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Dialetto romanesco

Questo è un dialetto italiano, ma nell’accezione più stretta del termine. Infatti spesso si dicono dialetti italiani il siciliano o il lombardo, perché parlati in Italia, ma, forse più propriamente, i dialetti italiani sono quelli parlati nell’Italia centrale: il Toscano, l’Umbro, il Marchigiano, i dialetti laziali e il romanesco.

Il romano o romanesco (che è definizione del Belli, ma già in partenza peggiorativa), si differenzia già dal cinquecento dai dialetti laziali. La spiegazione che se ne dà è nella presenza già dal quattrocento di una curia con molti mercanti toscani e parlanti toscani, che portavano con sé una lingua già più letteraria. Con la vicinanza che c’era a quei tempi fra aristocratici e popolani, si ebbe quindi un’evoluzione del dialetto laziale di Roma influenzato dal parlare piuttosto italiano della coorte papale.

Grazie al Belli conosciamo il dialetto della Roma del primo ottocento. Poi il romanesco si evolverà con grande velocità con l’aumento della popolazione dopo che nel 1870 Roma diverrà la capitale del Regno d’Italia.

Certo, come si vede già in Trilussa, il romanesco diviene quasi solo una parlata dell’italiano, ma presentava e presenta tuttora alcune caratteristiche proprie. Ed è da sottolineare d’altro canto la capacità di divenire la lingua di tutte le genti che arrivano da fuori. Infatti per i piemontesi, che riempiranno i ministeri, o per i veneti che verranno nella zona di Latina, ma anche per i laziali, il romanesco proprio per la sua vicinanza all’italiano diverrà presto la loro lingua.

Adesso si è espanso in tutto il Lazio, e termini romaneschi sono entrati anche nell’uso dell’italiano parlato da altri parlanti. Uno dei motivi va visto anche nel cinema, che nasce a Roma come industria, e che porta con la commedia all’italiana il romanesco per tutta Italia. Anche se a dire il vero ne presenta spesso gli aspetti più grevi e ignoranti.

Caratteristiche

Ci sono varie caratteristiche che saltano subito all’orecchio. La presenza del rotacismo: dorce (per dolce), il “ts” al posto della esse dopo consonante: perzona (per persona), l’assimilazione, callo (per caldo), e alcune doppie che mancano o ci sono: “Tera, chitara e guera con du ere, sinnò è erore”, la caduta di dittonghi, bono (invece che buono).

Fra le caratteristiche grammaticali abbiamo l’articolo er (per il), composto con der o ’nder.

C’è un articolo dimostrativo e un pronome: stò e questo.

Quattro coniugazioni: annà, volé, sentì, aregge.

Avé è il verbo avere, come ausiliare, mentre avecce, è avere nel senso di possedere, da cui quell’onnipresente: c’ho. ‘`Ho magnato quello che me so magnato, e mò c’ho na panza’’.

Caratteristiche della parlata romana, che ritroveremo in alcune poesie, sono le parolacce, usate per intercalare e separate dai riferimenti sessuali cui spesso provengono. Mentre non erano frequenti le bestemmie, al contrario del fiorentino.

Più in generale poi c’è un atteggiamento che ritroveremo anche nei poeti, un atteggiamento disincantato, satirico, con la battuta che cela qualcosa di serio, con il non prendere sul serio chi pensa di essere qualcuno, con lo sfottò (a volte esagerato), con un certo pessimismo sulla storia umana.

Sonetto

Il sonetto è una forma classica della poesia italiana e dunque anche del
romanesco.

È costituito da 14 versi endecasillabi, cioè generalmente di undici sillabe. Di tipo maggiore, ad esempio, per citare il toscano Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita (settenario+quinario) e del tipo minore: mi ritrovai per una selva oscura (quinario+settenario).

I versi sono divisi in 2 quartine, con rima alternata o incrociata, e 2 terzine a rima varia.

Ecco un esempio di sonetto di Trilussa:

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa\
che serve pe fà un conto in generale\
de la gente che nasce, che sta male,\
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa\
è dove c’entra la percentuale,\
pè via che, lì, la media è sempre eguale\
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno\
seconno le statistiche d’adesso\
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,\
t’entra ne la statistica lo stesso\
perch’è c’è un antro che ne magna due.