All’inizio tutto il software era libero. Condiviso, modificato, arricchito come per ogni conoscenza umana.
Poi, per tenersi stretti i propri clienti, alcune aziende introdussero delle licenze d’uso che ne vietavano la condivisione e lo studio. È un diritto delle aziende usare la licenza che vogliono e nessuno glielo contesta (si contesta semmai il monopolio e lo sfruttamento di posizione dominante).
È un diritto dei programmatori e degli utilizzatori allora usare delle licenze che salvaguardano la libertà di studio e modifica. Nacquero così le licenze libere.
E adesso potete usare tutti i generi di programmi che volete, molti di ottima qualità, liberamente. È una vera rivoluzione, altro che la rivoluzione tecnologica di cui parla la pubblicità. È la condivisione che diviene guadagno per le realtà locali e non solo per grandi multinazionali (che pure non ne sono escluse), che diviene opportunità di crescita anche per il cosiddetto terzo mondo. È il dono che diviene arricchimento per chi lo fa.
Il software ha cambiato molti aspetti della nostra quotidianità negli ultimi anni, basti pensare alla attuale diffusione di Internet, e probabilmente questi cambiamenti saranno ancora più numerosi nel prossimo futuro, in cui il software entrerà sempre di più in oggetti e situazioni. E non immaginiamo neanche quali attività si potranno fare con il software nel futuro.
Solo con il software libero si può capire veramente cosa stia succedendo e si potrà non divenire degli analfabeti dell’era “digitale”, ma anzi comprendere -oltre la pubblicità- il vero valore delle questioni in gioco.
E solo con il software libero si potrà imparare ad avere, con il software, un vantaggio competitivo nel proprio lavoro, qualunque esso sia.
Solo con il software libero si conserveranno le libertà nell’era digitale.
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