Good Morning, Vietnam

I film di solito si classificano in generi. Ed il genere di “Good Morning, Vietnam” è quello della commedia. Ma, forse come per ogni bel film, il genere gli va un po’ stretto. Infatti il film fu rifiutato da tre case cinematografiche prima di essere prodotto grazie alla Disney. “Come si fa a fare una commedia sul Vietnam?” “Come possono esserci le bombe in una commedia?” dicevano.

In realtà ci sono parecchi film che hanno momenti comici e tragici insieme, da quelli di Chaplin a “Il Sorpasso”, però probabilmente era perché la ferita della guerra, dispendiosa di vite e di mezzi, persa contro il Vietnam era ancora viva. In effetti il film fu girato in Thailandia, mentre adesso potrebbe essere girato benissimo nella città di Ho Chi Minh City (l’allora Saigon).

Gli autori non avevano intenzione di fare un film schierato contro i militari o la guerra, ma mettersi a raccontare una storia, con tutti i risvolti comici, che partiva da alcune notizie che avevano del vero DJ Adrian Cronauer. Certo ciò che rendeva la vicenda interessante era l’anticonformismo di Cronauer, ma all’inizio della guerra in Vietnam, con il ’68 che non era ancora arrivato, tutti erano meno schierati. La vicenda allora si vede con gli occhi di chi non capisce ancora bene, di chi vuole vivere ostinatamente con leggerezza e umanità non volendo entrare a far parte dell’orrore che sta arrivando.

Forse a distanza di anni questo è il pregio del film. Far pensare alla “logica militare” e alla forza del voler essere se stessi, nonostante tutto. Far vedere le contraddizioni mentre stanno nascendo, o meglio mentre si stanno palesando. “Non è sulla censura che si basa l’America” dice Cronauer nel film, e gli viene risposto “Qui non siamo in America”. L’America come la terra della libertà, che preservare la sua libertà porta la guerra oltre i suoi confini. Uno sguardo dunque che giudica alcuni aspetti, ma si astiene dall’ideologia, e guarda alle persone, ai visi, alle vite di giovani militari statunitensi che non erano mai usciti dalla loro città e si ritrovano in un paese tutto diverso dal loro, a giovani vietnamiti segnati dal lutto delle guerre coloniali, alla ansia calma del futuro: “forse il mio paese, non avrà futuro”.

La musica nel film, infine, è qualcosa di fondamentale, ma lo è anche perché è proprio attraverso i tanti fermenti musicali di quegli anni che i messaggi di rinnovamento e protesta passano. La scena di “I Feel Good” di James Brown rimane indimenticabile a parlare dell’energia della musica e della forza della radio nel accompagnare una generazione nei mutamenti della società. Così come la voce della dolcissima canzone di Louis Armstrong “A Wonderful World”, con le immagini di violenza che passano sotto, è divenuto un “luogo cinematografico”, ad indicare la distanza fra i sogni della gente, la melodia della radio e la realtà di violenza e di ingiustizia.

E queste immagini ci fanno pensare allora alla forza dei mezzi di comunicazione di massa, controllati dal potere, che però alle volte possono portare un messaggio nuovo, nelle pieghe del vecchio.

Pubblicato da

Stefano

Stefano dopo un passato da informatico fa adesso il pastore evangelico, anche per questo ha una visione critica della tecnologia e dei miti che vi vengono accompagnati.