se rimarrà consulente per altri due anni). Raccoglie come prima cosa alcune sue poesie in un volumetto: L’osteria di Brema. Poi successivamente queste poesie andranno a confluire nel volume Ad ora incerta.

Poesie dunque e non solo romanzi o racconti. Spiega lo stesso Primo Levi che:

In tutte le civiltà, anche in quelle ancora senza scrittura, molti, illustri e oscuri, provano il bisogno di esprimersi in versi, e vi soggiacciono: secernono quindi materia poetica, indirizzata a se stessi, al loro prossimo o all’universo, robusta o esangue, eterna o effimera. La poesia è nata certamente prima della prosa. Chi non ha mai scritto versi?

Uomo sono. Anch’io, ad intervalli, «ad ora incerta», ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istinti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.

Qui sono contenute poesie di vari anni. Fra cui quella per me famosa con cui si apre Se questo è un uomo, che costituisce a mio avviso un ottimo esempio dell’ispirazione diretta dai Salmi biblici[6].

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. (10 gennaio 1946)

Il Sistema periodico

Nel 1975 pubblica anche il Sistema periodico[7]. In cui Levi organizza una serie di racconti, in parte fra loro collegati, che si riferiscono ognuno ad un elemento atomico. L’opera è godibilissima, e ricevette delle grandi lodi sia a livello letterario:

Saul Bellow: «Siamo sempre alla ricerca del libro necessario. Dopo poche pagine mi immergevo nel Sistema periodico con piacere e gratitudine. Non vi è nulla di superfluo, tutto in questo libro è essenziale. È meravigliosamente puro»

Sia a livello di divulgazione scientifiche, ad esempio nel 2006 la Royal Institution del Regno Unito scelse quest’opera come il miglior libro di scienza mai scritto.

Anche Cerrato conosceva questa milizia: anche lui aveva sperimentato l’insufficienza della nostra preparazione, e il dovervi surrogare con la fortuna, l’intuizione, gli stratagemmi, ed un fiume di pazienza. Gli dissi che andavo in cerca di eventi, miei e d’altri, che volevo schierare in mostra in un libro, per vedere se mi riusciva di convogliare ai profani il sapore forte ed amaro del nostro mestiere, che è poi un caso particolare, una versione più strenua, del mestiere di vivere.

L’episodio che mi ha colpito di più è Vanadio, quello di quando nel suo lavoro di vernici deve contestare per lettera la qualità di certi componenti di vernice di cui si sono riforniti. E si instaura un epistolario commerciale con un chimico di nome Müller.

Müller. C’era un Müller in una mia incarnazione precedente, ma Müller è un nome comunissimo in Germania, come Molinari in Italia, di cui è l’esatto equivalente. Perché continuare a pensarci? Eppure, rileggendo le due lettere dal periodare pesantissimo, infarcite di tecnicismi, non riuscivo a far tacere un dubbio, di quelli che non si lasciano accantonare e ti scricchiolano dentro come tarli. Ma via, i Müller in Germania saranno duecentomila, lascia andare e pensa alla vernice da correggere.

…e poi, ad un tratto, mi ritornò sott’occhio una particolarità dell’ultima lettera che mi era sfuggita: non era un errore di battuta, era ripetuto due volte, stava proprio scritto «naptenat», non «naphthenat» come avrebbe dovuto. Ora, degli incontri fatti in quel mondo ormai remoto io conservo memorie di una precisione patologica: ebbene, anche quell’altro Müller, in un non dimenticato laboratorio pieno di gelo, di speranza e di spavento, diceva «beta-Naptylamin» anziché «beta-Naphthylamin».

Il racconto va avanti con la scoperta che quel Müller è proprio quello che ha incontrato nel Lager. I dubbi e le tensioni di Levi e l’incontro programmato che non può aver luogo…

La chiave a stella

Nel 1978 pubblica La chiave a stella, storia di un operaio montatore piemontese che gira il mondo a costruire tralicci, ponti, trivelle petrolifere, e racconta incontri, avventure, difficoltà quotidiane del proprio mestiere e si confronta con il Levi chimico e anche scrittore. Vince con questo romanzo di finzione, ma ispirato a personaggi veri, il Premio Strega.

Claude Lévi-Strauss scrive: «L’ho letto con estremo piacere perché non v’è nulla che ami quanto l’ascoltare i discorsi di lavoro. Sotto questo profilo Primo Levi è una sorta di grande etnografo. Inoltre il libro è davvero divertente».

Quando Levi scrive in mezzo al racconto piano di Faussone, Levi inserisce delle riflessioni brevi, che illuminano il motivo del raccontare, non solo per puro divertimento[8].

Si fa presto a dire che dalle stesse cause devono venir fuori gli stessi effetti: questa è un’invenzione di tutti quelli che le cose non le fanno ma le fanno fare. Provi un po’ a parlarne con un contadino, o con un maestro di scuola, o con un medico, o peggio che tutto con un politico: se sono onesti e intelligenti, si metteranno a ridere (pag. 150)

C’è un confronto sempre presente con il protagonista Faussone.

Io gli ho detto, a conclusione, che con le similitudini bisogna stare attenti, perché magari sono poetiche ma dimostrano poco: perciò si deve andare cauti nel ricavarne indicazioni educative-edificanti. Deve l’educatore prendere esempio dal fucinatore, che battendo rudemente il ferro gli dà nobiltà e forma, o dal vinaio, che ottiene lo stesso risultato sul vino distaccandosi da lui e conservandolo nel buio di una cantina? È meglio che la madre abbia a modello la pellicana, che si spenna e si denuda per rendere morbido il nido dei suoi nati, o l’orsa, che li incoraggia ad arrampicarsi in cima agli abeti e poi li abbandona lassù e se ne va senza voltarsi indietro? È un miglior modello didattico la tempra o il rinvenimento?

Nel libro c’è un vero e proprio rispetto e amore per il lavoro.

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. (pag 153)

Pensate che questo ovviamente non fece piacere a chi continuava a parlare con fanatismo politico delle logiche capitalistiche contro la dignità dei lavoratori. Invece proprio da chi era stato in un campo di lavoro in cui li si prendeva in giro con la scritta “il lavoro rende liberi” all’entrata del campo. Viene un riconoscimento della dignità del vero lavoratore. Ancora viene scritto da Levi:

il termine «libertà» ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo. (pag 158)

Certo il montatore non sa elevarsi o meglio pensa di non doversi elevare oltre quel suo lavoro interessante e di soddisfazione. Come quando è in un rifugio alpino con una ragazza:

Pensi che abbiamo passato quasi metà della notte a domandarci perché le stelle sono tante così, a cosa servono, da quanto tempo ci sono, e anche a cosa serviamo noi e così via, e cosa succede dopo morti, insomma delle domande che per uno con la testa sul collo non hanno nessun senso, specie per un montatore. (pag 161)

E vediamo la mitezza[9], il pudore a non intervenire nella vita del montatore, anche se pregato per questo dalle due zie di lui, che ha studiato, che è ricco d’esperienza.

È già difficile per il chimico antivedere, all’infuori dell’esperienza, l’interazione fra due molecole semplici; del tutto impossibile predire cosa avverrà all’incontro di due molecole moderatamente complesse. Che predire sull’incontro di due esseri umani? O delle reazioni di un individuo davanti ad una situazione nuova? Nulla: nulla di sicuro, nulla.

Se non ora, quando? / I sommersi e i salvati

Nel 1982 Primo Levi pubblica un romanzo di finzione, ma che trae spunto da personaggi ebrei dell’est Europa che aveva conosciuto: Se non ora, quando?, che ha un immediato successo. A giugno il romanzo vince il Premio Viareggio, a settembre il Premio Campiello.

È la storia di ebrei dell’Est, sionisti, che attraversano l’Europa sconvolta dalla guerra per andare infine in Israele.

Due anni dopo pubblica la raccolta di poesie Ad ora incerta.

E nel 1986 pubblica I sommersi e i salvati, che rappresenta il riepilogo delle riflessioni suggerite dall’esperienza del Lager. Non è questo un romanzo, ma un vero saggio anche con la disamina dei documenti e di teorie di altri, che vuole ricordare ciò che è avvenuto e insieme riflettere su come ciò fu possibile. Individuando la pesante responsabilità della zona grigia e di chi preferì non sapere.

Morte

Nel 1987 muore. Non si sa se sia caduto dalla tromba delle scale per un malore o accidentalmente oppure si sia ucciso. La famiglia ha dichiarato che aveva tanti progetti e non sembrava affatto dar segni di depressione.

Altri invece hanno detto che in fondo non aveva mai risolto quello scritto nei sommersi e i salvati, l’ultimo libro, quello di essersi salvato perché altri al posto suo erano morti.

Egli ha affermato che fosse sopravvissuto proprio allo scopo di scrivere. Cioè allo scopo di raccontare, di testimoniare e riflettere.

Ha scritto in Se questo è un uomo:

La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana.

Questa era anche una delle molle che lo avevano tenuto in vita nel lager, quando era al laboratorio chimico aveva trovato modo di scrivere, che se scoperto lo avrebbe portato a morte certa.

Forse era venuto meno lo scopo della vita?

Lello Perugia, il personaggio che nella tregua si chiama Cesare, avanza l’ipotesi che Primo Levi fosse un ottimista, che una volta visto che il mondo non cambiava realmente fosse divenuto pessimista rispetto al mondo e quindi abbia voluto farla finita.

Penso che non dobbiamo fare gli psicologi da bar e aver un rispetto sacro per ogni persona e specie per una persona che abbia così anche sofferto. E lasciare il dubbio sul fatto che egli abbia scelto oppure no la sua fine. Ed evitare di dire le ragioni del suicidio, come anche Primo Levi aveva scritto anni prima:

Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato, anzi a maggior ragione egli non le sa.

La forza della letteratura

In Se questo è un uomo c’è un episodio particolare, che mostra la potenza della letteratura per affrontare il mondo che spesso è complesso e inspiegabile, e in particolare quel mondo malvagio e del tutto inspiegabile, come il campo di distruzione.

Succede quando un Kapo, detto Pikolo, piuttosto mite del campo lo chiama a fare un lungo giro per andare a prendere la minestra, in quel frangente di calma particolarissima, gli chiede di dirgli qualcosa in italiano e di tradurlo.

Allora a Primo Levi, che aveva descritto il suo scendere al fondo del Lager come l’andata all’inferno di Dante, viene in mente senza sapere il perché forse il più bel brano della Divina Commedia, il canto di Ulisse.

Lo cita a memoria e lo traduce e si accorge che è importante per lui e per l’altro. E infine:

Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

 

[1] Si veda ad esempio la solida ed elegante lingua italiana in cui Tullio Levi-Civita, considerato da Einstein uno dei suoi maestri, scrive nel 1928 Fondamenti della meccanica relativistica.

[2] Si noti che a Fossoli c’è un campo di concentramento propriamente detto, non di sterminio. L’unico campo di sterminio sul territorio italiano sarà quello della Risiera di S. Saba a Trieste.

[3] Si consideri che un avantesto è costituito dal Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per ebrei di Monowitz un testo scientifico scritto all’inizio per le autorità russe in collaborazione con un medico e che poi verrà pubblicato sulla rivista scientifica Minerva medica. Una delle testimonianze dell’ibridismo di Primo Levi.

[4] Sono timidi, i liberatori sono timidi e non arroganti. È anche una constatazione sui russi come popolazione.

[5] Ecco un riferimento da chimico, il nucleo di polvere su cui inizia a condensarsi la goccia e il fiocco di neve.

[6] Appare un po’ trascurata, per ovvi motivi di una certa estraneità, da parte dei critici, l’influenza della Scrittura ebraica su Primo Levi. Eppure non solo ci sono riferimenti diretti, ma anche delle storie che si raccontano in Se questo è un uomo è scritto: Ce le raccontiamo a vicenda a sera, e sono avvenute in Norvegia, in Italia, in Algeria, in Ucraina, e sono semplici e incomprensibili come le storie della Bibbia. Ma non sono anch’esse storie di una nuova Bibbia?

[7] Il Sistema periodico degli elementi è la classificazione degli elementi in base al loro numero atomico, che corrisponde alla quantità di protoni e quindi di elettroni, e che quindi ne dà un’indicazione su loro comportamento chimico-fisico.

[8] Per questa caratteristica che si ritrova in molti suoi scritti, Primo Levi mi ricorda, con tutte le differenze del caso, Tacito.

[9] La mitezza è proprio una delle caratteristiche di Primo Levi.