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darchino.ch

Basta con la poca qualità!

W il congiuntivo

Cecco Angiolieri

La qualità della lingua, la sua forza ed espressività, ci permettono non solo di parlare, di comunicare le nostre idee e riflessioni, ma anche di elaborare meglio le emozioni, di comprendere meglio la realtà, dunque di pensare meglio.

Il congiuntivo dà ricchezza alla lingua italiana, esprime la possibilità, il parere soggettivo, il parlare ipotetico e anche l’irreale… È difficile? Ma usatelo! Non fatelo scomparire, che vita sarebbe senza congiuntivo?

Non ci sarebbe Cecco Angiolieri:

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo,
ché tutti cristïani imbrigherei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente farìa da mi’ madre,

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.

Nella Svizzera italiana? Allora Amazon ti prende anche in giro!

kindle

Amazon non ti prende letteralmente in giro, ma è come se lo facesse. Vediamolo.

Dunque se sei residente nella Svizzera italiana e hai un Kindle e vuoi acquistare un ebook su Amazon, forse nel 90% dei casi non puoi. L’assistenza dichiara che è per motivi di copyright, però gli stessi libri su altri negozi digitali possono essere comprati senza problemi. Dunque è Amazon, o qualche editore, che per alcuni libri per qualche motivo di guadagno non dà questa possibilità.

Se però compro un libro cartaceo, me lo spediscono in Svizzera come anche ad un indirizzo italiano qualsiasi. Ho pensato bene allora di inserire l’indirizzo italiano, ma dopo poco mi hanno bloccato la possibilità di acquisto. Ho chattato con l’assistenza. “Eh no! Lei non è residente in Italia e quindi per motivi di copyright non può comprare tutti i libri elettronici. Però mentre il market italiano Amazon ha per lei delle limitazioni, quello tedesco ad esempio non le ha”.

Così ho provato a trasferirmi sul sito Amazon tedesco, ed ecco invece le solite identiche limitazioni. Per gli stessi libri elettronici. Se vai senza essere loggato vedi il libro, questo sparisce invece se sei loggato con residenza svizzera.

E anche qui la stessa presa in giro data dal market italiano. Ogni tanto arriva la pubblicità via email che dice: “Caro Stefano, che bello! Compra questo ebook solo oggi in offerta!” Ma poi vai è il prodotto è per te indisponibile. Indisponente.

È chiaro per pochi lettori non ne vale la pena, penserà Amazon. È chiaro direte voi, che sei un pollo se ti vai a fidare di un sistema così chiuso. È chiaro che ho imparato la lezione: chiusura, come monopolio, non è mai sinonimo di grande qualità.

Da una semplice stampate ad una “Smart Stampante” disponibile per ogni dispositivo

Iniziamo con un piccolo preambolo, perché il tutto è nato da un problema di stampa…

Infatti, la mia stampante HP Officejet 8600 (connessa alla rete LAN locale), passando da Windows 8 a Windows 10 su diversi computer in casa ha smesso di funzionare.

Ossia, la stampante funziona alla grande, ma, nonostante il CD originale dei driver e un po’ di prove, i computer Windows proprio non ne vogliono sapere di stampare. Da Linux invece la configurazione è facilissima.

Stanco di smanettare inutilmente e alla ricerca di un metodo non troppo macchinoso ho deciso di far fare al computer Linux il lavoro di stampare, fra l’altro quel PC lo tengo praticamente sempre acceso già per altri motivi.

Ho quindi pensato alla soluzione più facile per poter inviare i files (in PDF) al computer Linux per poterli stampare. Ho pensato a Dropbox, capace di sincronizzarli in pochi secondi, ma voi potete usare anche una cartella condivisa in locale tipo SAMBA, un disco in rete NAS o altri sistemi cloud, sempre più diffusi al giorno d’oggi.

La scelta di stampare solamente file PDF è chiara. Prima di tutto così il formato viene sempre corretto (senza eventuali errori di formattazione dati da file .docx e simili) secondariamente da Windows si può sempre scegliere l’opzione “stampa su file”, che crea in modo terribilmente facile un PDF, in ultimo la maggior parte dei file che stampo sono già in questo formato.

È qui che mi sono reso conto che un semplice programmino avrebbe potutto fare già di più rispetto a quello che mi serviva…

Questo programma è utile infatti anche se ci si trova davanti ad un computer che abbia la stampante connessa con USB e che non si riesca ad arrivarci via rete locale, potremo infatti farlo stampare a distanza senza doverci sempre inviare i files. Ciò vale anche se lavoriamo da smartphone o tablet. Sfruttando le funzionalità di Dropbox infatti possiamo caricare un file usando qualsiasi dispositivo e da qualsiasi parte del mondo. Il nostro computer poi farà il lavoro di stampa anche se la stampante non è condivisa in nessuna rete. Certo questo programma (nemmeno 15 righe di script) non è fatto per gestire gli errori, e si presuppone che abbiate accesso alla stampante per controllare lo stato di inchiostro e carta, ma permette di stampare a distanza in modo semplice. Una limitazione che ha attualmente sta nel fatto che i file da stampare non possono contenere spazi. Se il vostro file ha degli spazi rinominatelo semplicemente (chiamandolo anche solo x.pdf) e verrà stampato.

Se non vi interessa sapere come funziona lo script potete passare direttamente alla guida in 5 passi per l’installazione (più in basso).

Passiamo al programma

Da linux esiste un comando semplice e funzionale per stampare i PDF, si chiama lp. Il comando lp ha anche diverse opzioni (vedete il manuale digitando “man lp”) che permettono di scegliere la stampante, usare o no il fronte retro, selezionare un numero di pagine per foglio, la direzione di stampa (diritto o landscape) e molto altro.

Io ho semplicemente scritto un piccolo programmino in bash che ogni 10 secondi controlla se non ci sono files da stampare e se sì li stampa, dopo aver lanciato la stampa li elimina dalla cartella. Inoltre legge anche un file di impostazioni che permette di personalizzare alcune delle opzioni dette sopra. Potete semplicemente fare copia-incolla del codice qua sotto e salvarlo in un file come “printPDF.sh” ricordate però di scrivere il prercorso giusto per andare a trovare la cartella che vi interessa.

In seguito rendetelo eseguibile (usando “chmod a+x printPDF.sh”)

Ecco il file [1] e sotto ogni passaggio commentato, per chi voglia capire come funzioni:

#!/bin/bash
while [ : ]
do
filename="/home/XXX/Dropbox/DaStampare/Impostazioni.txt"
while read -r line
do
name="$line"
echo "Impostazione - $name"
done < "$filename"
for i in `find /home/XXX/Dropbox/DaStampare -name '*.pdf'`
do echo $i
lp -o fit-to-page $name $i && rm $i
done
sleep 10
done

Ecco qui le spiegazioni riga per riga.

Prima di tutto definisco che lo script è in bash (in questo modo può essere lanciato con ./nomeprogramma, dopo averlo reso eseguibile):

#!/bin/bash

Con le seguenti righe creo un loop infinito, alla fine del “programma” aspetto 10 secondi per evitare di sovraccaricare il sistema:

while [ : ]
do
programma
sleep 10
done

Il programma stesso va prima a leggere le impostazioni di stampa e le scrive a schermo per poterne verificare la correttezza. Per prima cosa viene definito dove si trova il file di impostazioni (scrivete su questa riga la path che vi interessa), poi viene letto riga per riga il file e scritto a schermo, ma solo l’ultima riga viene salvata nella variabile $name, poiché solo l’ultima riga ci interessa:

filename="/home/XXX/Dropbox/DaStampare/Impostazioni.txt"
while read -r line
do
name="$line"
echo "Impostazione - $name"
done < "$filename"

Ora il programma legge uno per uno tutti i files in formato pdf (quindi che finiscono per .pdf) che si trovano nella cartella indicata (modificate anche qui la path), per ogni file viene scritto a schermo il nome. Poi viene stampato e rimosso. Sotto spiegherò in dettaglio la riga centrale del programma:

for i in `find /home/XXX/Dropbox/DaStampare -name '*.pdf'`
do echo $i
lp -o fit-to-page $name $i && rm $i
done

Questa è la nostra riga chiave:

lp -o fit-to-page $name $i && rm $i

Il comando lp stampa un PDF con impostazione -o fit-to-page (che serve ad adattare eventuali pagine “fuori misura”) e continua con altre opzioni che ha trovato nell’ultima riga del file di impostazioni. In seguito $i è il nome del file che bisogna stampare.

Dopo aver lanciato la stampa (quindi dopo &&) egli rimuove il file dalla cartella in modo da rendere chiaro che questo è stato stampato e non va stampato ancora.

Nel file di impostazioni [2] (chiamato Impostazioni.txt) troviamo invece questo:

Impostazioni come segue:
1.
se vuoi fronte retro scrivi: -o sides=two-sided-long-edge
se invece vuoi una pagina scrivi: -o sides=one-sided
2.
se vuoi landscape (foglio girato) aggiungi alla riga: -o orientation-requested=4
3.
se vuoi più pagine per foglio aggiungi alla riga: -o number-up=4
puoi cambiare il 4 con uno dei seguenti numeri: 2,4,8,16

Questa è la linea di comandi, scrivili tutti qua divisi da spazi (assicurati che sia l'ultima riga del file):
-o sides=two-sided-long-edge -o number-up=2

Praticamente (anche senza istruzioni) basterebbe un programma di una riga con gli argomenti desiderati, quindi solo l’ultima riga.
Per ricordarsi però le varie impostazioni possibili ho scritto anche un testo per ricordarci quali possiamo usare.
Copiate e salvate anche questo file. Ricordate di metterlo nella cartella che avete indicato sopra nel programma in modo che possa trovarlo.

Trovandosi (nel mio caso) nella cartella Dropbox l’utente Windows (o da qualsiasi altro computer) potrà modificare le impostazioni sull’ultima riga di questo file prima di caricare il file PDF. Poi sposterà il file da stampare nella cartella Dropbox/DaStampare (dal suo computer o Smartphone ma condivisa con il computer che deve stampare) e questo verrà stampato secondo queste informazioni. Fino a quando non si cambierà a mano questo piccolo file le impostazioni resteranno invariate.

Ricapitolando (guida in 5 passi)

  1. Per prima cosa verificate che la vostra stampante funzioni dal computer Linux, così come Dropbox.
  2. Copiate il file [1] in un editor e modificate la riga 4 e 10 mettendo il percorso corretto alla vostra cartella Dropbox per la stampa, quindi salvatelo (dove volete) come remoteprint.sh
  3. Copiate file di impostazioni [2] in un editor e salvatelo nella vostra cartella dropbox per la stampa come Impostazioni.txt
  4. Aprite un terminale, spostatevi con il comando cd nella cartella dove avete salvato remoteprint.sh e rendetelo eseguibile con il comando chmod a+x remoteprint.sh
  5. Lanciate il programma con ./remoteprint.sh & (la & vi permette di chiudere il terminale dopo aver lanciato il programma e questo continuerà a funzionare), ora potete copiare un pdf nella cartella per la stampa (sia dal vostro computer che da altri) e verificare il funzionamento

Spero vi sia piaciuto questo piccolo script e che vi abbia semplificato la stampa da dispositivi che, per un motivo o per l’altro, non erano in grado di stampare. Nel caso vogliate un server piccolo ed economico un raspberry pi potrebbe essere un’idea interessante.

Ormai sempre imperfetta

La tecnologia è ormai sempre imperfetta, sia per la difficoltà di gestire progetti complessi ed artigianali, come il software che sempre più vi fa parte, sia per la fretta di proporre sempre nuove soluzioni, nuove funzioni aggiuntive, prima di aver riparato gli errori precedenti.

Ecco che il blog darchino.ch, stufo di stare appresso a lavatrici che si rifiutano di lavare decentemente, telefonini fatti apposta per essere sotto-utilizzati, cloud che non sincronizzano file perché parli italiano e via dicendo, si trasforma senza dimenticare il software libero in un sito di lamentela e piccola battaglia contro la perdita di qualità delle tecnologie moderne.

Scuserete i tanti errori che troverete a causa della migrazione da un sistema all’altro, ma la tecnologia è fatta apposta per evitare i cambiamenti di paradigma.

Registrazione e riproduzione audio digitale

Cosa vuol dire che un CD è a 44.1 kHz 16 bit? Cosa cambia fra analogico e digitale? Perché alzare il volume su un amplificatore non rovina il suono e invece su iTunes sì?

Se siete appassionati di Hi-Fi (o avete mai lavorato con un programma audio) di certo vi sarete chiesti cosa vogliono dire tutti quei numeretti.

Senza entrare troppo nei dettagli spieghiamo la differenza sostanziale fra analogico e digitale. L’analogico è continuo, il digitale discreto.

Discreto è inteso nel senso che il tempo (continuo) viene diviso in un numero finito (seppur molto grande mai infinito) di intervalli. Come il cinema: le immagini in movimento non sono continue, ma sono formate da 24 fotogrammi (appunto foto che di per se sono ferme) al secondo. 24 fotogrammi al secondo ci bastano per vedere un’immagine non a scatti ma in movimento.

Anche il volume delle singole ‘note’ viene diviso in intervalli, immaginiamo una cosa tipo: silenzio, pianissimissimo, pianissimo, piano… e via dicendo fino al fortissimo.

Nonostante questo possa sembrare una gran perdita per il segnale sonoro, se esso è discretizzato bene non dobbiamo preoccuparci.

L’orecchio umano riesce a sentire suoni fino a 21kHz (ottimisticamente). Le onde sonore di solito sono di forma sinusoidale. Per ogni oscillazione abbiamo bisogno di almeno due punti per ricostruire poi correttamente il segnale.

Quindi se l’orecchio sente 21kHz abbiamo un onda che oscilla 21’000 volte al secondo, e dobbiamo “registrare” 42’000 punti per poterla ricostruire. Il CD infatti è campionato ad una frequenza di 44.1 kHz (frequenza scelta per venire incontro alla corrente alternata in Europa, 50Hz e in America 60Hz), i suoni più acuti che possono essere registrati (con quei 24100 intervalli al secondo) sono più acuti di ciò che l’orecchio umano può sentire. Negli studi di registrazione si usa l’accorgimento di registrare sempre nello stesso momento, in modo da avere intervalli tutti uguali per ogni strumento,e non sfasati. Sulle frequenze basse non c’è nessun problema.

La seconda cosa che dobbiamo registrare, oltre alla nota, è il volume di quest’ultima, per poter distinguere un pianissimo da un fortissimo.

Per questo abbiamo 16 bit per ogni nota, che corrispondono a 2^16, ossia 65536 diversi volumi. Se il volume massimo è ancora umano (tipo quello di un concerto, ossia 96Db) e noi dividiamo il volume in 65536 intervalli da silenzio totale a 96Db non siamo in grado di sentire salti di volume fra un intervallo e l’altro, esso infatti ci sembra continuo.

Se tuttavia alzassimo il volume (arrivando a quello del reattore di un aereoplano alla distanza di qualche cm) e non ci assordassimo, dividendo questo intervallo ben più grande in 65536 volumi diversi potremmo ancora distinguere il volume che sale non progressivamente ma con tanti piccoli scattini.

44.1kHz a 16 bit sono quindi totalmente sufficienti, considerando di avere poi una buona sorgente che sappia ricreare bene il suono, e con dei filtri adeguati. Più è alta la frequenza di campionamento meno occorre avere dei buoni filtri e una sorgente di qualità per ricreare il suono in maniera realistica.

L’analogico invece è completamente continuo, sia il volume sia le onde, infatti serve sempre un convertitore da digitale ad analogico. Per maggiore chiarezza nell’immagine potete vedere la curva (segnale continuo) e il digitale, diviso in intervalli che riguardano il tempo t e il volume f(t), esso diventa quindi di forma quadrata.

SegnaleDiscreto.png

Ora rispondo all’ultima domanda, ossia come mai alzare il volume su un dispositivo digitale spesso ne rovina la qualità.

Spesso i dispositivi non hanno un vero amplificatore dentro, con un volume regolabile, digitalmente usano semplicemente un trucco, ossia alzano il volume nel brano stesso. Per spiegarci facciamo finta di avere a disposizione 6 livelli di volume: 0,1,2,3,4,5.

La nostra canzone ha i volumi disposti così: 1,2,3,2,4,3,1.

Alziamo il volume: 2,3,4,3,5,4,2. Tutto bene, tutti i volumi sono stati alzati, e sentiamo più forte, ma siamo arrivati ad un problema, in un momento troviamo già il volume massimo (5) se alziamo ancora, che succede?

Ecco qua: 3,4,5,3,5,5,3. Ora i 4 sono diventati 5, ma il 5 non poteva diventare 6, quindi abbiamo alzato solo ciò che suonava piano, ma non ciò che suonava forte, e portando la cosa all’estremo potremmo arrivare a 4,5,5,4,5,5,4. Prima avevamo utilizzato livelli di volume fra 1 e 4 e ora tutto è schiacciato fra 4 e 5. Quindi ora un pianissimo suona molto molto simile ad un forte che suona uguale ad un fortissimo.

Questo trucco (utilizzato anche spesso dalle autoradio) rovina la profondità del suono. Per evitarlo, quando avete a disposizione un amplificatore non tenete al massimo il computer/telefono, alzate il volume con l’amplificatore che è analogico!

Anche qui naturalmente un numero maggiore di bit nel digitale (ad esempio 24bit) diminuisce il problema di queste amplificazioni fittizie.

Se avete ancora qualche dubbio contattatemi pure.

Mondo senza qualità

lettera Q

Quando iniziai a lavorare nel 1987 ero in una multinazionale, e vari corsi insistevano sulla qualità. Cambiata azienda dopo tre anni, ricominciai con i corsi sulla qualità globale.

La qualità, si diceva, era l’unica vera risorsa per vincere la concorrenza. Oramai, continuavano a dire, i prodotti funzionano tutti bene e la qualità da quel di più. In effetti c’era un po’ di ragione, ma come mai parlare tanto di qualità? Si parla di qualcosa che manca. E i servizi e prodotti davvero funzionavano tutti bene? E come era in precedenza? Non si diceva infatti che le cose di una volta erano più resistenti e durature?

Mi accorsi che si faceva un gran parlare di qualità, perché nel frattempo il mondo industriale e quello dei servizi, avevano perduto o non avevano mai avuto una vera qualità.

Una volta si diceva “lavori eseguiti a regola d’arte”, nel senso che si era allo stato dell’arte, che tutto era stato fatto da artigiani consapevoli del proprio lavoro e attenti a tutti i particolari. Ma per far questo ci serviva tempo, e invece le aziende attuali tutto fanno tranne che dare tempo a chi lavora di fare per bene il proprio lavoro.

Così quello che un tempo pretendevi da ogni artigiano, è divenuto un lusso che pochi si possono permettere (come scritto anche qui).

Gli esempi che ognuno può fare nella sua vita quotidiana sono innumerevoli, basta mettersi in una attenzione critica e non dare per scontato che le cose non debbano funzionare.

Ieri una signora mi diceva che la Posta svizzera si era persa un pacco. Come? La Posta svizzera? Rinomata per la sua affidabilità?

Alla sera non riuscivo bene a capire cosa facesse un’applicazione di Goole Play. Poi ho capito che Big G ha introdotto la traduzione automatica. Per cui leggi qualcosa del tipo: La Musicale battute è una molto buona applicazione. (Dove Musical Beats è il nome dell’applicazione) e non riesci a capire le caratteristiche. Così ho dovuto scegliere la lingua inglese (che verrà usata anche per applicazioni scritte da italiani).

Stamattina accendo la luce per vestirmi, ma dato che sono passati gli elettricisti per mettere tutte le luci a norma di legge, come al solito sono dovuto andare in un’altra stanza per vedere il colore dei calzini, perché le luci sono posizionate male, indipendentemente dalla stanza.

Alle otto di mattina poi, la rete è puntualmente caduta per via del motore che aziona il rintocco delle campane del vicino campanile e che crea un’interferenza elettromagnetica.

E pensando alla rete, devo dire che da qualche anno ho cambiato l’operatore telefonico perché avendo nel nome l’apostrofo, Swisscom non riusciva a farmi l’addebito automatico e per questo mi avevano anche chiuso la linea.

Ma è qualcosa di generale. Che dire delle nuove tecnologie, sempre nuove e mai veramente all’altezza di tutto quel che dicono di fare? Anzi si cambiano tecnologie alle volte prima che si riesca a raggiungere una fase effettivamente matura. Per non parlare del software testato male, che ha coinvolto anche il software libero?

E i medici con sempre meno tempo, che non ti ascoltano e prescrivono esami di cui alle volte solo in parte si fidano dell’accuratezza?

Questa fretta, quest’approssimazione, che è nata da una ricerca del profitto che puntava a soddisfare la maggioranza delle persone, trascurandone una minoranza, si è estesa pensando di dare a ciascun utente un prodotto abbastanza funzionante, trascurando una parte di ciò che è atteso o promesso.

È una qualità percentuale che coinvolge oramai tutto il nostro mondo, anche le chiese. E non se ne può sfuggire, penso che neanche i milionari hanno veramente servizi e prodotti a regola d’arte.

Come conclusione cosa dire oltre al cercate la qualità, che non sempre è la cosa più nuova e più costosa?

Qualità difficili da riconoscere

Dopo aver scritto il post basato sulla cornice Ikea di evidente bassa qualità (per non parlare di due bicchieri da vino che mi si sono rotti asciugandoli, e avendo anche lavorato in un ristorante so che non si sarebbero dovuti rompere) ho iniziato a pensare alla qualità riguardante ogni oggetto o servizio noi possiamo aquistare.

Spesso la qualità è facile da stabilire, a volte ci aiutano le “specifiche tecniche” ma a volte è quasi impossibile capire se una cosa sia di qualità, se non col tempo.

Le “specifiche tecniche” riguardano il materiale di cui può essere fatto un vestito, o anche la velocità di un processore, la potenza di un motore e tanto altro.

D’altronde anche se un abito è in puro cotone non è detto che le cuciture siano solide e il colore duraturo. E se un portatile è molto potente come facciamo a sapere se sia anche robusto? Oppure che non scaldi troppo? Insomma molti dati mancano. Non porto altri esempi perché penso che tutti ci siamo trovati di fronte a queste domande.

Esistono molti siti in cui, per fortuna, diversi consumatori possono scrivere la propria opinione sui prodotti, scambiarsi dubbi e conoscenze. Ed è poi quello che io provo a fare, nel mio piccolo, con le recensioni sulle cuffie.

Per i prodotti più diffusi (e facilmente giudicabili) ciò funziona molto bene. Ci sono però prodotti che rivelano la loro qualità solo col tempo, ad esempio una schedina SD dalle sovrascritture limitate, o un’automobile che dopo 5 anni inizia ad arrugginirsi.

Qui le garanzie (ora di minimo due anni sugli apparecchi elettronici, spesso di 10 sulle carrozzerie) cercano di tutelare il cliente da problemi di fabbricazione, ma non garantiscono la qualità del prodotto, solo il funzionamento.

Ancora più difficili da giudicare sono Software e altri servizi.

Ad esempio se fate fare da una piccola ditta il vostro sito internet, chi vi può dire se lo faranno di qualità o se avrete sempre nuovi problemi?

Ma anche dei prodotti molto specifici, magari associati ad un software (un quadro per gestire le campane di un campanile, un impianto che gestica riscaldamento e aria condizionata in automatico) sono una cosa che prima che siano installati non si può sapere se sarà di qualità. Bisogna fidarsi delle ditte.

E come servizi si potrebbero anche citare autostrade, ferrovie e molto altro (in quel caso chi ha l’appalto non approfitta del consumatore singolo ma dello Stato, della società).

Purtroppo temo che le ditte non abbiano (troppo spesso ormai) come obbiettivo la qualità. Sfruttando, a volte, situazioni di monopolio riescono comunque ad avere clienti, e, vista la bassa qualità, riescono anche a guadagnare molto.
A volte invece puntano sull’ignoranza (nel campo specifico) dei clienti, e a volte addirittura, non si preoccupano di perdere molti clienti perché hanno comunque un ricambio assicurato (ad esempio nei luoghi turistici).
Infine mi sembra che certe volte il servizio di tutte le ditte del settore sia scadente allo stesso modo. Un modo per non faticare a cercare di migliorare ma guadagnare tutti quanti (creando una specie di cartello, ma non sul prezzo).

Studiando ingegneria noto con interesse questi cambiamenti (o è sempre stato così?) le cose ormai sono talmente complesse che non riusciamo più a giudicare. E, per finire, certe volte conta la quantià e non la qualità (tipo i vestiti: “non importa se durano poco tanto ne compro di nuovi ogni settimana”).

Qualità industriale

Immaginate di andare da un vetraio (o uno che faccia cornici per quadri) e di commissionargli una bella cornice con bordo in alluminio (moderna) della grandezza di un A3. Ora andate a ritirare quest’ultima e vi accorgete che il silicone utilizzato per fissare il vetro ha creato delle gocce che sono ben visibili sul bordo della cornice, all’attaccatura col vetro stesso. Cosa fate? Chi con gentilezza, chi meno, dice al vetraio che purtroppo il lavoro non è fatto bene, e pretende che il silicone in eccesso venga rimosso oppure che il tutto venga sostituito.

Ora immaginate di andare all’Ikea (R), e di trovare un’offerta, e di accorgervi del problema sovracitato. Una reazione comune (anche la mia) è: “che ci vuoi fare, è Ikea! E poi non si nota tanto.” Lo stesso capita comprando magliette industriali economiche, che spesso hanno una cucitura che cede dopo un giorno e lascia penzolare un filo, dal sarto sarebbe successa una cosa simile?

Per non parlare dell’elettronica, nonostante le garanzie ormai prluriennali sui prodotti, spesso alcuni mi sembrano molto approssimativi. Lampadine portachiavi che durano due giorni, router wireless che dovrebbero avere una portata di 30 metri ma non è sicuro, e tanto altro. Per non parlare dei primi prezzi (ossia il prodotto più economico), soprattutto riguardo agli impianti audio con qualità talmente scadente, e pochissime caratteristiche tecniche come descrizione. Mi è capitato essendo stato venditore: “Sono buone queste casse da computer?”, io, “Beh PROBABILMENTE sono migliori di quelle integrate nel suo laptop”. Oppure sugli home cinema: “Gli mp3 con l’Ipod si sentono bene?” cosa rispondere? Gli mp3 con l’Ipod non si possono sentire bene? Ormai l’hifi è sparito, ci stiamo abituando ad una qualità audio nettamente inferiore. È capitato anche questo: “Com’è la qualità dell’altoparlante di questo cellulare per sentire la musica?” “Beh sa signore, non può pretendere molto da un cellulare! Il diffusore integrato avrà 3 mm di diametro ed è alimentato a batteria…”. E lui: “Ma come? Il mio cellulare attuale ha un’altissima qualità.” E così via… I colori delle TV: “Questa ha dei colori molto naturali, realistici, al contrario quest’altra ha un contrasto sparato al massimo che sfalsa tutta la visione, vede? La neve è addirittura violetta, i campi hanno un verde che sembra di avere gli occhiali da sole con le lenti colorate, i visi sono viola…” “Beh però mi piacciono i colori brillanti!”.

Insomma, prima si cercava di riprodurre la realtà, in fatto di suono, di video, ora non più, si punta al mediocre. Tanto (ad esempio la grandezza degli schermi) e di qualità media, così come la quantità di canzoni o film sugli hard disk dei più, tanti di numero e scarsi di qualità (sia qualità della canzone/film stessa sia qualità sonora data dalla trasformazione in mp3 e altro). Lo stesso vale per le foto: Con una stampantina economica non si ottiene la qualità che si otteneva sviluppando le pellicole, però, con meno spesa, si possono ottenere molte più foto. Così è però anche per i vestiti e per moltissimi altri oggetti (a mio avviso) e questo porta a buttare le cose sempre più in fretta e a volerne sempre di nuove anche perché quelle che abbiamo (e a buon ragione) non ci soddisfano.

Stiamo dunque andando verso una perdita di qualità generale (che un tempo si cercava di elevare) per depositarci su degli standard relativamente bassi? Ci stiamo abituando al mediocre fino a non accorgercene più oppure le cose di valore costerebbero davvero così tanto da non potercele proprio permettere come società in generale?

Il pianeta delle scimmie

Non si può capire realmente il film, che è del 1968, se non si è vissuti o se non si conosce il clima che si viveva quando il film fu girato. Si sentiva realmente il pericolo che qualcuno, fra sovietici e americani, iniziasse una guerra che portasse alla distruzione nucleare di tutta la terra. Non è che adesso non ci siano più le bombe nucleari, ma certo lo scenario è realmente diverso.

Forse però questo non è il tema centrale del film, come ad esempio ne “Il dottor Stranamore”. Anche se con i discorsi iniziali sconsolati e senza speranza del comandante e la denuncia finale incastonano tutto il film in questo tema. Ma il film vive tutta una sua storia, dal paesaggio spettrale iniziale con la sua musica d’avanguardia, al confronto con una società scimmiesca, in cui si parla della solitudine dell’essere umano moderno. Come è presente in senso più ampio, che rispetto solo al nucleare, quel sentimento di una umanità che va verso il nulla, in nome del progresso.

C’è anche il tema religioso, in cui la religione è quella che nega la realtà e la libertà, c’è allora un’inquisizione grottesca, ma che rimanda ovviamente alla vera inquisizione. Però poi a sorpresa rappresenta un tentativo, certo sbagliato, di non ripercorrere le tappe del progresso che tutto distrugge.

Un film potente e fortemente politico, anche se assolutamente non partitico e nemmeno schierato. Così politico che si crede a stento al produttore che afferma di non essersene accorto, e che pensava solo ad un film di fantascienza. Così potente da aver dato il via a decine fra seguiti, telefilm e rifacimenti, che Charlton Heston si rifiutò giustamente di fare, vista la perfezione del primo.

Re Leone

Il Re Leone è un film sulla vocazione.

Il film si apre con il battesimo del futuro re delle “Terre del Branco”. Rafiki è il sacerdote di questo rito. E chiari sono i simboli e i segni. C’è del liquido posto sulla fronte, ed è il battesimo con l’acqua, c’è il raggio di luce che scende fra le nuvole al momento dell’acclamazione, il simbolo del battesimo di Spirito, che investe di una vocazione tutta particolare il piccolo leoncino, per ora ignaro.

Con Skar si intromette il malvagio, che vorrebbe essere re, senza però averne la vocazione. La sua bramosia di dominio lo porta a uccidere il vero Re e a voler uccidere il giovane Simba. Nel far questo si avvale delle iene, che “seduce” con un discorso in cui annuncia una specie di Regno di Dio in terra, in cui ci sarà abbondanza per tutte le iene.

Indiscutibile, anche per via delle iene che marciano con il passo dell’oca su una spianata che è copiata direttamente dalle parate naziste, il riferimento ad Hitler che in effetti prometteva ai tedeschi cose dele tipo che ogni ragazza avrebbe trovato marito nel suo Reich.

Ma Skar non ha la vocazione del re, è solo un imbroglione con una grande invidia, ambizione e malvagità. Come ogni dittatore, d’altronde.

E non considera per niente il ruolo del re (o se vogliamo portarlo ai nostri giorni del politico), come un servizio alla collettività. Mentre il vecchio Re Leone col discorso sul cerchio della vita, istruiva il figlio a vedere nell’eesere re una responsabilità sociale, Skar vuole solo dominare tutto e finisce per ridurre alla miseria e alla sconfitta tutto il paese. Come ogni dittatore, d’altronde.

Responsabilità

È certo un film anche sul rapporto con il padre, forse l’unico film Walt Disney in cui il padre muore. Ma questo rapporto è appunto fondamentale per comprendere quale sia la vocazione di Simba crescendo.

Rinunciando a tutte le responsabilità Simba crescerà senza più essere se stesso. Conquistato dalle parole di Pumba e Timon, “Acunamatata”, niente responsabilità, niente problemi. Farà proprio un modo di vita che non è quello a cui la sua vocazione lo chiama. Modo di vita che probabilmente non va bene neanche per Pumba e Timon, e che può esistere solo in un’oasi scollegata da tutta la società esterna. E che è dunque un modo di vita irreale e solo infantile.

Poi con il discorso di Rafiki sul passato e soprattutto con il “ricordati chi sei”, cioè ricordati della tua vocazione, fatto dal padre nella nuvola, Simba prenderà le sue responsabilità e porterà di nuovo prosperità a tutte le sue terre.

Il re siamo noi

Un film sulla vocazione, dunque, ma non solo quella di un re. Come in tutte le favole al centro ci siamo noi, siamo noi i protagonisti, anche se si parla di re e regine, di fate e di maghi.

È un film che parla a noi tutti e di noi tutti. Ognuno di noi è destinato, chiamato ad essere re, cioè ad avere la propria vocazione importante e fondamentale per tutta la società.

In questo senso si può leggere con un’impostazione etica protestante: tutti i lavori, tutte le attività sociali e vissute con spirito di servizio alla società sono importanti e fondamentali, sullo stesso piano. Perché nel grande cerchio della vita, cioè nella vita umana, che è comunitaria e che dovrebbe tener presente anche chi verrà, ognuno di noi a molte vocazioni da parte del Signore.