
Scriveva Machiavelli:
Abbiamo, adunque, con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza religione e cattivi:
ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale è la seconda cagione della rovina nostra. Questo è che la Chiesa ha tenuto e tiene questa provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla ubbidienza d’una republica o d’uno principe, come è avvenuto alla Francia ed alla Spagna.
E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, né abbia anch’ella o una republica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa: perché, avendovi quella abitato e tenuto imperio temporale, non è stata sì potente né di tanta virtù che l’abbia potuto occupare la tirannide d’Italia e farsene principe; e non è stata, dall’altra parte, sì debole, che, per paura di non perdere il dominio delle sue cose temporali, la non abbia potuto convocare uno potente che la difenda contro a quello che in Italia fusse diventato troppo potente ( dai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, libro 1, capitolo 12)
Il libro fu composto fra il 1514 e il 1519. In questo brano Machiavelli individua nella presenza in Italia della Curia papale il motivo del degrado religioso e morale degli Italiani e ciò che bloccava l’unità d’Italia.
Per Machiavelli senza questa presenza ingombrante si sarebbe potuta avere una nazione italiana che l’avrebbe tolta dalla decadenza in cui stava entrando allora e che si manifesterà appieno, ma lui già la vedeva, nel seicento.
Guicciardini, che commenta questo stesso passo, fa sua in tutti e due gli aspetti l’analisi di Machiavelli, ma non giudica un male che ci siano più Stati italiani, perché si confarebbe questa situazione al carattere italiano. (Ma sul piano storico ha avuto ragione Machiavelli).
Quello che non ci sarà in Machiavelli sarà l’idea che una Riforma protestante, anche in Italia, potesse avere un riflesso positivo anche sulla situazione politica e sociale italiana. L’idea di affidarsi ad un Principe che potesse unire l’Italia e farla divenire una nazione moderna, sembra bastargli.
Certo non era facile esprimersi e pensare così a quei tempi, anche se Paolo Sarpi a Venezia lo farà, ma quello che è interessante è che neanche successivamente si sentì il bisogno di una Riforma in Italia.
Nel Novecento per Piero Gobetti non serviva più sarebbe arrivata la Rivoluzione liberale e per Gramsci ugualmente sarebbe arrivata la Rivoluzione comunista.
E oggi ecco, come sempre, una serie di cardinali e curiali tutti dediti alla politica “per paura di non perdere il dominio delle sue cose temporali”. Che non è più uno Stato vaticano, ma le influenze su tanti aspetti della vita civile, culturale e sopratutto economica d’Italia.
Eppure il fallimento morale e sociale e religioso dell’Italia di oggi, come quello dell’Italia di Machiavelli, come quello dell’Italia dell’Uomo della provvidenza come i cattolici definirono Mussolini, è la prova del fallimento della curia cattolica.
Infatti se c’è da dire bene di qualche cattolico, di solito è di “un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano” (come canta Jovanotti in “Penso positivo”). Oppure di un Papa buono che sembra fuori dagli schemi curiali.
Ma, per spiegarlo agli svizzeri, gli italiani ti diranno come Machiavelli che si è “cattivi e senza religione”, che tanto condividono della Riforma, che i potenti son tutti uguali, ma poi proprio pochi diverranno evangelici. E questo perché per essere evangelici c’è bisogno di una conversione individuale e del partire da sé stessi e dalla propria responsabilità personale.